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Risparmiare sulla semina? Il resoconto

Risparmiare sulla semina? Il resoconto

Si è svolto Lunedì 7 Giugno un iniziativa pubblica a cura del gruppo senese del PD-Area Marino sul tema:

Risparmiare sulla semina? “Scuola” è la parola che disegna il futuro. Non è solo un capitolo del Bilancio dello Stato, ma il più  grande investimento sul capitale umano e sul futuro del nostro Paese. L’Educazione non si taglia. Qualità alla Scuola Pubblica.

Relatori: Francesca PUGLISI Responsabile Nazionale scuola del PD; Simonetta PELLEGRINI Assessore provinciale formazione professionale e istruzione ; Daniela LASTRI Consigliere regionale, responsabile regionale dell’Area Marino-Cambia l’Italia ed ex assessore all’Istruzione  del Comune di Firenze.

L’iniziativa rientra in un programma di “ascolto e proposte” che il Gruppo dell’Area Marino della Toscana ha organizzato negli ultimi mesi su temi quali “Futuro della natura” a Talamone; “Omofobia” a Follonica con Paola Concia e Ivan Scalfarotto; e “Diritti Civili – Biotestamento” a Colle Val d’Elsa con Simone Siliani.

I relatori si sono soffermati sugli effetti del “riordino Gelmini” degli ordinamenti scolastici superiori e sui tagli alla scuola primaria e secondaria di primo grado. “Riordino” e tagli che trovano la loro origine e la motivazione del loro inarrestabile procedere nella L. 133/2008, finalizzata a “razionalizzare” l’utilizzo delle risorse umane nella scuola al fine di conseguire un significativo risparmio nelle parti del bilancio dello stato destinata alla scuola pubblica.

Il “riordino” della scuola secondaria superiore, spacciato per riforma, rappresenta in realtà un aggiustamento dell’esistente, senza alcun salto di qualità nei modelli educativi e nell’organizzazione scolastica; un sicuro impoverimento professionale ed economico per le scuole, scambiato con le impraticabili possibilità offerte dall’autonomia:

per le scuole medie superiori, conferma l’impianto di una scuola organizzata per classi di età e per discipline, accentuando la gerarchizzazione “gentiliana” tra Licei, Istituti Tecnici e Istituti Professionali;

va in controtendenza rispetto ai tentativi di integrare le filiere del sistema di istruzione accentuandone la separatezza (licei | istruzione tecnica | istruzione professionale | istruzione e formazione professionale | formazione in apprendistato);

non fornisce mission e obiettivi chiari all’istruzione professionale, schiacciata fra istruzione tecnica e formazione professionale, affidandone le sorti alle alterne e divergenti strategie regionali;

taglia sensibilmente le ore nei tecnici e nei professionali e non le prevede ai licei, e riduce la compresenza dei docenti specialisti del laboratorio; con classi sempre più numerose e laboratori sempre peggio attrezzati per i tagli delle risorse, la tanto citata laboratorialità sarà “virtuale”;

manca del coraggio di ridurre la durata della scuola secondaria di un anno (per la ragione che non avrebbe consentito di fare immediatamente “cassa”) adeguandola al quadro europeo, presentando un anno terminale poco caratterizzato e significativo;

aumenta la consistenza numerica delle classi, frustrando la possibilità di personalizzare gli apprendimenti e obbligando a “seconde” scelte di ripiego, come già accade negli ordini inferiori, studenti e famiglie in “sovrannumero” rispetto al numero minimo e massimo di studenti per classe;

allontana dalla scuola gli insegnanti più giovani, frustrando motivazioni e investimenti;

non prevede alcuna innovazione sul versante della governance scolastica, sui modi e i tempi dell’organizzazione scolastica, rendendo difficilmente praticabile qualsiasi tentativo di innovare l’offerta formativa;

riconduce gli spazi dell’autonomia scolastica (attività opzionali, materie facoltative, arricchimento dell’offerta formativa) al “deserto delle risorse” rendendoli realizzabili solo facendo leva sull’acquisizione di risorse dagli Enti territoriali (su cui si sta abbattendo la scure della manovra economica) o direttamente dalle famiglie attraverso i contributi “volontari”;

non contiene alcuna idea nuova di scuola, in grado di affrontare la discesa dei livelli medi di preparazione dei giovani italiani, confrontati con i giovani europei, e di ripensare l’educazione nell’era dei “nativi digitali” e della globalizzazione.

Per quanto riguarda gli effetti sulle scuole elementari sono già percepibili dalle famiglie e mettono in crisi un modello di qualità, come riconosciuto dai principali organismi internazionali. I tagli  portano alla  riduzione del tempo pieno nelle elementari, alla scomparsa della compresenza dei maestri, alla riduzione significativa dell’insegnamento di sostegno. In Provincia di Siena nel 2009/10 i tagli tra personale insegnante e non insegnante ha toccato 150 posti. Peggiore il quadro che si sta profilando per il prossimo anno scolastico. Il peggioramento del servizio educativo della scuola pubblica è sotto agli occhi di tutti: nell’immediato, si nega ad una parte delle famiglie il modello di scuola prescelto per i propri figli. Infine la situazione finanziaria delle scuole, al “collasso”, con il Governo centrale che si “dimentica” di saldare i debiti contratti verso i singoli istituti, costretti a fare ricorso improprio ai contributi volontari dei genitori.

I processi di riforma non sono in alcun modo orientati all’equità, accentuando un quadro di differenziali, territoriali, socio-culturali, intergenerazionali che costituiscono i nodi irrisolti della crisi del nostro paese.

La riunione, a cui sono intervenute circa 50 persone, si è caratterizzata per le numerose proposte uscite dagli interventi dei presenti, sia studenti, che insegnanti, che genitori. Fattore comune : “Riportare a considerare la cultura e la formazione un investimento per il futuro, responsabilizzando gli amministratori, i politici e gli operatori della scuola”.

Si è discusso delle modalità per contrastare la dispersione scolastica, con una scuola flessibile e capace di personalizzare i propri obiettivi, inclusiva e di qualità. Da più parti è stata avanzata la considerazione di quanto sia folle l’idea di ridurre gli investimenti in educazione (risparmiare sulla semina) e urgente la necessità di aumentare le risorse per il sistema di istruzione, come fanno in tutta Europa sulla base dei traguardi fissati da Lisbona 2020 (la conoscenza come fattore di ricchezza). Più risorse assegnate in modo selettivo, valorizzando le esperienze migliori e intervenendo sulle aree di criticità: autonomia e valutazione devono muoversi di pari passo, per consentire agli operatori della scuola, dal ministro agli insegnanti, di verificare la bontà delle scelte effettuate. E così restituire alla scuola una funzione sociale e di sviluppo dei territori.

Nelle conclusioni alcune proposte concrete per tutelare la qualità nelle scuole italiane. Tra queste:

rimettere al centro delle riforme lo studente e l’apprendimento, pur considerando la gravità dell’impatto diretto dei cambiamenti sui lavoratori della scuola e sul sistema sociale del paese;

dare piena attuazione al titolo V della costituzione, aumentando ruolo e responsabilità degli enti territoriali;

aggiornare i dispositivi dell’autonomia scolastica, potenziando la governance, anche con la presenza di nuove figure e ruoli, e procedendo celermente alla costruzione di un sistema nazionale di valutazione;

riformare lo status giuridico ed economico della professione insegnante, differenziando i ruoli e premiando l’impegno di coloro che operano nelle realtà più difficili;

rivedere i meccanismi di reclutamento del personale in modo da ridurre l’eta media del personale e non disperdere il patrimonio di motivazioni e professionalità dei docenti più giovani, spesso precari e a rischio di emarginazione lavorativa e sociale.

Gli organizzatori dell’iniziativa, nell’intento di portare un contributo concreto alla discussione che ci sarà nei Circoli Pd nelle prossime settimane per il rinnovo dei Coordinatori e Segretari Unioni Territoriali, metteranno prossimamente in Rete  ulteriori proposte emerse nel corso della serata.

*Nella foto: Carmel Woods School. Fonte Life

UNA TERRA AD ALTA DENSITÀ DEMOCRATICA

Siena, 1 giugno 2010

Piattaforma politico – programmatica dell’Area Marino per il congresso dell’Unione territoriale di Siena

IL NOSTRO CAPITALE

I risultati delle ultime elezioni regionali hanno visto la provincia di Siena confermare i suoi tratti di terra dei democratici. Un cittadino su due nella nostra provincia ha sostenuto il Partito Democratico. Il radicamento e l’esistenza stessa del Partito Democratico discendono dunque dalla fiducia espressa dagli elettori, prima ancora che dai suoi dirigenti e dai suoi iscritti. Una fiducia che garantisce il funzionamento e la rappresentatività delle istituzioni ma che da sola, senza il lavoro dei dirigenti nel coinvolgere gli iscritti e gli elettori nell’elaborazione della politica e nei processi decisionali, non riuscirebbe a mette al riparo il nostro radicamento da una lenta frantumazione.

Nel nostro territorio, come nel resto del nostro paese, sono in atto processi di cambiamento del tessuto sociale ed economico che ridisegnano profondante i tratti delle nostre comunità. A rischio, oggi, non è solo il consenso alle forze politiche di centro sinistra, ma l’insieme intero di relazioni e valori condivisi alla base della vita democratica.

Il Partito Democratico nel nostro territorio contribuisce assieme alle altre formazioni politiche all’esistenza di quelle reti sociali e di rapporti tra cittadini che hanno un valore collettivo fondamentale. Il Partito Democratico con i suoi circoli, le sue feste e le sue iniziative è un attore fondamentale nella produzione di quel capitale sociale che è componente chiave per la costruzione ed il mantenimento della democrazia.

Questo capitale sociale si nutre di partecipazione, per sostenerlo è necessario allargare la partecipazione dei nostri elettori e dei nostri iscritti anche al di fuori delle naturali scadenze elettorali attraverso l’istituzione e l’identificazione di forum tematici permanenti quale luogo di elaborazione e proposta politica del partito cui sia garantito il diretto collegamento con gli organismi dirigenti accanto ad una adeguata organizzazione del loro lavoro.

UNA CASA NUOVA PER TUTTI

Il Partito Democratico è una casa nuova per tutti. Lo è per gli elettori e gli iscritti provenienti dai due principali partiti fondatori come lo è per tutti coloro i quali si sono avvicinati ad un partito politico per la prima volta. Il Partito Democratico non è però nato da un semplice restauro di uno dei suoi soggetti fondatori, ma è un edificio nuovo, con sensibilità diverse ed espressioni plurali, dotato di regole certe date dai propri statuti.

Come per ogni trasferimento in una nuova abitazione è normale che vi sia un periodo di adattamento nel quale cercare le proprie coordinate, come è normale fare riferimento alla vecchia abitazione per cercare di orizzontarsi. Oggi dopo due anni e mezzo possiamo dire di conoscere le nostre nuove coordinate.

Possiamo dire che questa è la casa di tutti e che il Partito Democratico riconosce e favorisce la libertà e il pluralismo interno. Possiamo dire che il Partito Democratico, nella ricerca di soluzioni unitarie ed autorevoli per la guida del partito nei rispettivi livelli territoriali, riconosce fin dalla composizione degli organi esecutivi tutte le proprie sensibilità. Possiamo dire che nel Partito Democratico tutte le componenti culturali hanno pari dignità e partecipano all’elaborazione politica condividendo l’accesso a tutte le risorse del partito.

Il Partito Democratico è la nostra nuova casa e tutti ne abbiamo le chiavi.

PERSONE AL SERVIZI DEI CITTADINI

Dopo due anni mezzo dalla propria fondazione il Partito Democratico si avvia con i congressi locali a chiudere la lunga fare transitoria che ha visto un continuo ricambio del proprio gruppo dirigente al livello nazionale come a quello locale. La chiusura di questa stagione congressuale deve consegnare alle unioni territoriali e comunali un gruppo dirigente riconoscibile e condiviso da tutto il partito. Al segretario territoriale ed ai segretari comunali viene chiesto l’impegno alla guida del partito per la durata del mandato prevista dalle regole statutarie. Con l’elezione dei segretari territoriali e comunali, il Partito Democratico si avvia a coinvolgere i propri iscritti in scelte che potranno essere modificate solo attraverso una nuova consultazione degli iscritti.

I segretari ed i gruppi dirigenti delle unioni territoriali e comunali sono prima di tutto cittadini al servizio dei cittadini, cui è richiesto di rispettare le regole di incompatibilità previste dallo statuto nazionale e da quello regionale, accanto alla massima trasparenza riguardo alle eventuali appartenenze ad altra associazione e rispetto ad eventuali incarichi, pubblici e privati ricoperti al momento dell’incarico.

UNA RAPPRESENTANZA COSTRUITA INTORNO ALLA PERSONA

Il Partito Democratico ha negli organismi previsti dallo statuto nazionale e regionale la capacita di rappresentare i propri iscritti ed allo stesso tempo designare i necessari spazi e momenti di elaborazione politica e di confronto. Il largo numero dei componenti delle assemblee territoriali e comunali e della direzione provinciale ed il riequilibrio proporzionale previsto dai regolamenti congressuali corrono il rischio di disegnare organismi pletorici scarsamente frequentati e composti esclusivamente sulla base delle appartenenze alle differenti aree culturali.

Accanto alla necessaria rappresentanza di genere il Partito Democratico deve anche,  prendere in considerazione le diversità della nostra società, la voglia di mettersi a disposizione e le capacità dei singoli nella scelta dei candidati alle assemblee rappresentative ed ai direttivi. Il Partito Democratico nel farsi promotore del ricambio generazionale e della cultura del merito deve saper migliorarsi anche al proprio interno aprendosi alle migliori energie che la nostra società offre.

IL PARTITO DEI DIRITTI, D       ELL’AMBIENTE, DEL LAVORO

Il nostro territorio non è immune dai cambiamenti sociali ed economici che riguardano il nostro paese ed il mondo intero. Nuove tensioni politico sociale sono generate sia da fattori esterni al sistema locale sia interni.

Nella nostra provincia rispetto alla continua migrazione interna da altre aree del nostro paese si è innestata negli ultimi vent’anni una forte immigrazione da paesi stranieri. Oggi un residente su dieci nella nostra provincia ha origini straniere ed entro una generazione la geografia sociale del nostro territorio sarà profondamente mutata. Poiché l’immigrazione non può essere separata dalla questione della cittadinanza il Partito Democratico deve dotarsi di un forum provinciale permanente su diritti e cittadinanza e dove necessario deve coordinare eventuali tavoli comunali sullo stesso tema.

Accanto alla crisi finanziaria ed economica globale, la crisi dell’Università di Siena e la vera e propria emergenza nelle scuole dovuta ai tagli del Governo hanno messo in luce quanto la questione del lavoro riguardi anche nel nostro territorio le professioni intellettuali. Il Partito Democratico deve ripensare le questione lavoro confrontandosi con tutte le forme di precariato dotandosi di un forum tematico aperto a tutte le realtà contemporanee del lavoro e, dove necessario, ripensare il proprio approccio verso la scuola, l’università, la pubblica amministrazione.

La crescita economica nella nostra provincia ha troppo spesso sfruttato il consumo del territorio e cavalcato i movimenti del mercato immobiliare per creare nuova ricchezza. Il risultato è stato l’immissione di un numero considerevole di unità immobiliari, sopratutto nel capoluogo e nei comuni limitrofi senza risolvere il problema abitativo di molti cittadini. Il nostro territorio sconta ancora una fortissima carenza infrastrutturale con un dibattito che negli ultimi due anni e stato inutilmente prigioniero delle questione aeroporto. Il Partito Democratico deve subito dotarsi di uno strumento di confronto sulle questioni ambientali che si avvalga anche delle competenza scientifiche presenti sul territorio oltre che della partecipazione degli amministratori e delle forze imprenditoriali.

Oggi i temi ambientali si legano a quelli economici, in particolar modo in una fase di crisi economica e finanziaria dove il rapporto tra costi ambientali e benefici occupazionali delle tradizionali attività industriali è troppo elevato, e la pressione antropica sulle risorse (acqua, aria, energia) è probabilmente ad un limite. Il Partito Democratico deve dunque istituire un forum tematico relativo alle problematiche energetiche ed ambientali anche per il PD senese.

Chiediamo infine che i coordinatori dei forum tematici siano membri effettivi dell’esecutivo e che siano scelti sulla base di competenze e autorevolezza dimostrate nei ruoli svolti nella società e nella vita pubblica.

Democratici per i Referendum sull’Acqua Pubblica

Democratici per i Referendum sull’Acqua Pubblica

In questi giorni è partita la raccolta delle firme per i referendum abrogativi delle norme, volute dal governo, che – nella sostanza – impongono di collocare sul mercato la gestione di tutti i servizi pubblici essenziali locali, e che dunque determineranno anche per l’acqua gestioni ispirate a logiche privatistiche, con tutto quel che ne consegue.

Si tratta di una pessima legge, perché impone di vendere importanti quote pubbliche delle aziende erogatrici, anche contro la volontà delle comunità e delle istituzioni locali.

Non possiamo accettare la visione ideologica secondo la quale solo l’intervento del privato e il mercato possono garantire efficienza e funzionalità operative.

Al contrario, proprio sulla gestione dell’acqua occorre essere certi che a prevalere sia l’interesse pubblico, e che non si producano gli effetti distorsivi a danno degli utenti e dei consumatori che la ricerca del profitto inevitabilmente provoca, soprattutto in una situazione di assenza di concorrenza.

Come giustamente si dice, l’acqua è un bene comune, essenziale e insostituibile per la vita, deve essere garantita a tutti nel rispetto dei vincoli ambientali e al massimo livello di qualità, secondo principi di equità, solidarietà e sostenibilità.

Anche acquedotti, depuratori e fognature sono  beni pubblici, da gestire con criteri di efficienza ed economicità secondo logiche industriali in grado di assicurare costi sostenibili e qualità del servizio. E non può che spettare all’autonomia delle varie realtà locali decidere come meglio applicare questi principi, da cui però non si può derogare.

Bene ha fatto perciò il Partito Democratico ad opporsi con forza in Parlamento all’approvazione di queste norme, imposte solo attraverso l’ennesimo voto di  fiducia. Occorre portare questa battaglia ideale anche tra i cittadini.

Dobbiamo affermare con forza che solo i valori del servizio pubblico possono garantire una corretta gestione degli acquedotti e di tutte le aziende erogatrici di servizi pubblici, contrastando l’opinione – questa si tutta ideologica e politica – che la privatizzazione sia la panacea di tutti i mali della struttura pubblica.

Con altrettanta chiarezza diciamo anche che non ci accontentiamo del controllo pubblico sulla gestione, come non possiamo accettare localismi o visioni nostalgiche del buon “vecchio tempo antico”.

Vogliamo un servizio pubblico efficace come e più di un’impresa privata.

Chi ha a cuore l’interesse pubblico non deve avere nessuna remora verso processi di aggregazione capaci di assicurare alle aziende distributrici le dimensioni e le capacità necessarie per gestire, al meglio e nell’interesse dei cittadini, servizi così rilevanti ed importanti.

Altrettanto importante è la tutela dei diritti dei cittadini e degli utenti.

L’esperienza insegna che non basta la proprietà pubblica perché d’incanto spariscano i problemi delle aziende.

Né il pericolo della degenerazione burocratica del rapporto con i cittadini può esser evitato con i numeri verdi o insoddisfacenti  “call center”.

Occorre perciò pensare a forme nuove di tutela degli interessi degli utenti che servano da stimolo e controllo all’efficienza delle aziende erogatrici.

Riteniamo, perciò,  necessario introdurre forme di controllo sociale sull’attività ed i programmi delle aziende erogatrici, in cui sia possibile un confronto tra le istituzioni, gli utenti,  le organizzazioni dei consumatori e le categorie sociali.

Proponiamo anche di creare una struttura “amica” del cittadino, una figura di garante degli utenti,  eventualmente estendendo in modo incisivo i poteri dei Difensori Civici regionali, a cui qualunque utente  possa  rivolgersi  con forme semplici e senza spese  per  segnalare disservizi e chiedere la tutela dei propri diritti.

La società chiede alla politica di cambiare, di ritrovare una maggiore sintonia con i cittadini. Non è una richiesta da poco, ma la condizione necessaria per il PD e l’intero centrosinistra per vincere la sfida con la destra.

Si tratta di quella “buona politica” di cui il nostro paese ha un disperato bisogno.

Con convinzione, dunque, daremo il nostro contributo perché il PD dia vita ad una proposta di legge di iniziativa popolare per una completa e radicale riforma del servizio idrico.

Di questo impegno è parte anche l’appoggio, che oggi vogliamo manifestare, alla raccolta delle 500.000 firme necessarie per l’indizione dei referendum.

Per noi è la stessa battaglia, che chiediamo a tutti i cittadini di sostenere.

Daniela Lastri, Simone Siliani, Alessandro Lo Presti, Massimo Matteoli, Giuliano Gasparotti, Luigi Dallai, Simone Mangani, Samuele agostini, Margherita Rinaldi, Marina Manfrotto, Davide Leonelli, Giacomo Zucchelli, Donatella Becattini, Giorgio Pernisco, Anna Rita Panetta, David Corsi.

ANALISI DEL NON VOTO

ANALISI DEL NON VOTO

Di Fausto Tanzarella. Sì, il non voto è ancora il problema. Dicono: Grillo ci ha fatto perdere il Piemonte.
Non credo. Chi ha votato 5 stelle, non ci fosse stato quel simbolo non avrebbe votato.
Troppi elettori potenzialmente di sinistra restano a casa, perché non credono più nella
politica dei partiti. Anche da questa valutazione partì, anni fa, il progetto del Partito Democratico,
ricordate? Un partito come quello che avevamo sognato di costruire avrebbe intercettato quest’area
di scontento e disillusione. Ma quel partito non è mai nato, non hanno voluto che nascesse e, temo,
non nascerà mai. Cominciamo, serenamente, pacatamente, a prenderne atto.

Il PD è un grosso partito, ben strutturato, che ha buone ramificazioni in termini di gestione del
potere e amministrazione di clientele in varie zone del paese. A tenerlo in piedi è l’autoalimentazione
del potere in sè per sè (Siena nè è un brillante esempio). Olter a questo c’è la rete
di strutture intermedie, sindacati, cooperative, acli, arci e bocciofile varie che aiutano.
Ma il PD sta pressoché azzerando la sua potenzialità di partito d’opinione, di polo attrattivo di opzioni culturali,
nuovi disagi sociali, fermenti…. E si perde.

Poi è vera anche una cosa che, udite, udite, diceva ieri Alfano a Ballarò (a chiunque, ogni diceci anni, può
succedere di aver ragione): Cota, Polverini, Scopelliti, Caldoro, Zaia, sono tutti,qualcuno abbondantemente, sotto i 50 anni.
I nostri candidati erano tutti in media INPS.

Cioè il partito non si rigenera, non vive un turno over.

Sì, la mia analisi è spietata, ma il medico pietoso fa morire l’ammalato, chi dorme non piglia pesci e chi
non risica non rosica.

Perché non sia una sconfitta inutile

Perché non sia una sconfitta inutile

di Ivan Scalfarotto (per l’Unità)

L’unica cosa peggiore di una sconfitta gravissima è una sconfitta inutile. Il senso di frustrazione che milioni di democratici italiani hanno provato ieri mattina credo stia tutto là. Abbiamo perso queste elezioni regionali senza appello e senza nemmeno aver fatto molto, dalla Campania al Veneto, che rendesse la sconfitta un punto di partenza per la ricostruzione. In questa giornata nella quale tutti noi abitanti del nord ci siamo svegliati, nostro malgrado, parecchio più padani di ieri, due storie raccontano meglio di mille parole la nostra svogliatezza e la nostra miopia.

Nella provincia di Treviso, “Pars Infidelium”, Laura Puppato ha preso il doppio dei voti del più votato dei leghisti. A Monza, Lombardia Formigunensis, Pippo Civati ha surclassato in preferenze molti candidati del centrodestra. Pippo e Laura non sono due sconosciuti: entrambi presiedono forum del partito, entrambi siedono in Direzione Nazionale. I nomi di entrambi erano circolati insistentemente per la candidatura alla presidenza delle rispettive regioni e scartati senza troppe discussioni. Avrebbero perso lo stesso se avessero corso? Forse. Avrebbero perso in modo così disonorevole come chi li ha sostituiti? Forse no, ma non è questo il punto. Il punto è che oggi, in Lombardia e Veneto abbiamo perso l’occasione di avere in sella due leader credibili per il futuro, due persone la cui presenza in un ruolo di leadership avrebbe significato costruire sui territori un’alternativa solida e credibile per il domani.

E’ per questo che sentir parlare dal nostro segretario di un’inversione di tendenza aggiunge la beffa al danno: chi la gestirà l’inversione di tendenza, Bortolussi? O sentir parlare di modello ligure (nove sigle contro le otto del Titanic dell’Unione) quando l’unico successo a cui oggi possiamo aggrapparci è evidentemente quello politicamente opposto di Nichi Vendola, colui che abbiamo sottoposto all’attacco del fuoco amico poiché qualcuno sosteneva che con lui non avremmo vinto mai. Abbiamo tenuto una strategia debolissima sulle candidature, che quando non erano discutibili nel merito lo erano senza dubbio nel metodo: vedi il caso Bonino, candidata fuoriclasse capitataci più per inerzia che per precisa volontà.

Non siamo riusciti nemmeno dove la leadership bersaniana avrebbe dovuto spingerci al successo: avremmo dovuto essere quelli che parlavano al nord e ai ceti produttivi, e si è visto com’è finita.Aggiungiamoci l’astensionismo, il successo delle liste collegate a Grillo, la Lega che sfonda anche nelle regioni rosse e la sconfitta attesa nelle terre di Bassolino e di Lojero e si capisce quanto urgente sia a questo punto pensare in modo concreto e, se mancasse la lungimiranza, almeno con grande generosità al futuro. E certo non solo per chi ieri mattina si è svegliato, suo malgrado, parecchio più padano di prima.

RIFLESSIONI SUL DOPO VOTO

RIFLESSIONI SUL DOPO VOTO

di Luigi Dallai. La premessa è che siano inevitabilmente più vicini a Vendola che a Casini, e quindi a D’Alema…, ma che nemmeno il buon Nichi avrebbe vinto se l’UDC si fosse schierata con il PDL. E’ un fatto che Adriana Poli Bortone abbia determinato consapevolmente la sconfitta del centrodestra pugliese, nella sola regione, forse insieme a Lazio e Marche, dove gli elettori dell’UDC possono davvero considerarsi l’ago della bilancia tra centrodestra e centrosinistra. Altrove, l’elettorato UDC sembra naturalmente incline a supportare il centrodestra, del quale condivide programmi e principi, e solo quando raggiunge percentuali rilevanti il suo elettorato diventa anche di opinione e antiberlusconiano. Come facilmente sperimentabile in Toscana, i progetti politici di PD e UDC sono per larga parte alternativi. Forse converrebbe discuterli nel merito evitando tatticismi che sfociano nel ridicolo e cercando di vedere se è possibile far coesistere le aspirazioni della gente di sinistra con le posizioni centriste. Altrimenti molto meglio lasciar perdere. Non sarebbero invece alternativi ai nostri i programmi dell’IdV, formazione spesso priva di grossa visibilità a livello locale, ma che prende percentuali significative un po’ dovunque sfruttando le incertezze del PD. Davvero si rischia di essere ripetitivi dicendo che la proposta politica del PD è contraddittoria.

Pierluigi Bersani ha ribadito più volte la volontà di parlare delle questione vere che interessano la gente, ma è stato il primo a lasciare questa affermazione priva di contenuti. A dire il vero non siamo affatto sicuri che il PD abbia una politica nazionale che possa affrontare i problemi della gente. Probabilmente non è facile averla, e certo non è facile averla se gli uomini che la rappresentano sono da decenni gli stessi, pur al mutare delle condizioni culturali, politiche ed economiche del paese. Essi basano la loro forza su rendite di posizione certe senza mai mettersi in discussione.

Ciò che appare chiaro è che senza una valutazione degli atti politici e/o amministrativi compiuti a livello locale, regionale, nazionale, non esisteranno mai figure nuove e dirompenti all’interno del PD. E’ sintomatico che di fronte agli scempi di questo governo in tema di scuola, ricerca, diritti, economia, ambiente, nessuno abbia potuto rivendicare gli atti compiuti dal governo Prodi. L’esempio contrario e virtuoso ce l’ha offerto Enrico Rossi, che ha più volte rivendicato le scelte compiute dalla giunta regionale di cui faceva parte. Ce l’ha offerto Nichi Vendola, che pure ha avuto una gestione regionale travagliata; e ce lo aveva offerto Renato Soru, tempo fa, ed in condizioni diverse. Si può gestire il potere in molti modi; chi ha amministrato la Regione Toscana l’ha utilizzato per migliorare le condizioni di vita di molte fasce di cittadini ed è riuscito a mantenere il consenso politico senza inseguire le parole d’ordine del momento. Chi ha amministrato la Puglia è passato indenne dal ciclone degli scandali sanitari perché è risultato chiaro chi faceva affari e chi no, anche all’interno di una stessa giunta. Chi ha amministrato la Sardegna è caduto per cause più interne alla nostra coalizione che esterne, e certo rimane uno dei simboli della possibile rinascita di una regione difficile e di un modo diverso di fare politica. La capacità di dare credibilità politica ad una proposta amministrativa sta tutta nella possibilità di rivendicare le scelte fatte, oppure criticare, con onestà intellettuale ma apertamente, le scelte non condivise. Non fare questo, significa spianare la strada ai movimenti di protesta ed in fin dei conti, abdicare all’orgoglio di un partito e di una tradizione che ha fatto del buon governo il caposaldo del proprio consenso. In Toscana lo abbiamo fatto, a Siena ancora no.

SCONFITTA ED ERRORI PER IL PD. RESPONSABILITA’ DA NON ELUDERE

SCONFITTA ED ERRORI PER IL PD. RESPONSABILITA’ DA NON ELUDERE

Il commento del Sen. Ignazio Marino. Roma, 30 aprile – “Sarebbe un errore non fare autocritica oggi e non ammettere che il centro-sinistra esce sconfitto dalle elezioni regionali. Nel PD hanno prevalso le alchimie strategiche di un gruppo dirigente che opera senza ascoltare il paese, e infatti gli elettori non hanno capito e in molti casi hanno preferito un voto di protesta”. Così il senatore del PD Ignazio Marino commenta il risultato delle elezioni regionali.
“Va sottolineato il fallimento della classe dirigente del centro-sinistra nel sud, tranne in Puglia – afferma Marino – l’andamento caotico del PD in regioni come il Lazio e la Puglia, l’incapacità di interpretare le esigenze concrete del nord. Non si può pensare di trovare la soluzione ai problemi reali dei cittadini nel tatticismo delle alleanze. Le persone chiedono e meritano una visione più ampia e lungimirante della politica, fatta di programmi e idee concrete: dal no al nucleare a una politica che salvaguardi chi continua a perdere il posto di lavoro a una sanità trasparente e senza sprechi e poi diciamo una volta per tutte basta ad indagati nelle liste. Io credo che al centro-sinistra sia troppo vago nel progetto di società che propone: per esempio, sul lavoro Pierluigi Bersani aveva annunciato mesi fa la volontà di arrivare in tempi brevissimi a una posizione di sintesi per l’intero PD. Non se ne vede traccia. Lo stesso vale per i diritti o il welfare. Invece di compiacersi per la somma dei voti, si ammetta che non si è capito il Paese e si mettano in campo da oggi programmi concreti. Personalmente lavorerò con tutte le mie forze affinché questo avvenga ma dobbiamo voltare pagina senza esitazione”.
Quanto al risultato della Lega, Ignazio Marino conclude: “La Lega vince perché ha proposte chiare, sa dire sì o no, interpreta alcune esigenze delle persone. Io non condivido quasi nessun aspetto della politica della Lega ma non posso nascondere che il PD ha l’urgenza di recuperare sul territorio la fiducia della gente con determinazione e costruttiva autocritica. La politica di palazzo perde, sempre”.

Arrivano Loro

Arrivano Loro

Di Francesco C. Uno delle migliori invenzioni satiriche degli ultimi anni è l’esperimento di comicità collettiva del sito Spinoza.it. Oggi a ridosso dei primi risultati delle elezioni regionali il sito riportava una battuta micidiale:

«Mi ha chiamato mio cugino da Padova. Dice che ha dovuto fare lo 0039».

Forse possiamo dirci soddisfatti, qui la Lega non è il primo partito come in Veneto, non insegue il PdL come in altre regioni del nord, non ha superato le due cifre come in Liguria ed in Emilia Romagna.

Nella nostra provincia la Lega Nord si è fermata al 6% dopo l’1% del 2006, il 2% del 2008 il 5% del 2009. Ho passato un giorno e mezzo al seggio in una atmosfera di cortese collaborazione insieme ai carabinieri, agli scrutatori agli altri rappresentanti di lista vedendo passare i nostri elettori. La sezione dove sono stato rappresentante di lista, la stessa dove voto, raccoglie le belle ville di Val di Pugna, casali ristrutturati della Strada di Certosa ed i palazzi più recenti del Ruffolo. Ora mi chiedo chi siano quei 50 cittadini che hanno votato Lega Nord. Mi chiedo se si tratti della signora con il SUV infastidita dalla clientela del Bar dei Due Ponti quando si ferma a comprare il giornale oppure dell’operaio della Whirpool preoccupato dalla presenza di tutti quei muratori nei cantieri di Viale Toselli che non parlano la nostra lingua.

Piuttosto però di chiederci chi siano gli elettori che cedono al fascino del sapone anti immigrati distribuito nelle piazze, dobbiamo preparaci fin da adesso a dare a tutti gli elettori delle proposte politiche assieme a tutte le forze democratiche. Perché il rischio è la rinuncia ad essere protagonisti dell’agenda politica e l’alternativa che dovevamo costruire noi l’hanno costruita gli altri, altrove: in Piemonte per esempio.

Mercedes Bresso è stata una studiosa dell’economia verde, quando nessuno ne parlava ancora, per lei ecologica non è una parola con cui riempirsi la bocca ma è un campo di ricerca dove è riconosciuta al livello internazionale. La Bresso è quella delle lunghe trattative per la TAV, ma anche quella delle straordinarie Olimpiadi d’Inverno del 2006. La Bresso è stata sconfitta da Roberto Cota (nella foto il secondo da destra) per cui probabilmente economia verde significa imbottigliare l’acqua del Pò. La sua sconfitta è la dimostrazione della mancanza di un progetto serio per crescere, ormai sopravvivere nel Nord nonostante una tanto ricercata alleanza con l’Unione di Centro che doveva essere il fulcro della strategia del PD. Troppo facile sarebbe dare la colpa alla lista dei grillini, il contro argomento inviterebbe alla necessità di allearsi allora anche con la Lega Padana (che include Forza Toro e Fiamma Tricolore tra gli altri).

Il centro sinistra non perde solo il Piemonte governato bene, perde anche la Calabria e la Campania governate meno che bene e perde il Lazio dove aveva lanciato la sua sfida più innovativa e coraggiosa. Anche nelle nostre più regioni più sicure i risultati non sono entusiasmanti. Ma la sconfitta del Piemonte è la più grave perché giunge ancora una volta, come una cosa inattesa. L’unica vittoria è quella di Vendola, che ricordiamolo era il candidato alle primarie di SeL, noi avevamo proposto Boccia. Eppure il Partito Democratico si salva, fa meglio dei propri candidati e si mostra davvero come un progetto di lungo periodo: quale altro partito sopravvive a tre sconfitte e tre segretari in due anni? Eppure non cresce. Di fronte a questo governo e a questa destra è incapace di raccogliere lo scontento che cavalcano Di Pietro e le nuove liste Cinque Stelle.

Foto dal Quotidiano Nazionale. A Pian del Re la tradizionale cerimonia del prelievo dell’acqua dalla sorgente del Po, Roberto Calderoli, Umberto Bossi, Roberto Cota e Mario Borghezio.

Regionali 2010 Risultati di Siena

Regionali 2010 Risultati di Siena

In questo sito predisposto dall’Unione Comunale trovate i risultati delle Elezioni Regionali 2010:
https://sites.google.com/site/pdsienarisultati2010/risultati

Presto un nostro commento.

Il Governo della Toscana

Il Governo della Toscana

Di Francesco C. Enrico Rossi è stato presente in questi giorni a diverse iniziative nella nostra provincia. Chi ha già avuto modo di seguire Enrico Rossi in una delle sue tappe, dovrebbe aver cominciato a familiarizzare con l’approccio pragmatico e poco retorico del candidato alla presidenza. Un atteggiamento orientato a considerare le politiche pubbliche come strumento di soluzione dei problemi dei cittadini infatti gli incontri con Rossi hanno sopratutto rappresentato un’occasione importate per capire in quale direzione andrà il governo della nostra regione. Una questione di non poco conto, visto che le regione Toscana ha avuto e continuerà ad avere, insieme alle altre istituzioni del nostro territorio, un compito di supplenza obbligato dalla quasi completa assenza del governo nazionale. Un esempio per tutti è dato dall’acquisto del policlinico Le Scotte recentemente deliberato dalla giunta regionale che rappresenta un trasferimento quasi diretto di risorse al nostro ateneo attraversato dalla crisi di liquidità che tutti conosciamo.
Ma le politiche regionali non sono fatte solo di trasferimenti di risorse destinate a salvare situazioni in crisi. Le politiche regionali devono intervenire sul nodo principale che il governo Berlusconi non vuol affrontare o forse preferisce incoraggiare: quello della disuguaglianza.
L’immagine dell’Italia come una società immobile sembra essere ormai un noioso ritornello. Oggi però dovremmo cambiare parole perché le scelte fatte dal legislatore negli ultimi dieci anni più che rallentare la mobilità sociale hanno aumentato il divario tra ricchi e poveri. La società che ci lascerà in eredità il governo Berlusconi è quella delle barriere all’ingresso nella scuola, nel mondo del lavoro e nelle professioni.
La regione Toscana dovrà allora, nei limiti delle sue competenze, continuare a sostenere quelle politiche pubbliche che, specie in assenza di crescita economica, garantiscono il pieno sviluppo della persona: scuole di qualità , sanità e politiche della salute universali, università aperte e pubbliche. Farlo non vuol dire semplicemente chiedere più risorse, ma riflettere su come queste risorse sono allocate. Non è un compito semplice da affrontare, ma se l’esempio che verrà seguito sarà quello delle politiche della salute allora la strada giusta è già stata intrapresa.
Delineate queste sfide, le scelte che la Toscana farà nei prossimi dieci anni dipenderanno da una valida squadra di governo. Il nostro augurio è che l’impegno di Rossi a fare scelte in piena autonomia sia rispettato e che nel futuro governo della regione oltre alla fondamentale necessità di parità di genere il solo criterio di scelta sia dato dalle capacità dimostrate nei ruoli svolti nella società e nella vita pubblica.

Area Marino – Cambia l’Italia