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Manifesto per un nuovo spirito pubblico

Manifesto per un nuovo spirito pubblico

Pubblichiamo il “Manifesto per un nuovo spirito pubblico” discusso Sabato 1 Ottobre  scorso a Firenze all’iniziativa “etica e politica”

1. Necessità

C’è bisogno in Italia di un nuovo spirito pubblico.

Se vogliamo affrontare con qualche possibilità di successo l’asprezza della crisi economica e finanziaria, se non vogliamo restare a guardare passivamente il progressivo degrado della vita civile, dobbiamo venir fuori al più presto dal caos in cui si trova il sistema democratico, e ricostruire l’autorevolezza delle istituzioni politiche.

Ci vorrà del tempo per fare i conti pienamente con i cambiamenti prodotti in questi anni, nei comportamenti pubblici e privati, dal populismo dilagante, dall’invasione dei conflitti d’interesse, dalla demagogia anti italiana, da un esercizio del potere troppe volte oscuro, insincero, volgare, e infine corrotto.

Ma non ci riusciremo se non cominciamo da ora a costruire un nuovo spirito pubblico. Che metta al centro anzitutto l’onestà, la sincerità, la trasparenza. Che restituisca senso, dignità e riconoscimento alla cura degli interessi generali, dei beni comuni, delle ragioni dello stare insieme.

Questo nuovo spirito pubblico si costruisce anzitutto con il linguaggio della solidarietà, dell’unità e del civismo. E con una pratica della politica sobria e responsabile. Si costruisce con il coraggio della critica ai comportamenti che in questi anni hanno relegato in un angolo il patrimonio di civiltà del nostro Paese, ridimensionato i diritti e dileggiato i doveri, messo in discussione i valori dell’equità e della giustizia sociale e il rispetto delle diversità. In una parola: i fondamenti dell’etica civile, laica, repubblicana scritti nella nostra Costituzione, dai quali, invece, occorre ripartire. E nei quali sono descritti i due termini essenziali dell’essere morale individuale e collettivo: l’aspirazione alla “vita buona” e i doveri che ne derivano.

Ciò che caratterizza un nuovo spirito pubblico non è l’assenza del conflitto politico, non è la scomparsa delle differenze. E’ invece l’idea laica che nello spazio politico nel quale ognuno porta le proprie idee, vanno rispettate le regole senza prevaricazioni e abusi di potere e vanno valorizzati i percorsi individuali, le aspirazioni alla vita buona che ognuno ha dentro di sé e consentono agli altri di perseguire le proprie. E’ l’idea che il potere deve incontrare un limite, che tutti sono soggetti alla legge comune, e che questa si esercita nel riconoscimento delle libertà fondamentali degli individui.

Soprattutto, un nuovo spirito pubblico parte dalla consapevolezza che possiamo farcela a costruire un’Italia diversa e che vale la pena di spendere ciascuno qualcosa di sé in questa impresa.

Tocca alla politica fare il primo passo, e dunque farsi attraversare da un moto di rigenerazione morale, di senso etico del dovere, di dedizione all’interesse pubblico.

L’indignazione non basta più. L’indignazione verso ciò che sentiamo come una prevaricazione insopportabile ci dà la carica per reagire, per prendere voce pubblica, per riconoscerci in un movimento collettivo. Poi bisogna agire, fare ciascuno la propria parte. Anche perché tutti abbiamo da farci perdonare qualcosa, fosse soltanto il non aver capito in tempo, l’aver lasciato che le cose corressero così, l’aver pensato di potercela cavare da soli, l’aver ceduto alle banalizzazioni del “sono tutti uguali, gli altri”. Prendiamo esempio dal movimento delle donne, dalla sua carica unitaria e innovativa, dalla sua capacità di saper guardare al futuro di tutti.

La politica deve dare ora il segnale di voler riconquistare pienamente una dimensione collettiva e razionale.

2. Onestà, sincerità, trasparenza

Si diceva dell’onestà, della sincerità e della trasparenza. Queste sono, tra tutte, le prime competenze che deve dimostrare di possedere chi fa politica. Quelle che non bastano, ma senza le quali tutte le altre non servono a niente.

L’onestà e la trasparenza devono essere garantite da leggi stringenti e da codici etici adottati e sanciti dalle regole interne dei partiti. Leggi che oggi non ci sono, perché si ammette che un condannato per gravi reati possa accedere anche alle cariche più elevate. Codici che oggi non ci sono, e che quando ci sono non vengono applicati con la dovuta fermezza. L’onestà non la puoi imporre, ma con le leggi la puoi controllare, devi combattere il suo contrario. La trasparenza invece la puoi imporre, con le leggi e con i codici etici.

La sincerità può essere garantita solo dal diritto di cronaca, dalla libera espressione del pensiero, dal controllo da parte di una pubblica opinione avvertita, informata, esigente. Nel tempo presente, invece, il diritto di cronaca e la libera espressione del pensiero sono continuamente sotto schiaffo, mentre si fa largo la pratica nefasta della macchina del fango, del killeraggio a colpi di dossier. La giustizia è debole nel garantire i diritti, ed è lenta a colpire la macchina del fango.

3. Coraggio e riforme

Se vogliamo che si affermi un nuovo spirito pubblico, dobbiamo perciò avere il coraggio dell’elogio della mitezza e l’orgoglio dell’esercizio misurato del potere.

Ma un nuovo spirito pubblico, perché si diffonda nel corpo sociale e sia misura e criterio di apprezzamento dell’agire di ciascuno di noi, non può affermarsi veramente se non si ritrova nelle grandi istituzioni politiche e sociali, se non vive in buone e corrette leggi elettorali e in istituzioni per composizione e funzione autorevoli e degne di questo nome, se non si riconosce nel modo in cui viene gestito il servizio pubblico radio televisivo, e se la scuola pubblica viene abbandonata a sé stessa o la giustizia non funziona. I sostenitori del nuovo spirito pubblico sanno che devono dare battaglia per queste riforme.

4. Personalizzazione, populismo

Quanto alla politica, c’è da riflettere su come stiamo vivendo il processo di personalizzazione, che ha il merito di dare spazio ai talenti e alle qualità e il difetto di perdonare tutto ai vincitori. Il nuovo spirito pubblico di cui c’è bisogno non può che esaltare talento e qualità, ma non può perdonare a nessuno il tradimento dei valori declamati, la violazione delle regole comuni, la cattiva gestione del potere, men che mai al vincitore.

La cattiva personalizzazione si fa forza del clientelismo e dell’uso arrogante del potere e si esalta nel populismo. La miscela è esplosiva: tutto si può e si deve perdonare al potente di turno, a lui non deve essere richiesta né onestà, né trasparenza, né sincerità, anzi è lui stesso che detta i canoni della vita buona e la sua morale privata diviene criterio per ridisegnare la morale pubblica. Il gioco populista trasforma lo Stato di diritto in Stato etico, l’etica dettata dal Capo. La Costituzione è solo un orpello, i diritti inalienabili dell’uomo una inutile declamazione, non c’è più etica civile, laica, repubblicana. Per questa strada si dà il via alle leggi inumane verso gli immigrati, si apre la strada a divieti imposti non dalle leggi ma determinati da poteri amministrativi, si dà spazio all’omofobia, si punisce chi ha convinzioni diverse dalla maggioranza, si relegano nell’irregolarità le coppie che aspirano ad avere un figlio con la procreazione assistita, si cancella il diritto delle persone a ricercare la propria umana dignità al momento della fine della propria vita. E se un giudice osa rimettere le cose a posto, ce n’è anche per lui.

Nei regimi democratici, tuttavia, il gioco populista trova sul campo molti fieri avversari, anche quando, come è avvenuto in Italia, il populismo ha fatto breccia in tante culture politiche. Non tutto può essere abbattuto in un sol colpo. La democrazia ha sempre una sua forza, una sua legittimità popolare; lo Stato di diritto risorge infine ad ogni angolo. Fin quando ci sono le istituzioni della democrazia la lotta è sempre aperta. È in questo importante e largo spazio democratico che deve emergere un nuovo spirito pubblico, ed è da qui che deve partire la riscossa dell’etica civile, laica, repubblicana.

5. Il minimo

Se dunque volessimo redigere un piccolo memorandum di principi e regole minime per intraprendere l’impegno per fondare un nuovo spirito pubblico, potremmo dire alcune cose tra tutte:

  1. Nessun potere sia incontrollato. Nessun potere sia concentrato in poche mani, e soprattutto nessun potere politico si sommi nelle mani di chi detiene posizioni dominanti, nell’economia o nella finanza o nell’informazione.
  2. Nessuno, che sia chiamato a ricoprire cariche pubbliche, sia assolto dai suoi conflitti d’interesse.
  3. Nessuno possa sottrarsi al principio di uguaglianza di tutti di fronte alla legge, in particolare per le violazioni della legge penale in cui incorra.
  4. La politica sia vissuta in partiti veri, democratici, pluralisti; i partiti ricevano il finanziamento pubblico solo se dimostrano di praticare il principio democratico e in misura corrispondente alla loro capacità di auto finanziamento. Ogni finanziamento privato, diretto o indiretto, della politica sia reso pubblico.
  5. Nessuno, che sia chiamato a ricoprire cariche pubbliche, possa sottrarsi ai doveri di trasparenza, di onestà, di sincerità. Si dia vita diffusamente alle anagrafi degli eletti.
  6. Tutti quelli che ricoprono cariche pubbliche siano tenuti ad esercitarle con onore e dignità; nessuno possa esercitare insieme due cariche pubbliche, tranne che l’una sia condizione dell’altra.
  7. Nessuno, che ricopre cariche pubbliche, abbia privilegi, ma solo le prerogative che ne garantiscono, in relazione alla funzione esercitata e all’impegno richiesto, lo svolgimento con dignità, autonomia e indipendenza. Nessuno, che non abbia i mezzi per svolgere una carica pubblica, sia nei fatti impedito a farlo per questa ragione.
  8. Nessuno, che ricopre cariche espressione del potere sovrano dei cittadini, e che riceva un giusto compenso per il suo servizio, possa continuare a svolgere, nel corso del suo mandato, anche attività private redditizie.
  9. Nessuno, che ricopre cariche pubbliche, abbia il potere di impedire l’esercizio di critica sul suo operato, né di limitare, con leggi ed atti di governo, le libertà individuali e l’esercizio dei diritti riconosciuti come inviolabili.
  10. Tutti quelli che ricoprono cariche pubbliche siano tenuti a dare conto dell’impegno profuso nell’assolvimento dei propri compiti.

6. Partiti

Queste semplici cose appaiono in gran parte scontate. Ma non è così. Un nuovo spirito pubblico non potrà affermarsi se i partiti più sensibili a questa necessità non trovano il modo di tradurla nei propri comportamenti pratici, indicando la strada per affrontare quella questione morale che, nel suo significato più ampio, riguarda tutta la società.

Contiamo, in questo, molto sui partiti che oggi in Italia sono all’opposizione, e in particolare sul Partito Democratico che ne è la parte principale ed essenziale, e a cui è affidato dai cittadini il compito di costruire una credibile alternativa.

I sottoscrittori di questo Manifesto sono in gran parte iscritte e iscritti al PD e contano sul successo del suo progetto. In quanto iscritte e iscritti, hanno molte occasioni per dire la loro. Se oggi scelgono di usare anche questo strumento è perché vogliono rappresentare, insieme ad altre persone, un punto di vista più deciso, alimentare una speranza comune di rinnovamento di tutto il centro sinistra, offrire a tutti e dunque anzitutto al PD spunti di riflessione. Parziali fin che si vuole, ma autentici.

Ci sono nella società italiana e nei partiti le energie e le volontà per affermare una diversità politica frutto di scelte concrete.

Ma bisogna fare in fretta. E bisogna fare bene.

Il linguaggio conta: non c’è nessun cambiamento, non c’è nessun discorso sul nuovo spirito pubblico se si usa l’invettiva. Se si assolve sé stessi puntando il dito sugli altri. Se si pratica il personalismo esasperato. L’invettiva, l’autoassoluzione e il personalismo esasperato sono infatti in perfetta continuità con lo spirito dei tempi che vogliamo superare. Essi nascondono, attraverso continue suggestioni e sviamenti, la sostanza della vecchia politica.

Nessuno può fare da sé. Chi pretende di fare da sé prepara riedizioni di populismo e tempi di passività per i destinatari del suo messaggio. Populismo e personalismo esasperato sono il contrario del nuovo spirito pubblico che vogliamo affermare.

In questo, c’è un tratto di vera novità nelle parole del segretario nazionale del PD, che ha escluso di inserire il suo nome nel simbolo del partito o della coalizione di centro sinistra che si prepara al confronto elettorale.

7. Rinnovamento

In realtà, ci sono molti modi per promuovere il rinnovamento dei partiti. Un modo che appare coerente con il nuovo spirito pubblico che vogliamo affermare è di rispettare il pluralismo interno e di comporre differenze e contrasti con metodo laico, di liberare l’accesso alle cariche pubbliche consentendo che ciascuno possa competere guadagnandosi sul campo la fiducia e la legittimazione, di trovare il giusto equilibrio tra aspirazioni personali e aspirazioni collettive, di assicurare la rappresentanza di genere a tutti i livelli. Sicuramente il rinnovamento si sostanzia anche di principi di rotazione nelle cariche, interne e pubbliche.

Il rinnovamento che consideriamo coerente con un nuovo spirito pubblico è fondato, poi, sulla qualità delle regole scritte nei codici etici e nello statuto, semplici, essenziali ed efficaci, sulla capacità degli organismi di garanzia di farle valere tempestivamente, e sul rispetto delle decisioni che vengono assunte. Ogni volta che emerge un problema giudiziario, è bene che il partito distingua il suo ruolo da quello delle persone, poiché nessuno deve sentirsi protetto dal partito se è in discussione la sua onorabilità. La politica responsabile ammette dunque una solitudine, che non è condanna ma distanza dai destini individuali. È il prezzo che tutte le persone che fanno politica devono mettere nel conto, come “rischio professionale” insito nella dignità del ruolo che ricoprono.

Il rinnovamento che consideriamo coerente con un nuovo spirito pubblico si basa sulla qualità del lavoro delle strutture di base e degli organismi rappresentativi e dirigenti del partito ad ogni livello, come luoghi veri nei quali si operano le scelte che devono essere assunte e si realizza una efficace partecipazione. Se questo c’è, anche i luoghi associativi di tendenza, espressione della incomprimibile libertà dei singoli, alimentano e rafforzano la partecipazione in vista delle decisioni democratiche collettive che negli organismi rappresentativi e dirigenti devono essere assunte. In un partito, prima di tutto, ci si rimbocca le maniche per un’idea, un progetto da realizzare con gli altri, una visione della partecipazione ugualitaria e ricca di voglia di cambiamento.

8. Primarie

Non c’è partito se queste cose non ci sono, tutte insieme. E qui si pone l’esigenza di rinnovare il sistema delle primarie, quelle di partito come quelle di coalizione. Un metodo da cui non si deve prescindere, che può portare – lo si riconosca con serenità – ad una buona personalizzazione come anche alla personalizzazione esasperata e, per questa strada, alla dissoluzione del partito. Le primarie, se diventano l’unica modalità democratica (se ad esse non si aggiungono altre modalità come i congressi tematici, i referendum, gli strumenti della moderna democrazia deliberativa) sono destinate a diventare il loro contrario, cioè lo strumento per negare il partito stesso. Primarie destrutturate, dove ciò che conta è vincere a tutti i costi, producono solo l’effetto di radicalizzare intorno ad una persona il confronto.

Anche per le primarie esiste dunque un problema di regole condivise, semplici ed efficaci. Non volte ad impedire (impedire l’accesso, ridurre il pluralismo, ecc.) ma volte ad allargare le possibilità di confronto politico per raggiungere una nuova unità. Per questo, il principio fondamentale delle primarie non può che essere, come avviene per l’elezione del segretario nazionale del PD, che vince chi ottiene il voto favorevole della maggioranza dei partecipanti.

Occorre, perciò, che le primarie siano ben regolate, e in modo tale che possano essere uno strumento con il quale si pratica un nuovo spirito pubblico. Il luogo collettivo, il partito o la coalizione, che le promuove non può sparire d’incanto, come sospeso in attesa che l’esito delle primarie ridefinisca lo spazio di un nuovo assoluto potere, per quanto legittimato dal voto. Ci sono molte cose che si possono stabilire, dal sistema di voto alle regole di comportamento, dalla trasparenza assoluta del finanziamento ottenuto e delle spese sostenute al ruolo del partito o della coalizione nell’organizzazione complessiva (sedi e strumenti messi a disposizione dei partecipanti, gestione della comunicazione con gli iscritti e gli elettori degli albi, ecc.). Ciò che è essenziale è il ritrovarsi, dopo il momento delle differenze, in luoghi riconosciuti e unitari. Se non avviene così, dall’esperienza delle primarie non esce un partito rinnovato ma un altro partito, informale e in grado di esercitare più potere di quello formale.

Non esiste dunque meccanica identità tra la fondazione di un nuovo spirito pubblico e la pratica delle primarie. Le primarie sono un metodo democratico, ma non il solo metodo democratico per la designazione dei candidati alle cariche istituzionali. Funzionano bene per le cariche monocratiche, molto meno per le altre, e possono rivelarsi un errore se fatte per comporre liste plurinominali. Perciò, il dibattito sulle primarie che si sta svolgendo oggi tra i partiti del centro sinistra e nello stesso PD è un dibattito pieno di forzature. L’esigenza preminente, invece, è quella di costruire al più presto una coalizione che sia in grado di dare un svolta al Paese, e la necessità politica – se non addirittura storica – è quella di presentare al più presto una alternativa credibile. Dunque, se devono essere fatte, si facciano per questo scopo, non per regolare i conti dentro la coalizione o per forzare le regole che il PD si è dato.

9. Istituzioni

Infine, e se ne tratta da ultimo perché è il problema più importante, per il PD e per il centro sinistra si pone l’esigenza imprescindibile di dare senso ad un nuovo spirito pubblico prospettando un programma efficace per contrastare la crisi economica e finanziaria e per riformare le istituzioni democratiche restituendo loro credibilità e autorevolezza.

Quest’ultimo punto (l’autorevolezza delle istituzioni democratiche) è oggi quasi disperso e annacquato, prevalendo invece il discorso sui costi della politica. Se si vuole avere cura per la democrazia, occorre restituirle efficacia e capacità di dare risposte ai bisogni sociali. E dunque in questo discorso c’è anche il problema dei costi. Che però non può essere affrontato seriamente “dimezzando” la democrazia ad ogni piè sospinto, ad ogni emergenza finanziaria. Lo slogan del dimezzare porterà solo ad avere da qui a poco istituzioni esse stesse dimezzate, e ridotte a luogo di rappresentanza di pochi (e personali) interessi.

Occorre un’altra scelta, di valore costituente.

Una scelta che ricostruisca, nel tempo presente, le istituzioni che servono alla democrazia locale, i comuni soprattutto, la qualità delle scelte che si fanno per i servizi ai cittadini, la gestione di beni comuni, la tutela del territorio. Bandiere sui municipi non servono se i comuni non sono istituzioni forti, e forti non possono essere se sono dispersi. Dunque, comuni forti, con organi di governo rappresentativi, veri e funzionanti, con uffici responsabilizzati e capaci di gestire servizi di qualità con una spesa sostenibile. Intorno al comune e ai comuni tra di loro aggregati si può riunificare una amministrazione pubblica oggi dispersa in mille organismi serventi, enti e società che non hanno più ragione di essere.

Il valore costituente delle scelte che sono di fronte imporrà una riconsiderazione del ruolo delle Regioni, che non possono che essere il soggetto che riorganizza il sistema istituzionale locale sul territorio. Ad esse sia affidato il compito di organizzare efficacemente le istituzioni che sostituiscono le province e perfino l’istituzione delle città metropolitane. Lo Stato non lo può fare, non ne ha più nemmeno la cultura, da quando, giustamente, si è avviato un importante processo di decentramento di funzioni e servizi verso le comunità locali. Le Regioni siano, perciò, uno dei pilastri del nuovo potere pubblico, e siano esse ad esprimere la Seconda Camera, al posto di un Senato che oggi è una replica della Camera dei deputati. La Camera delle Regioni, costruita sul modello tedesco, dunque eletta in secondo grado e con poteri non legislativi ma di negoziazione con lo Stato, di proposta e di controllo, può realizzare al meglio principi di essenzialità, di efficacia di autorevolezza delle istituzioni pubbliche.

Allo stesso modo, occorre dare nuovo valore alla prima Camera, la Camera dei deputati, unico corpo legislativo e politico, la cui composizione non può essere semplicemente dimezzata. La prima Camera non può che essere il primo luogo della rappresentanza, e dunque tale da consentire la presenza di vere minoranze. Non può che essere, in un sistema parlamentare, l’organo che elegge il governo. Meglio, molto meglio, se eletta con un sistema uninominale, come chiede il referendum elettorale e come ha da tempo proposto il PD. Ed è essenziale che in essa si esprimano al massimo livello i principi della democrazia paritaria tra i generi.

Il tempo che verrà è certo pieno di incognite, ma è anche l’occasione di una riscossa democratica e civile, che dia all’Italia la possibilità di rimettersi in piedi.

Promotori del Manifesto:
Giacomo Trallori
Andrea Abbassi
Giulio Caselli
Nicolina Cavallaro
Iacopo Ghelli
Valentina Giovannini
Luigi Izzi
Eleonora Kajiet
Daniela Lastri
Alessandro Lo Presti
Maria Grazia Pugliese
Anna Scattigno
Simone Siliani

Congresso Nazionale e Regionale 2009

Primarie del 25 ottobre 2009,  i nostri candidati:

Una giornata di neve sulla politica

Una giornata di neve sulla politica

Di Luigi Dallai

Le previsioni davano neve e puntualmente la neve è arrivata determinando la giornata campale di un sistema di trasporti ormai al collasso. Le strade toscane, quelle su cui l’ANAS vuole mettere il pedaggio, chiuse per impraticabilità.

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Una mattina di buona politica con Ceccuzzi e Civati

Una mattina di buona politica con Ceccuzzi e Civati

Domenica 12 dicembre, il giorno successivo alla manifestazione del PD a Roma, si è tenuto presso il circolo Arci del Ruffolo l’incontro dal titolo “la politica come servizio civico”.

La questione di fondo affrontata nel dibattito coordinato da Francesco Carnesecchi è stata il rapporto tra politica e cittadini, rapporto che tocca alcuni dei temi più discussi nel nostro paese, come il ricambio della classe dirigente, la partecipazione dei cittadini nella scelte pubbliche, il rapporto tra eletti ed elettori.

Il primo intervento è stato di Pippo Civati, che partendo dalla propria esperienza di blogger ha affrontato la questione dei nuovi media e della comunicazione del PD con uno sguardo ironico e un po’ disincantato. Non sono mancate le critiche ad un partito che non è capace di coinvolgere un elettorato stanco che preferisce l’astensione o è tentato dall’offerte protestataria di un Beppe Grillo.

A seguire l’intervento di Franco Ceccuzzi, incentrato sul rapporto tra parlamentari e cittadini e che ha toccato anche una delle questioni più discusse in questi giorni: in frequenti cambi di casacca dei parlamentari nelle democrazie moderne non esiste un vincolo di mandato, ma devono comunque esserci dei meccanismi di scrutinio degli eletti da parte degli elettori. Quello del rapporto eletti elettori è ancora più problematico nei partiti a guida personalistica e caratterizzati da una bassa democrazia interna come l’IdV e la Lega, ha spiegato Ceccuzzi.

I partiti politici devono essere capaci di coinvolgere i territori e gli amministratori in un dialogo continuo, ma la politica non può separarsi dalle proposte concrete, punto su cui ha insistito Niccolò Guicciardini, che richiamandosi al discorso di Bersani a Roma ha messo sul tavolo alcune delle idee del PD sul nostro paese.

Un dei temi più attuali è il rapporto tra cittadini e ambiente, anche alla luce delle nuove forme di partecipazione e protesta, quali i comitati di territorio. Su questo argomento è intervenuto Luigi Dallai affrontando questioni di livello nazionale e locale, quali ad esempio la nascita del movimento che ha raccolto le firme per una legge che regolamenti la gestione delle reti idriche, oppure la nascita di comitati locali, quali ad esempio quello contro l’ampliamento dell’aeroporto di Ampugnano. Entrambi i casi sono stati caratterizzati dall’insufficiente capacità delle istituzioni e dei partiti politici nel coinvolgere i cittadini, determinando il radicalizzarsi di posizioni almeno in parte conciliabili.

Oggi nelle città l’elettorato è più maturo e distaccato, la sfida che si pone di fronte ai partiti è dunque nuova e più difficile, un temo su cui è intervenuto il vice segretario cittadino Alessandro Trapassi.

Naturalmente non sono mancati gli interventi dal pubblico e alcune riflessioni sul momento politico nazionale e sulle scelte del PD. Civati ha insistito sulla necessità di elezioni primarie per definire i rappresentanti del nostro partito a livello parlamentare e amministrativo; Ceccuzzi ha spiegato che allo statuto di un partito si può derogare sulla base di una discussione politica condivisa, ma che le modalità dell’azione politica devono rispondere a quelle di un servizio civico ed essere svolte all’interno di un quadro di valori ben definito.

La mattinata di politica si è conclusa con un pranzo preparato dai militanti del circolo del Ruffolo coordinati da Romolo Lenzi, a cui va tutta la nostra gratitudine. Pippo Civati si è intrattenuto con i cuochi ed ha avuto modo di apprezzare il calore del nostro circolo. La discussione politica si è protratta anche in cucina, segno che la buona politica si sostanzia di rapporti umani oltrechè di incontri formali.

Questo PD che corre verso la Dc

Questo PD che corre verso la Dc

Ho letto con molta preoccupazione l’intervista di Bersani a La Repubblica della scorsa settimana in cui diceva che il Partito Democratico sarebbe disposto a rinunciare alle primarie in nome di un’alleanza con il nascente Terzo Polo.
Ero convinto che, pur nelle differenze talvolta aspre che convivono nel Partito Democratico, due elementi ci unissero tutti senza distinzioni: l’essere il PD un partito sempre e comunque alternativo alle destre (a tutte le destre) e che il metodo del PD per scegliere le candidature fosse quello delle primarie aperte ai nostri elettori come tra l’altro prevede il nostro statuto.
Il proposito smentisce entrambi questi minimi comuni denominatori, senza peraltro che sia stato possibile su questo consultare la base o almeno discuterne nelle sedi opportune, in modo trasparente.
Il ragionamento di Bersani contiene una vistosa mancanza, un tema che sembra non interessarlo affatto: la disaffezione degli elettori del centrosinistra per il nostro Partito Democratico e per la coalizione di cui dovrebbe fare parte. Nelle elezioni del 2008 più di due milioni di persone che nel 2006 avevano votato per l’Unione hanno preferito restarsene a casa e non votare. Una tendenza confermata oggi da alcuni istituti di ricerca secondo cui quasi il 40 per cento degli elettori è intenzionato ad astenersi. Di fronte a questa crescente disaffezione, il PD e il centrosinistra dovrebbero cercare un’alleanza col proprio popolo prima che con qualsiasi altra forza in campo.
E invece no.
Con le sue ultime parole, invece, sembra che il Partito Democratico preferisca la manovra di palazzo, la strategia fine a se stessa che fino ad oggi non ha pagato, il politicismo che scoraggia ulteriormente il nostro elettorato e sembra peraltro non suscitare molto interesse nella controparte, come continuamente ci ricorda il leader del nascente terzo polo.

Bersani ha parlato della necessità di costruire un progetto per il Paese. Ne ha elencato i titoli, e da colui che guida il maggiore partito di opposizione ci aspetteremmo un maggiore dettaglio, ma forse è questa la prova di quanto sia velleitaria la sua proposta di coalizione: come è possibile pensare di affrontare con l’Udc, l’Api e Fli temi come i diritti dei lavoratori, la riforma dell’università, l’immigrazione e i diritti civili? Poiché sono questi e non altri, i temi di cui bisogna occuparsi se si vuole riportare a votare la gente: delle cose che cambiano la vita quotidiana delle persone e che speriamo possano migliorare.
Io spero che il nostro segretario ci ripensi e che tenga fede allo schema che abbiamo sempre sostenuto e cioè costruire un programma, su quel programma stabilire le alleanze, e poi lasciare ai cittadini il compito di scegliere con le primarie, in quella coalizione, una leadership che rappresenti il centrosinistra come accade in tanti Comuni, Provincie e Regioni.
Abbiamo perso le primarie a Milano e forse accadrà la stessa cosa anche a Bologna, ma paradossalmente non affrontiamo il vero problema, che non sono le primarie, che riguarda il confronto interno al PD, ma proponiamo ci cambiare le regole. In qualsiasi sport se si perdono le partire si cerca di capire perché e caso mai si rafforza la squadra, si cambiano giocatori, schemi ect. ma mai si chiede di cambiare le regole del gioco, sembra che nel nostro caso valga un altro principio.
Io credo che il nostro partito debba costruire un percorso di partecipazione vera, altrimenti il nostro popolo non ci seguirà, decretando una sconfitta che ricadrà sulle persone che il PD vuole rappresentare e continuando a fare regali a Vendola e Di Pietro.

Leonardo Boschi

Che cosa è successo a Milano

Che cosa è successo a Milano

di Ivan Scalfarotto
A Milano c’è un vivace dibattito in città e in rete. Io sono intervenuto così su una mailing list, rispondendo a una sollecitazione del mio amico Vittorio Angiolini (che ha appoggiato Onida, autore di un exploit).

Caro Vittorio,

concordo con te che adesso bisogna tutti dare il massimo appoggio a Giuliano Pisapia per cercare di strappare la città a questa destra oscena anche se ci vorrà “un miracolo”, come ha detto ieri sera lo stesso Pisapia.

Lasciami dare però la mia prospettiva, la prospettiva di uno che ha appoggiato Stefano Boeri certamente non per motivi di potere (non ho alcun incarico nel PD milanese e sono legato a molti di voi soltanto da motivi di affetto e di stima personale) né di ortodossia di partito (figuriamoci: credo di essere l’eretico “par excellence”) ma semplicemente perché più convinto dal suo progetto di città. Un progetto che mi sembrava in linea con quello di altre grandi capitali europee. Mi pareva, perdonami la semplificazione, che un urbanista fosse più in grado di un giurista (e lo dico da, seppur assai mediocre, giurista) di ispirare un’idea di città nel quale, per esempio, il rispetto delle regole fosse la conseguenza di una società sana e non la sua unica e sola premessa.

Insomma mi pareva che Boeri fosse l’emblema di una sinistra un po’ meno musona e conservatrice, di una sinistra che provava a uscire dal porto delle identità novecentesche e a sperimentare nuove vie. Un tentativo coraggioso e perdente (oggi lo sappiamo) ma assolutamente degno di essere provato. Io lo dico subito: non credo che il paese uscirà dalla sua crisi con le ricette del passato e senza investire sulle potenzialità delle sue migliori energie, senza liberare il talento che ha in sé. Boeri rappresentava quella roba lì, ecco, e mi dispiace che abbia perso quest’idea della sinistra un po’ più sorridente, costruttiva ed europea.

Detto questo a me pare che Roberto Cornelli, Pier Majorino e Francesco Laforgia abbiano provato a candidare una persona che sicuramente valeva la pena. Ecco: se vedo un errore strategico è stato quello di voler dare un endorsement ufficiale a Boeri. Non perché sia stato uno sbaglio fare una scelta, anzi: io credo che il PD abbia sempre il dovere preciso di prendere delle posizioni, e Pierfrancesco può dire quanto ho rotto le scatole perché si arrivasse presto a una candidatura (tra l’altro aggiungo che il vantaggio dei mesi in cui Pisapia è stato l’unico candidato hanno costretto Boeri-Achille a un’impossibile rincorsa della tartaruga-Pisapia).

Il problema è stato, dal mio punto di vista, che l’appoggio del PD a Boeri si è trasformato in un abbraccio mortale per lo stato in cui versa il PD, e non mi riferisco certamente a quello di Milano. Io non credo che la gente abbia bocciato Boeri o il nostro gruppo dirigente locale, io credo che Pisapia abbia pescato nel nostro elettorato esattamente come succede per Vendola a livello nazionale. E’ un sintomo della scontentezza per la nostra linea nazionale, per la leadership sbiadita che esprimiamo, per la debolezza del messaggio (Vogliamo parlare del porta a porta? Avete ricevuto anche voi il rivoluzionario cartoncino a forma di “do not disturb” tipo quello degli alberghi?), per la nostra incapacità di prendere posizione su tutte le cose più delicate e importanti per la vita delle persone: sul lavoro, siamo con Ichino o siamo con la Fiom? Sul nucleare, siamo con Marino o con Veronesi? Siamo soddisfatti o furiosi di essere a destra di Fini e da Bocchino sui diritti delle persone omosessuali?

Da Roma già sento ridiscutere le primarie, primarie che si sono fatte a Milano e che non sappiamo se si faranno a Torino o a Napoli o a Bologna. Ma a Milano sì. Si sono fatte perché il giovane gruppo dirigente milanese le ha fortemente volute, e di certo non tutti le volevano. Primarie che ci hanno dato come candidati gente del calibro di Onida, Boeri e Pisapia. A me – che da quando abito a Milano ho dovuto votare alle varie elezioni candidati tipo Fumagalli, Ferrante, Antoniazzi e Diego Masi – anche nella sconfitta pare di aver fatto da elettore e da cittadino un sostanzioso passo avanti. Dal mio punto di vista ci sono ancora oggi più spiegazioni da chiedere a chi propose Ferrante quattro anni fa vincendo a mani basse (a proposito: che fine ha fatto Ferrante?) che a quelli che hanno proposto un candidato degnissimo e perdente in questa tornata.

Possiamo anche perderlo, questo gruppo dirigente: è giusto che alle sconfitte politiche segua una precisa presa di responsabilità. Certo, sarebbe una novità posto che da noi non usa tantissimo: sono anni che le prendiamo e non ci siamo mai posti il problema. Nel partito imperversano serenamente gli sconfitti di sedici anni di storia italiana, vorrà dire che anche questa volta una buona pratica partirà dalla nostra città.

Il mio obiettivo è però che questo gruppo dirigente sia sostituito solo e soltanto da un gruppo dirigente ancora più coraggioso e aperto (e naturalmente mai sconfitto in precedenza), se ce lo abbiamo. Di certo per tornare a vincere non sarebbe ammissibile tornare al metodo Ferrante (preferibilmente senza perdere tempo con queste primarie). Ce lo insegna l’esperienza: sarebbe una ben magra vittoria.

Un abbraccio a te e a tutti, e ora fuori la Moratti da Palazzo Marino.
Ivan

Il coraggio di cambiare

Il coraggio di cambiare

-di Niccolò Guicciardini

Ci sono alcuni elementi da cui non si può prescindere per poter esprimere un pensiero sull’incontro organizzato a Firenze tra il 5 ed il 7 Novembre da alcuni esponenti di spicco del Partito Democratico, tra cui il primo cittadino di Firenze.

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Una tappa per un nuovo impegno

Una tappa per un nuovo impegno

- di Franco Ceccuzzi
La sconfitta di Obama nelle elezioni di mid term sembra avere tante cause tra le quali non si può escludere la crescente impotenza delle nazioni a governare il ciclo economico. Due anni fa gli americani avevano scelto il primo presidente di colore della loro storia, per voltare pagina rispetto ai repubblicani, considerati, a ragione, responsabili della recessione più profonda del dopoguerra. Il 2 novembre scorso i repubblicani hanno riconquistato la maggioranza alla Camera premiati da un voto di protesta che punisce Obama perché non ha ancora condotto gli Stati Uniti fuori dalla crisi economica. Si cambia, nonostante che i risultati attesi non siano nella disponibilità di chi governa. Un sistema bipolare che funziona e che rispecchia l’umore e le aspettative di questo grande paese. Per l’Italia non si può dire altrettanto. Con un governo paralizzato da mesi per la crisi politica della sua maggioranza, con un premier interessato solo alla sua exit strategy personale per sfuggire ai processi, e divenuto esempio negativo e disgustoso nei comportamenti privati, l’Italia paga ancora più duramente la crisi economica e sta precipitando nell’immagine internazionale. Eppure l’alternativa non decolla. Se i partiti svolgono una funzione storica quella del Pd, in questa fase della vita del paese, e proprio quella di rendere credibile l’alternativa al centrodestra dopo la fine del berlusconismo. Serve un nuovo progetto per l’Italia ed una nuova classe dirigente che vada ben oltre la terza edizione del governo de l’Ulivo che ebbe la stagione più feconda nel 1996 e quella già stanca e meno produttiva nel 2006. Questo percorso il PD lo ha imboccato con fatica e soprattutto non e ancora un cantiere aperto. La convention di Firenze organizzata da Matteo Renzi può costituire una tappa per suscitare nuovo impegno e raccogliere energie che trovano nelle forme e nei linguaggi in uso nel partito un ostacolo alla propria espressione. L’importante e che il Pd sappia cogliere i segnali che arriveranno da questa tre giorni e che questo sforzo di elaborazione sia utile per rafforzarlo. Il Pd in Toscana può accogliere con soddisfazione questo evento perché esprime al tempo stesso esperienze di governo di valore nazionale come Enrico Rossi e tanti sindaci, e una nuova leva di dirigenti trentenni con molte donne alla guida delle organizzazioni territoriali. Se da Firenze parte una sfida per il rinnovamento del Pd, la Toscana sarà protagonista attiva per dimostrare che si può tenere insieme alta capacita di governo e ricambio continuo dei gruppi dirigenti, come dimostra anche il fatto che da noi le prime esperienze di primarie si sono svolte già vent’anni fa. Per questo al di la delle provocazioni dell’eccesso di personalismo, che certo non è segno di rinnovamento, la convention di Renzi merita di essere seguita con attenzione.
Con questo spirito sabato prossimo andrò a Firenze.

Da “rottamatori” a “ricompattatori”

Da “rottamatori” a “ricompattatori”

di Luigi Dallai

Si avvicina la tre-giorni fiorentina, alla quale andremo come gruppo di appartenenti ad un’area politica del PD (l’Area Marino, per l’appunto) per ascoltare le posizioni di Renzi e Civati, e per dire la nostra su come pensiamo si debba uscire da questa assemblea. Essa cade in un momento di notevole confusione politica. La crisi evidente del PdL non si traduce ancora in crisi di governo, ma avvelena l’aria aggiungendo questioni di etica pubblica a problemi politici in un momento di grave crisi economica e sociale del nostro paese.

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La buona politica: l’intervento di Pippo Civati

La buona politica: l’intervento di Pippo Civati

Primarie; Rappresentatività e  rinnovamento; Diritti Civili; Lavoro. Questi alcuni temi trattati nel corso della serata di Venerdì 15 al Circolo Le Grazie di Colle che ha visto protagonista Giuseppe (Pippo) Civati, Consigliere Regionale Lombardia.

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