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Prepariamoci ad un nuovo Campionato.

Prepariamoci ad un nuovo Campionato.

Di Bruno Melani

Ho pronunciato per la prima volta il termine “rottamato” che avevo 50 anni (oggi ne ho 59).

L’azienda nella quale lavoravo, nel nome della “globalizzazione” decise di fondere insieme tre diverse Società e dar vita ad un Gruppo Assicurativo ancora più agguerrito, con strategie di mercato fortemente innovative.

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Tre lettere per tre segretari

Tre lettere per tre segretari

Verso una improbabile riforma elettorale

Nell’ultimo scorcio di agosto tre protagonisti della recente storia del centro sinistra italiano hanno scritto al Corriere della Sera e a La Repubblica portando le proprie preoccupazioni e proponendo alcune soluzioni alla crisi politica che caratterizza da mesi, o da anni, il nostro paese.

Tralasciando le critiche che da più parti sono venute rispetto all’opportunità ed alla forma degli interventi, le lettere di Veltroni (link), Bersani (link) e Rutelli (link) sono comunque dei validi tentativi di analisi e di proposta. Il terreno di confronto per tutte e tre sembra essere il sistema politico italiano, in particolare il sistema dei partiti ed il rapporto di questo con la legge elettorale.

Cominciando in ordine strettamente cronologico, Veltroni nella seconda parte della sua lunga lettera al Corriere porta avanti una strenua difesa del bipolarismo caratterizzato da “schieramenti fondati sulla comunanza dei valori e dei progetti”, un sistema rispetto a cui Berlusconi è stato “un limite drammatico”.

Bersani propone invece uno schema più complesso dove il bipolarismo e l’alternanza sono l’approdo finale di un processo politico, meta che però prevede prima una fase costituente in cui oltre alle forze progressiste tutte  le “forze contrarie al berlusconismo” possano convergere in una alleanza capace di riformare le istituzioni democratiche, cominciando dalla legge elettorale. Insomma secondo il segretario del Partito Democratico, poiché il superamento del berlusconismo non è possibile attraverso una “semplice alternanza di governo” è necessario il superamento almeno temporaneo del bipolarismo stesso.

Francesco Rutelli attraverso un semplice elenco puntato illustra quali saranno gli scenari futuri del paese. Anche se non è chiaro dove sia il nesso logico nei quattro punti illustrati propone una visione dell’Italia nuova e imputa proprio nel bipolarismo la principale causa dell’attuale crisi politica, concludendo con quello che sembra essere un auspicio piuttosto che una osservazione basata sui fatti: “un nuovo Polo politico nascerà. Nascerà su un coraggioso programma di governo”.

Il terreno di confronto è dunque ancora una volta il sistema dei partiti ed il suo rapporto con la società. Sebbene nelle scienze sociali parlare di leggi richieda una certa cautela, leggi intese come proposizioni derivanti da un sistema di assiomi e sottoposte ad una sistematica verifica empirica, esiste comunque un importante bagaglio di conoscenza accumulata sul rapporto tra istituzioni e sistemi politici.

Parlando di sistemi elettorali in particolare, l’insieme di proposizioni note come legge di Duverger, dal nome del sociologo francese, individuano, tra l’altro, una forte relazione tra il ricorso al sistema maggioritario ed la presenza di due grandi partiti. Più generalmente possiamo parlare di un approccio istituzionale che vede il sistema di partiti quale conseguenza della legge elettorale, cui si contrappone un approccio che invece cerca le principali spiegazioni al sistema di partiti nella natura dei partiti stessi e nelle spettro ideologico che caratterizza la società. Senza dover cercare di dimostrare la validità di questi approcci attraverso gli ultimi due decenni di storia politica italiana possiamo però fare alcune semplici osservazioni partendo dai risultati ottenuti dalle forze politiche dal 1994 ad oggi.

La prima è che pur rimanendo il nostro sistema politico quanto mai frammentato, la maggioranza degli italiani si è collocata dal 1994 in poi su due schieramenti ben definiti. Lo ha fatto con una legge elettorale mista di proporzionale e maggioritario, il Mattarellum dove i tre quarti dei deputati venivano celti in collegi uninominali e lo ha fatto sotto il sistema elettorale voluto da Berlusconi nel 2005 simpaticamente ribattezzato Porcellum, proporzionale con premio di maggioranza per la colazione vincente.

La seconda osservazione riguarda il rapporto tra partiti e cittadini. La nostra Costituzione individua proprio nei partiti il ruolo di tramite tra società e politica. Le forze politiche possono anche nascere in Parlamento, ma senza un confronto vero con i cittadini rimangono strumenti tattici per la creazione, o soprattutto lo sfascio, di maggioranze parlamentari, prive della legittimazione del voto popolare. In questi mesi si sta consolidando una forza politica di centro l’Alleanza per l’Italia nata da una mini scissione dal PD. All’inizio di settembre dovrebbe nascere Futuro e Libertà per l’Italia sostenuta da una pattuglia di deputati vicini al presidente della Camera Gianfranco Fini. E’ una importante conseguenza del divieto di mandato imperativo per i parlamentari, principio rivoluzionario che solo Berlusconi, dimostrandosi ancora una volta il contrario di un vero liberale, si affretta a stigmatizzare. Ora però per entrambe queste forze politiche la sfida dovrà essere anche forze nel paese per questo non sarà sufficiente soltanto una nuova legge elettorale proporzionale, sarà importante una proposta seria ai cittadini, senza di questa, ed i sondaggi parlano chiaro, il consenso di queste due nuove forze politiche sembra piuttosto limitato.

La terza osservazione è che la legge elettorale non può essere varata sull’emergenza di una crisi dei rapporti tra partiti e con lo scopo di favorirne alcuni rispetto ad altri. Questo è già accaduto nel 2005, la legge approvata infatti dal governo Berlusconi, ormai in evidente crisi di consensi, aveva infatti un obiettivo chiaro: garantire in qualche modo la tenuta del bipolarismo, assicurando però la rappresentanza politica delle formazioni più piccole a condizione che queste si alleino in coalizioni più grandi. Il risultato è stato quello di mantenere inalterata la riottosità delle forze politiche facendo aumentare, piuttosto che diminuire, i soggetti dotati di ciò che Sartori ha definito il “potenziale di ricatto”. Oltretutto la legge ha riposto completamente nelle mani delle segreterie dei partiti la scelta dei parlamentari, eletti in liste bloccate su base ragionale o sub regionale.

Per uscire dall’impasse che sembra imprigionare anche l’opposizione in uno dibattito sterile è bene ricordarsi che qualunque accordo politico sulle riforme istituzionali deve avere come obiettivo primario ricostruire il rapporto tra eletti ed elettori e tra società e partiti. Un rapporto talmente deteriorato che neanche la classe dirigente del nostro paese riconosce ai partiti alcun ruolo, come emerge chiaramente leggendo il testo di questo appello per l’uninominale firmato, forse distrattamente, anche da autorevoli esponenti del centro sinistra che nella foga di restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti vorrebbe togliere ai partiti il ruolo di tramite tra cittadini e politica che la costituzione stessa assegna loro.

Se questo accordo politico non dovesse, come sembra, essere all’orizzonte di fronte al rischio evidente che la crisi di governo paralizzi per mesi il nostro paese, il Partito Democratico nel prepararsi alle elezioni si prenda cura di ristabilire il principio della rappresentanza e di promuovere il rinnovamento della classe dirigente anche in assenza di riforme. In questa direzione è il caso di prendere seriamente in considerazione la proposta fatta il direttore de l’Unita, Concita De Gregorio per primarie in tutti i collegi. Una misura che non richiede una nuova maggioranza parlamentare e che, come scrive il direttore, farebbe in modi di restituire nelle mani dei cittadini la scelta dei candidati.

Francesco C.

*Foto Archivio Life

Cartoline da Orvieto – 2

Cartoline da Orvieto – 2

di Francesco C. Ero ad Orvieto per cercare di capire in che direzione stiamo andando. Chi come molti alcuni di noi si è avvicinato ad un partito politico per la prima volta ed ha sostenuto la mozione Marino all’ultimo congresso del PD sta vivendo, con sfumature diverse secondo il proprio territorio, una specie di “sindrome da abbandono”.

In effetti il movimento che si è raccolto intorno a Marino l’estate scorsa era composto sia dai nuovi iscritti: bloggers, movimentisti, attivisti, FB addicts;  sia da vecchi militanti magari ecodem, ex correntone, ex…..

Chi aveva precedenti esperienze di vita di partito sarà stato sicuramente più a proprio agio nella fase post congressuale di chi invece era approdato nel PD all’ultimo momento ed aveva preso la tessera il 21 luglio con una ragione precisa.

Facciamo però un gesto di onesta intellettuale: volontariamente o involontariamente le due componenti marinaie si sono rese partecipi di un momento fondamentale della vita di un partito politico. Cosa diversa sarebbe stato presentare una lista di contributi come esterni al PD su cui chiedere un confronto. Non è stato così, e dalla scelta di presentarci come soggetto interno al partito sono derivate una serie di opportunità e di responsabilità. Capire ed interpretare queste opportunità e responsabilità è quindi fondamentale per chiarire alcuni comportamenti dei nostri esponenti negli ultimi quattro mesi .

Cominciamo con le opportunità: non mi pare affatto sbagliato che ci sia stato un sforzo per le nomine dei nostri eletti all’interno degli esecutivi locali e regionali. Capisco che chiedere posti suona un po’ socialdemocratico (nel senso PSDI) ma allora che l’abbiamo fatto a fare il congresso? Credo anzi, al contrario di Civati, che nella fase immediatamente successiva al congresso “fare corrente” ci avrebbe invece fatto comodo perché una volta deciso di presentare una piattaforma distinta questo non può essere fatto in un’ottica di tipo elettorale dove chi vince governa e chi perde sta all’opposizione, il congresso si fa in un’ottica di partecipazione, quindi si diventa parte, seppur minoritaria, di un’organizzazione complessa. E’ chiaro il nostro essere in minoranza nel PD non pregiudica affatto il valore del nostro contributo, al contrario ci offre l’opportunità di crescere e diventare maggioranza, ma se non abbiamo rappresentanti all’interno degli organismi dirigenti difficilmente riusciremo a far sì che le “nostre buone idee” diventino le “idee del PD”.

Partecipare alla vita del partito non è solo un’opportunità, ma un dovere verso tutti quelli che ci hanno sostenuto nei congressi di circolo e magari in casa non hanno neanche un modem a 14.4Kbps è grazie a questi che siamo arrivati alle primarie. E’ anche un dovere  verso tutti quelli che ci hanno invece votato alle primarie e magari sono disgustati dal PD ma credono in Marino (e nei suoi candidati locali), con il loro voto siamo approdati nelle assemblee nazionali e regionali, nelle direzioni e negli esecutivi ora dobbiamo far vedere che siamo in grado portare avanti le nostre proposte, di are in modo che i nostri sì ed i nostri no anche i sì ed i no del PD.

Ed ora veniamo all’area Marino. Non si tratta di un’associazione, non ci sono tessere, e spero non ce ne saranno mai, si tratta piuttosto di un modo di coordinare gli eletti ed i sostenitori iscritti o meno al PD attraverso un contenitore nazionale e dei contenitori regionali, per ora ancora embrionali, nel sito Cambia l’Italia. Il resto è ancora tutto da costruire eppure alcune delle funzioni di quest’aria mi paiono evidenti innanzitutto combattere quelle specie di sindrome di abbandono e di smobilitazione che ha seguito la fase post congressuale. Perché alle fine se ci sono le idee e le persone che le condividono non dovrebbe essere difficile stare insieme, e nel nostro caso a differenza di altri, le idee chiare non mancano. La creazione di un’area ha anche una funzione di supplenza, dove il PD non vuole o non è capace di confrontarsi attraverso le sue articolazioni in forum noi non ci tireremo indietro e come ha annunciato Marino il forum “diritti e cittadinanza” assente tra i forum “ufficiali” lo faremo noi.

Una domenica d’autunno. Analisi del voto

Una domenica d’autunno. Analisi del voto

Mentre stanno divenendo definitivi i dati delle primarie di domenica 25 ottobre cominciano ad arrivare le prime riflessioni sul voto.
Prima di analizzare il dato nazionale e quello locale è però necessaria una premessa. Spesso ci sentiremo dire che dire che la mozione Marino ha preso voti da una o dall’altra mozione. Si tratta di un errore perché è più corretto dire che le tre mozioni sono cresciute diversamente rispetto ai voti del congresso. Anzi solo la mozione Marino è cresciuta in rapporto alle altre due mozioni, questo perché non doveva convincere gli elettori delle altre mozioni bastava trovarne di nuovi. Come mozione, ne abbiamo trovati molti e, credetemi, abbiamo fatto il massimo per quanto siamo (s)conosciuti. Veniamo ad una breve analisi del voto:

Veniamo ad una breve analisi del voto:

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La mozione Marino è l’unica che dice dei SI e dei NO con chiarezza

Nello scorso mese di Luglio decisi di aderire alla mozione di Ignazio Marino perché era il terzo uomo, l’unico uomo nuovo, il candidato fuori dagli schemi, fuori dagli apparati, fuori dalle correnti e dalle appartenenze passate. E’ un uomo che è fuori dall’eterna lotta tra Veltroni e D’Alema che ormai dal lontano 1995 sta dividendo la sinistra italiana; è un uomo che non è ne un ex margherita ne un ex DS, ma un democratico nel vero senso della parola che ha come obbiettivo un rinnovamento radicale del PD. Durante i primi incontri dei volontari senesi per Marino ho incontrato persone nuove e giovani, molte delle quali non avevano mai fatto attivamente politica, come nel mio caso, oppure che se ne erano allontanate perché deluse dalle posizioni di stallo delle forze progressiste in Italia. Ho incontrato ricercatori, medici, insegnanti, infermieri, professionisti, impiegati, pensionati e anche molte persone che avevano deciso di aderire al PD per sostenere Marino, ma soprattutto ho incontrato persone che avevano scelto Marino non per tattica, strategia o per convenienza, ma perché convinti delle sue idee chiare ed innovative e animati da tanta passione che è un elemento fondamentale per fare politica. La mozione Marino è l’unica che dice con chiarezza dei SI e dei NO senza “forse” o “ma anche” questo perché è l’unica mozione dove non ci sono al proprio interno correnti e divisioni che impediscono di prendere posizioni chiare su certi temi.

Leonardo Boschi candidato all’assemblea regionale per la mozione Siliani per Marino Segretario