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Lettera agli elettori del Partito Democratico

Lettera agli elettori del Partito Democratico

di Stefano Boeri
Care amiche, cari amici che il 15 maggio avete votato Partito Democratico.

Che avete deciso, in 170.000, che fosse questo il modo migliore per sostenere la candidatura di Giuliano Pisapia a Sindaco.

Care amiche e cari amici che come me, come moltissimi milanesi, credono e hanno creduto nella potenza collettiva di un grande partito di cittadini preoccupati dell’utilità sociale del proprio lavoro, generosi nell’offrire il proprio tempo e attenti alla vita civica di Milano.
Che hanno spinto con il loro voto Giuliano Pisapia a guidare una svolta storica nella politica italiana e il PD a diventare la forza di maggioranza relativa in Consiglio Comunale, con quasi il 30% dei consensi e 20 consiglieri sui 29 eletti nella nuova maggioranza.

Care amiche, cari amici, c’è oggi – oggi come non mai – una distanza siderale tra il Partito Democratico che vogliamo, vorremmo, abbiamo voluto, e il Partito che esiste. Ma voglio essere chiaro: non mi riferisco ad un problema di persone, dirigenti, formule, criteri di relazione tra elettori e eletti; criteri peraltro inadatti e spesso anacronistici.

Mi riferisco soprattutto al fatto per chi come me nel 2007 è stato tra i fondatori del Partito Democratico, e per noi tutti che lo abbiamo seguito in questi anni, è difficile accettare che il PD non sia oggi a Milano, nella Milano governata da una Giunta nuova verso la quale si rivolgono le speranze di un intero Paese, una presenza vibrante, attenta e propulsiva di idee e relazioni.

E’ inaccettabile che le donne e gli uomini che stanno a Palazzo Marino non ricevano da un grande Partito innovatore e diffuso una costante spinta a riflettere sulle proprie scelte, a migliorarsi, a verificare in tempo reale gli effetti delle proprie azioni, a correggerle, a studiare e inventare nuove soluzioni per Milano.
Durante la lunga e bellissima campagna elettorale che ha preceduto il voto di maggio, il Partito Democratico con i suoi circoli, iscritti, elettori, è stato un fulcro e insieme un volano di idee.
Idee insieme radicali e riformiste. Idee capaci di tenere la testa alta e permettere una visione sul futuro e il grande territorio di Milano; ma allo stesso tempo idee capaci di tenere i piedi ben saldi per terra e non essere velleitarie ma misurate, verificate di continuo e rese più efficaci dal contatto con le comunità, i quartieri, la vita quotidiana di Milano e dei milanesi.

La grande idea di una scuola pubblica aperta a tutte le ore del giorno, per tutti i giorni dell’anno, per tutte le età. Il doppio sguardo di genere, necessario a portare nella politica la prospettiva dell’universo femminile e la sua intelligenza visionaria e di sistema. La sfida di una Città-Mondo abitata oggi da milanesi di 191 nazionalità che possa finalmente dispiegare la sua potenza economica e culturale. La campagna per valorizzare la potenza e la generosità diffusa della piccola e media impresa milanese; di quelle quasi 200 mila comunità di rischio e di destino che trainano e insieme reggono, con grande fatica e spesso solitudine, il percorso verso una Milano migliore. La proposta di un decentramento che non sia quello burocratico delle attuali Zone, ma fondato su principi di democrazia deliberativa. La scelta di una Milano dove i diritti dei deboli non siano “deboli diritti”, ma anzi la prospettiva giusta per migliorare la vita quotidiana, l’accessibilità ai servizi. Dove i giovani che vivono la realtà del precariato possano avere un futuro professionale e una casa dove andare a vivere. L’idea di una cultura diffusa nella città ed esplosiva nelle sue espressioni, che chi governa non pretenda di irrigimentare (non potendola più neppure finanziare) ma piuttosto sappia riconoscere, valorizzare e aiutare a diventare la vera fonte di offerta di quella moltitudine di eventi, spettacoli, incontri, esposizioni che rende così unica , unica al mondo, la nostra città. La grande sfida per una metropoli che riscopra la sua vocazione agricola, una ruralità che significa coltivazione e insieme cura del territorio e delle sue pratiche, oltre che scambio di beni con la città.

Queste sono solo alcune delle idee, delle parole nate nei pensieri e nei discorsi degli iscritti e degli elettori del Partito Democratico milanese. Idee e parole che hanno fatto vincere Giuliano Pisapia, hanno fatto eleggere un Consiglio con 29 rappresentanti del centro-sinistra e che oggi rappresentano le stelle polari della nuova Giunta.

E triste dircelo, ma nonostante questo successo, il Partito che esiste oggi a Milano sembra un piccolo mondo chiuso, parallelo e indifferente a quanto succede nel governo della città. Il partito che di fronte alle vicende giudiziarie di un suo dirigente si produce in un complicato riassetto della sua Segreteria invece che affrontare con coraggio un serio approfondimento politico sul rapporto tra interessi, governo locale e trasformazioni del territorio; il partito che oggi discute e si divide parlando di riorganizzazione per componenti, di nomine equilibrate sulle correnti, è lontano mille miglia dalla tensione propulsiva della nostra campagna elettorale. E lo è in un momento in cui, lo ripetiamo, avremmo bisogno come ossigeno di quella tensione ideale. Noi che stiamo a Palazzo Marino, voi che ci avete eletto – e tutta la città intera.

Care amiche e cari amici del PD; voi che guardate al PD con quel misto di titubanza, fiducia, perplessità e affetto che proviamo verso un simbolo, una comunità di cui riconosciamo l’immenso valore potenziale e i grandi limiti attuali.

Quello che voglio dirvi oggi è che voi siete, dovete essere, il PD.

Dovete tornare ad essere il PD che avremmo voluto in questi anni, che avete votato il 15 maggio e che vogliamo guidi il cambiamento radicale e riformista in Italia.

Dobbiamo, dovete riprendere tra le vostre mani quella forza collettiva che avete contribuito a sprigionare e che oggi non può appoggiarsi solo alla grande generosità dei 4000 iscritti al PD milanese o alla buona volontà e all’intelligenza di un gruppo ristretto di dirigenti e dei funzionari di Partito.

Vi propongo una mossa semplice e potente: iscrivetevi al PD nuovo, iscrivetevi per un nuovo PD che torni ad essere l’energia profonda che ha spinto il centro-sinistra a tornare a governare dopo 20 anni Milano.

Iscrivetevi a una comunità che ha bisogno come il pane delle vostre idee e che per questo deve rigenerarsi, uscire dalle logiche piccole e ottuse delle consorterie legate alle leadership nazionali o locali.

Iscrivetevi per rifondare una comunità di milanesi che sappia ripensare e rilanciare la propria identità di movimento collettivo di idee e progetti e – solo in conseguenza a questa identità rigenerata- sappia anche rimettere in discussione la propria formula organizzativa.

Iscrivetevi, iscriviamoci ad un Partito Democratico che rinasce e si rigenera grazie ad una intensa discussione collettiva aperta a tutta la città, che verifichi e rinnovi il gruppo dirigente dando spazio a chi viene dai circoli, dal lavoro sociale e dalle professioni. Grazie ad un congresso straordinario nel corso del quale Milano e la sua nuova Amministrazione, stimolata da un PD invaso dai suoi elettori, venga a sua volta invasa dalle nostre idee e dalle nostre visioni del futuro.

Siamo in molti a volere questa invasione rigenerante. Cominciamo, oggi, a farla diventare realtà.

Stefano Boeri
Milano, 14 ottobre 2011

La scuola è il nostro primo bene comune

La scuola è il nostro primo bene comune

Pubblichiamo la relazione di Daniela Lastri all’Incontro sulla scuola del 17 Settembre 2011

Buongiorno a tutti!

Qualcuno si sarà chiesto che ci stiamo a fare qui, a discutere di scuola mentre fuori, nella politica, ne succedono di tutti i colori, e mentre le nostre istituzioni locali si trovano a fare i conti con i conti, con i bilanci che non quadrano, con le risorse che non si trovano, e se si trovano non si possono spendere.

Noi siamo qui – amministratori, dirigenti, iscritti del PD, operatori del settore – perché avvertiamo che l’Italia e le nostre comunità locali corrono il rischio di stare a guardare mentre le politiche pubbliche per la scuola deperiscono e si spengono, se va bene in attesa di tempi migliori. Vogliamo fare, dobbiamo fare qualcosa, invece, per contrastare questo declino. Perché il prezzo che la società è destinata a pagare per il declino della scuola è, anno dopo anno, più grande. La nostra non è una voce isolata, come dimostrano le proteste, motivate, circostanziate, delle istituzioni locali, dei sindacati, degli osservatori più avvertiti, della gente comune. Noi vogliamo, però, calcare la mano sulla questione scuola perché non sfugga a nessuno la partita in gioco.

La scuola – lo ricordo a me stessa e a tutti noi – è un grande motore dello sviluppo. C’è occupazione qualificata, si produce ricchezza materiale e linfa per la ricchezza futura, e si realizza al massimo livello l’inclusione sociale. La scuola è la prima fabbrica del benessere di una società. E’ il luogo delle relazioni, tra istituzioni, tra generazioni, tra mondo degli adulti e dei bambini, e tra tutti questi insieme. Se questa fabbrica non va, i problemi aumentano dovunque, con costi sociali immediati e costi sociali ed economici a lungo termine. Per questo, una buona politica scolastica non ammette sprechi, dentro e fuori la scuola. Uso consapevolmente l’immagine della scuola-fabbrica, perché sia chiaro che considero la scuola una istituzione che crea valore e in tutti i sensi.

Esagerando, volontariamente esagerando, diciamo che la scuola è il nostro primo bene comune. Ma in fondo non è proprio un’esagerazione. Certo, ci sono tante altre cose che sono beni comuni importantissimi. Però la scuola è un po’ il precipitato di tutti i beni comuni, è un modo per vederli tutti insieme, lì in quel microcosmo, in quel luogo di gestione quotidiana della vita comunitaria.

La scuola non possiamo perderla. Non possiamo accettare che nelle nostre città, nei nostri paesi, non si riconosca più l’edificio scolastico, quel luogo fisico che è parte della nostra immaginazione e storia collettiva, inconfondibile all’esterno e bello a vedersi all’interno, ricco di colori, attraversato dalla confusione e dalle tracce delle cose che si imparano e si sperimentano ogni giorno, dove si vivono i conflitti con la voglia di risolverli, eppure a suo modo un luogo ordinato e soprattutto sicuro per i bambini e i ragazzi. Non possiamo accettare di veder deperire le nostre scuole, e tra un po’ nasconderle con imbarazzo. Non possiamo accettare che diventino un grande parcheggio della gioventù, dove si passa un tempo indistinto che non si può trascorrere altrove. Un luogo nel quale non c’è più creatività, rigore nell’insegnamento, impegno a formare le persone del domani. Un luogo al quale nessuno più tiene.

Ho sempre pensato che un buon amministratore, un buon politico, dovrebbe occuparsi almeno per un po’ di scuola, non per sentito dire ma per operare scelte di governo. È un buon esercizio, aiuta a vivere una dimensione mite del potere. Quando ti occupi di scuola, la mattina sai cosa succede. Puoi anche pensare per un attimo di essere superfluo. Gran parte della città si sveglia con in testa la scuola, e perfino quelli che a scuola non ci vanno incontrano la scuola ad ogni angolo. Puoi non far niente: quel mondo si mette piano piano in moto da solo. Passa un’ora e ti rendi conto che solo una buona organizzazione è in grado di dare risposte alle tante domande che cominciano ad arrivare dalle scuole e dalle famiglie. Quel mondo che si è messo in moto da solo e che è in grado di andare avanti da solo per tutto il tempo scolastico, che ha le risorse umane e professionali per risolvere da sé tanti quotidiani problemi, ha bisogno di altro per funzionare bene. Se non sei pronto, anche le energie che è capace di mettere in moto da sé si spengono.

È quello che non capisce questo governo, non può capirlo, non ha la cultura della scuola, non riesce a misurare la grandezza e l’umanità della scuola: e se non sei pronto, se non dai risposte per far funzionare la scuola, la scuola non c’è più. Se umìli gli insegnanti, e li convinci ad essere macchine, li allontani da quella che sentono la loro missione professionale. Se li fai sorveglianti alla fine si convinceranno che questo è ciò che la società chiede loro, nulla di più. Se tratti i bambini disabili come un problema tra i tanti, se non addirittura come privilegiati da mettere sotto controllo, alla fine scaricherai sulle famiglie tutte le difficoltà della crescita, e loro non cresceranno come potrebbero fare. Se tratti i bambini immigrati come invasori, i conflitti invece di risolverli li moltiplicherai. E se fai tutto questo, vuol dire che della scuola pubblica non t’importa un bel niente. T’importa semmai, come diceva Calamandrei, di screditarla, di impoverirla, e di dirottare risorse fondamentali verso la privatizzazione dell’istruzione. Ti capita perfino, come ha fatto Berlusconi in uno dei suoi momenti di estasi, di farti scappare di bocca sincere parole di odio per la scuola di tutti, per la scuola pubblica!

Ma tutte queste cose le persone che sono qui le sanno. È tempo di dire cosa dobbiamo fare per convincere noi stessi e il mondo che ci sta intorno che una battaglia va data, per la scuola. Per darla bene abbiamo bisogno di iniziative rivolte al governo e al parlamento, e di rafforzare il nostro impegno sulle cose che noi stessi possiamo fare.

Metto le mani avanti: non è semplice dire cose nuove. C’è una importante elaborazione nazionale del PD, c’è l’impegno della Regione e degli enti locali, c’è un dibattito pedagogico molto vivo, c’è soprattutto una forte domanda sociale che viene dagli insegnati, dagli studenti, dalle famiglie. Gli argomenti sono veramente tanti, e a volerli mettere in fila con poche parole incombe il rischio di cadere nella banalità. Me ne sono accorta preparando questo nostro appuntamento, riflettendo sulle ricerche, le suggestioni, i dibattiti di questi anni e di questi giorni. Non vi aspettate, dunque, che io riesca a dare conto di tutto ciò. La mia intenzione è diversa: provare a convincere il PD, cioè me stessa e tutti voi, che una battaglia per la scuola va data, oggi, senza aspettare tempi migliori, e con tutta l’intelligenza di cui disponiamo. E sollecitare tutto il PD ad essere presente nei momenti cruciali nei quali questo impegno dovrà dimostrarsi concretamente, nelle manifestazioni di piazza come nei luoghi della costruzione della proposta di governo, a livello locale, regionale e nazionale, e infine nel momento in cui torneremo alla giuda di questo Paese. Vi invito, perciò, a fare una discussione aperta, che aiuti tutto il PD a dare spessore al suo impegno. Le proposte del PD Toscano le costruiremo insieme, da oggi e nelle occasioni che verranno.

1.
La prima battaglia che va data è per restituire alla ministra Gelmini la sua libertà. Tre anni sono troppi, per lei e per la scuola italiana. Finiamola dunque con questo stress, mandiamo a casa il governo, il padre padrone e tutti i suoi ministri. Il bilancio complessivo delle politiche scolastiche è dei peggiori della recente storia d’Italia.

Io penso che bisogna andare al più presto alle elezioni. Ma se questa strada fosse impedita dalla chiamata di responsabilità, per mettere mano alla crisi in modo appena decente, cerchiamo almeno di non farci intrappolare: teniamo ferma la necessità di andare al più presto ad elezioni, imponiamo la riforma della legge elettorale e un termine per ridare ai cittadini la parola. Il più presto possibile. Soprattutto, evitiamo che l’opposizione si frantumi in mille pezzi.

La battaglia per la scuola ha bisogno di un centro sinistra solido. E la qualità della scuola pubblica non può che essere un perno essenziale del suo programma. Aggiungo che il centro sinistra deve riuscire a fare un discorso di unità sulla scuola, un discorso nazionale, fatto di due capisaldi:
investire sulla scuola, e dunque invertire di 180 gradi la direzione assunta dalla politiche pubbliche di questo governo: la svolta deve essere decisa e radicale, con più risorse e qualità della spesa;
riconquistare il valore nazionale e ugualitario della scuola pubblica, e ridare certezza a chi oggi, insegnanti, alunni, famiglie, vede ormai nella scuola solo un problema in più.

Questi due capisaldi devono riuscire a farci mettere alle spalle l’approccio Gelmini-Tremonti, fondato su analisi sbagliate della competitività del sistema. Condivido perciò le proposte che il PD ha messo in campo a livello nazionale e raccomando vivamente di farle diventare un oggetto reale di confronto con le altre forze politiche. Esse riguardano, come sappiamo:
- la trasformazione del nido d’infanzia da servizio a domanda individuale a diritto educativo di ogni bambina e di ogni bambino, e la generalizzazione della scuola d’infanzia;
- la certezza di risorse alle scuole per innovare la didattica e funzionare bene;
- l’estensione del tempo pieno nella scuola primaria e del modulo a 30 ore per le compresenze;
- il trasferimento degli uffici scolastici regionali dal ministero alle regioni;
- il passaggio dai livelli essenziali delle prestazioni ai Livelli essenziali degli apprendimenti e delle competenze (Leac);
- la soluzione del problema del precariato;
- la lotta alla dispersione scolastica;
- l’investimento sull’istruzione tecnica e professionale di qualità;
- il piano straordinario per l’edilizia scolastica.

2.
La seconda battaglia che va data è proprio per l’edilizia scolastica. Qui ci sono gravissime colpe del governo, tra le quali spicca l’abbandono della legge 23 del 1996, l’uso dei fondi FAS, la centralizzazione parossistica delle scelte, l’abbandono dell’anagrafe dell’edilizia scolastica. È tempo, come chiede il PD, di costituire una commissione parlamentare d’inchiesta sui piani di intervento sull’edilizia scolastica. Queste cose le abbiamo dette proprio il 14 settembre, il giorno dell’apertura delle scuole in Toscana, approvando in Consiglio regionale una importante mozione.

Ma c’è anche un impegno nostro che va rimesso in campo con decisione. Non possiamo aspettare momenti migliori. Subito, dunque, si stabilisca quali sono gli investimenti che sono fuori dal patto di stabilità, e tra questi non può che esserci l’edilizia scolastica pubblica.

La messa in sicurezza delle scuole è un problema di tutti. E lo è anche in Toscana, che pure ha fatto in questi anni – enti locali e Regione – uno sforzo importante, segnalato dalla ricerca di Legambiente “Ecosistema scuola 2011”. Avremmo però bisogno di quasi un miliardo e mezzo di euro per l’edilizia scolastica, quasi 900 milioni solo per la messa in sicurezza degli edifici. Cifre da capogiro. Agiamo dunque di conseguenza, a partire dagli strumenti che abbiamo, per fare ciascuno la propria parte. È giusto che la Regione Toscana confermi l’impegno a mettere a disposizione degli enti locali risorse per l’edilizia e a fare in modo che queste siano utilizzabili. Ma sull’edilizia scolastica è tutto il sistema locale che deve mantenere viva l’attenzione, deve trovare le risorse nei bilanci, deve costruire un programma comune. Credo che dobbiamo riuscire ad intervenire con azioni congiunte e concordate sul territorio con accordi Regione-enti locali.

Dunque, abbiamo da svolgere una iniziativa generale, verso governo e parlamento, promuovendo prese di posizione delle istituzioni regionali e locali, facendo petizioni di cittadini e promuovendo incontri pubblici.
Poi, dicevo, dobbiamo impegnarci tra Regione e territorio per organizzare al meglio ciò che possiamo fare per l’edilizia scolastica.

3.
Giustamente, però, alcuni assessori all’istruzione di grandi comuni, tra cui il comune di Firenze, hanno posto il tema più generale del patto di stabilità sull’insieme della spesa per l’istruzione. Condivido questa richiesta, e penso che dobbiamo farla nostra. L’istruzione, come la sanità, riguarda servizi su cui la spesa non può arretrare. Aggiungo che andrebbe fatta una riflessione ancora più ampia, che coinvolga pressoché tutte le funzioni fondamentali dei comuni che attengono all’erogazione di servizi rilevanti per i cittadini.

4.
Il nostro impegno non può mancare, più in generale, sulla scuola dell’infanzia. Anzi, direi sull’educazione per i bambini da 0 a 6 anni, dunque nidi compresi. Abbiamo in questi anni costruito più occasioni e modalità di sviluppo dell’educazione dei più piccoli, ma resta l’esigenza imprescindibile di avere nel territorio una diffusa rete di nidi d’infanzia. Se non c’è questo, tutto il sistema dell’educazione dei più piccoli non regge, perché manca la cultura e l’attrezzatura minima, l’esperienza professionale necessaria per reggere un sistema fatto di più opportunità, anche del privato sociale. Il pubblico non coordina niente se non fa anche da sé. Fortificare la rete dei nidi, anche in una dimensione intercomunale, è un obiettivo realistico. Stesso discorso vale per le scuole dell’infanzia, che – io penso – in una prospettiva moderna dovrebbero essere generalizzate su tutto il territorio ed essere affidate alla gestione comunale. Sulla scuola dell’infanzia possiamo anzi avere un obbiettivo ambizioso, di procedere gradualmente ad una sempre più ampia responsabilità del sistema locale, così costruendo una prima importante attuazione del Titolo V della parte seconda della Costituzione.
Sulla scuola dell’infanzia la Regione ha fatto un investimento importante, raffrontato soprattutto alla difficile situazione finanziaria che attraversiamo. Certo, non possiamo arretrare. Allo stesso tempo non possiamo non denunciare che l’intervento regionale non può essere sempre sostitutivo, e che, ad un certo punto, bisogna decidersi a trasferire alla Regione, e dunque al sistema locale, il complesso delle risorse e delle competenze dello Stato. Del resto, la stessa Costituzione consente una autonomia più spinta delle Regioni, anche differenziata, che coinvolge anche le norme generali sull’istruzione.

Per inciso, sui servizi educativi per la prima infanzia siamo in Regione in prossimità degli obiettivi di Lisbona (nel 2009 al 31,7%, rispetto all’obiettivo del 33%). Però una parte del territorio ne è privo, le liste di attesa per gli asili nido crescono e hanno ormai superato quota 7.000 bambini. Possiamo lavorare in questa direzione, sviluppando almeno servizi gestiti a livello di area intercomunale? Possiamo, insieme a ciò, puntare di più sulla riduzione delle liste d’attesa? Questi due obiettivi (attrezzare tutto il sistema locale, ridurre le liste d’attesa) potrebbero costituire il nucleo dei nuovi criteri di riparto delle risorse regionali. Nel triennio passato, la Regione ha fatto scelte importanti, concentrando risorse per ben 73 milioni di euro. Ma lo Stato si è gravemente disimpegnato, e non sono più disponibili né le risorse del ministero della famiglia, né quelle del ministero delle pari opportunità.

5.
La riflessione che facevo sulla ricerca di una maggiore autonomia e valorizzazione della Regione e degli enti locali sulla scuola dell’infanzia introduce al tema più generale dell’attuazione del Titolo V della parte seconda della Costituzione sul punto dell’organizzazione scolastica. Nella cd. Carta delle autonomie (il ddl Calderoli oggi al Senato) è posto il tema del trasferimento delle funzioni statali alle Regioni, ma finora tutto si risolve in un rinvio a futuri provvedimenti legislativi. Bene: possiamo porre qui subito il tema dell’organizzazione scolastica? Anche prevedendo (come dicevo) trasferimenti differenziati, subito per le Regioni che sono in grado di provvedere?

Perché, se questo non è, se non c’è voglia di assumersi questa responsabilità (come invece in passato è avvenuto per il sistema sanitario), allora meglio rimettere tutto in discussione, le competenze della Regione, quelle degli enti locali, quelle dello Stato. Le scuole, gli insegnanti, le famiglie non possono essere tenuti a lungo così, senza un valido riferimento istituzionale sul da farsi. Nell’era della crisi finanziaria e fiscale non è più accettabile che si facciano manovre “a responsabilità limitata”, con uno Stato che taglia contando di scaricare su Regioni ed enti locali il peso delle sue inefficienze.

È venuto perciò il momento di prendere una iniziativa.

È importante che la Giunta regionale abbia deciso di impugnare le norme del decreto-legge 98/2011 sul dimensionamento scolastico, quelle che impongono la costituzione degli istituti comprensivi e l’accorpamento delle istituzioni esistenti in base al numero degli studenti (1000 o 500). Sono norme che stanno determinando situazioni paradossali e gestioni pesantemente inefficienti delle istituzioni scolastiche, di cui sono un evidente segno gli incarichi plurimi di dirigente scolastico. E’ importante che la Giunta regionale abbia approvato indirizzi per il dimensionamento scolastico che cercano di far fronte a questa paradossale situazione. Queste cose, però, ormai non bastano più. Tutti, credo, sentono una insoddisfazione per essere troppo al di qua del guado.

La Regione da tempo pone l’esigenza di dare piena attuazione al Titolo V della Costituzione, e su questo – secondo me – è bene mettere in campo un’azione decisa. Sappiamo che non è semplice, che il tema ha trovato soluzioni non sempre coerenti da parte della Corte Costituzionale, e che, infine, vi sono un grumo di problemi molto complessi da affrontare perché in gioco c’è anche l’attuazione del cd. federalismo fiscale, ci sono le funzioni fondamentali di comuni e province, ecc. Lucidamente, queste cose sono state messe in fila dal recente Rapporto 2010 dell’IRPET sull’istruzione in Toscana.

Però, penso che sia il tempo di elevare il contenzioso politico con lo Stato, perché l’azione regionale non è fatta solo di importanti risorse finanziarie che soccorrono il sistema locale e le scuole, è fatta anche di un essenziale contributo a sciogliere i problemi organizzativi della scuola, e dunque a dare certezze al sistema dell’istruzione pubblica.

Già: elevare il contenzioso politico, perché dell’attuazione del Titolo V al governo importa ben poco. L’ultimo NO pare sia venuto proprio di recente dal ministero, che comunque, sapendo di sposare una posizione insostenibile, ha costituito … un bel gruppo di lavoro!

In più, ritengo essenziale che la Regione pratichi pienamente il terreno dell’istruzione pubblica, e questo si fa solo se ci si sta dentro, se si acquisiscono competenze, se la cultura dell’organizzazione scolastica entra a pieno titolo nella vita della più importante istituzione della Toscana. Forse mi sbaglio, ma ritengo che in Toscana vi siano le condizioni per aprire una riflessione in più sui servizi erogati da comuni e province per la scuola, sulla sostenibilità o meno di un sistema con competenze frammentate tra scuola dell’obbligo e scuola secondaria di secondo grado. Abbiamo la capacità di trovare una nuova sintesi, nuove modalità di raccordo, o dobbiamo rassegnarci ad una latente conflittualità?

Nei passaggi più delicati, quando vengono in questione aspetti che incidono sulle strategie di fondo, il partito ha il dovere di sottoporre agli organi di governo regionale e locali problemi e domande che vengono dal confronto con la società e con le esperienze del territorio. Del resto, per noi, se assumeremo questa impostazione, non si tratta solo di sollecitare un impegno della Giunta regionale. Abbiamo da rivolgere la nostra azione anche a livello nazionale, contribuendo al dibattito generale del PD, e verso altri soggetti interessati, sindacali, associativi.

La Regione Toscana nel suo insieme ha, secondo me, l’esperienza e le qualità per affrontare il tema generale. E io penso che, a differenza del passato, c’è oggi bisogno di una legge regionale sull’istruzione, che migliori l’organizzazione pubblica e metta a profitto le cose importanti fatte finora. Che intanto definisca in modo organico il complesso delle azioni della Regione sulla scuola, e che apra la prospettiva di un più ampio disegno attuativo della Costituzione.

I temi che ho ricordato (battaglia contro questo governo, impegno deciso per l’edilizia scolastica, per la scuola dell’infanzia e per gli asili nido, per una scelta regionalista sull’organizzazione della scuola pubblica) non esauriscono il nostro impegno.

Un grande partito come il nostro non può rinunciare a svolgere una riflessione e una iniziativa sul ruolo degli insegnanti. Se ne parlerà in una sessione del Forum nazionale ad ottobre, ma intanto dobbiamo far sentire la nostra voce. E non possiamo tacere sulla grave situazione degli operatori ATA. I dati sono noti, come pure la volontà del ministro Gelmini di cancellare 67.000 posti docente e 33.000 posti ATA, con un provvedimento ora giudicato illegittimo e che ritorna alla valutazione delle Regioni. Mi aspetto che le Regioni si facciano sentire. La verità è che aumentano gli alunni e diminuiscono insegnati e amministrativi, e che ciò avviene con un governo del sistema del tutto inadeguato e al limite della improvvisazione. La verità è che aumenta il numero degli alunni per classe e in alcuni casi (le cd. classi-pollaio) con effetti disastrosi. Anche questo lo abbiamo stigmatizzato con una mozione approvata il 14 settembre dal Consiglio regionale su proposta del PD.

Tutto avviene in nome di una razionalizzazione che non si misura sulla qualità e sull’efficacia. Gli obiettivi della razionalizzazione, se non si alimentano di qualità, si riducono alla ricerca della mera riduzione della spesa e precipitano verso la consapevole de-scolarizzazione. Con il IV governo Berlusconi la miscela è diventata esplosiva. Rischiamo di perdere il meglio che abbiamo (la scuola primaria) e di abbattere definitivamente quello che avrebbe bisogno di maggiore innovazione.

A parte ogni considerazione sui metodi utilizzati normalmente per raffronti tra il nostro Paese e quelli dell’area OCSE e europei, il punto vero che è che la spesa complessiva per l’istruzione italiana non è per nulla squilibrata rispetto al PIL. Del resto, proprio in questi giorni l’OCSE è intervenuta ricordandoci a quale livello siamo:
- diplomati tra i 25 e i 34 anni: Italia 70,3% – paesi OCSE 81,5%; aumentiamo nelle classi più adulte, diminuiamo addirittura tra i giovanissimi;
- laureati delle classi giovani: Italia 32% – paesi OCSE 38,6%
- spesa per l’istruzione scolastica e universitaria: Italia 4,8% del PIL – paesi OCSE 6,1% del PIL (su 34 paesi siamo 29esimi);
- stipendi più bassi per gli insegnanti.

La replica della Gelmini non si è fatta attendere, ripetendo la litania del numero degli insegnanti per alunno, che in Italia è più alto sia della media OCSE che della media italiana. Eccola l’ossessione, unica, decisiva, qualificante tutto l’operato di questo governo. L’ossessione che ha fatto dare pirotecnici giri di numeri dai propagandisti governativi, arrivati perfino ad usare false cifre sui bidelli e a gridare che questi sono più dei carabinieri!

Un giorno spero, qualcuno farà i conti giusti, e dirà che nei nostri conti ci sono insegnanti che altrove non ci sono, come quelli di religione, come quelli per il sostegno ai disabili, questi ultimi destinati a crescere, e spiegherà che in Italia c’è un tempo scuola per ragazzi molto più elevato che altrove.

Il tempo scuola, la scolarizzazione, la de-scolarizzazione. Ogni ipotesi di razionalizzazione, che a noi non fa paura e che vogliamo porti a migliorare (pensiamo al ruolo delle nuove tecnologie) non a perdere la scuola, deve fare i conti con lo scenario che vogliamo immaginare per il futuro.

Se noi vogliamo seguire scenari di ri-scolarizzazione dobbiamo puntare su altre politiche rispetto a quelle messe in campo dalla destra italiana. Un buon governo si rimbocca le maniche e si mette a lavorare per la scuola! Un buon governo sa anche trovare la strada per un giusto rapporto tra la scuola pubblica e quella paritaria, sa cosa vuol dire la scuola paritaria dell’infanzia e come essa contribuisce, in un intenso rapporto di collaborazione con il pubblico e con la condivisione degli obiettivi pedagogici, al diritto all’istruzione dei bambini. Un buon governo sa qual è l’interesse da tutelare, e cosa significa la scuola per tutti. Un buon governo non taglia borse di studio (solo in Toscana quest’anno mancheranno 3 milioni!) e lascia nell’incertezza enti locali e famiglie sui buoni libro.

Sciorinare numeri non è il mio forte, e ammetto che i numeri in mano ai politici rischiano sempre di essere manipolati.

Mi appoggio allora a quelli dell’IRPET del rapporto 2011 che ho già citato, e che raccontano di in gap tra Italia e Europa ancora lontano da essere colmato, con alti divari di scolarizzazione superiore (in Toscana andiamo un po’ meglio che in Italia, siamo al 77% dei ragazzi tra i 20 e i 24 anni) e di abbandono precoce della scuola. In Toscana, in tutti i cicli scolastici, aumentano le classi (+7,5% in dieci anni) ma molto meno degli iscritti (13%), eppure quell’aumento è dovuto alle sezioni di scuola dell’infanzia (+20% rispetto al +26% di iscritti), mentre il divario tra classi e iscritti è forte nella scuola primaria (+2,4% classi, +12,7% di iscritti).

L’IRPET ha misurato anche il rendimento scolastico, segnalando che il 94% dei diplomati nei licei prosegue gli studi, che si mantiene alto il numero dei diplomati tecnici che vanno all’università (56%), mentre il 68% dei diplomati ai professionali interrompe gli studi dopo il diploma. Il sistema economico toscano premia di più i diplomati tecnici e professionali, ma questi ultimi – a differenza dei primi – trovano lavoro in attività che richiedono semplicemente la scuola dell’obbligo.

L’istruzione tecnica in Toscana subisce negli ultimi anni minore attrazione dei giovani, e soprattutto nelle aree urbane industriali, dove invece prevalgono scelte in favore dei licei.

Di rilievo sono poi i dati sulla presenza dei ragazzi stranieri nelle scuole secondarie (sono il 7,8% del totale), presenza che però è inferiore a quel 10% che sono tutti i ragazzi stranieri rispetto ai coetanei toscani. Gli studenti stranieri preferiscono gli istituti professionali (qui sono il 15% del totale), mentre sono poco presenti nei licei. Le migliori chances di inserimento lavorativo sembrano essere nelle aree urbane distrettuali.

Nell’ultimo anno è cresciuta, complessivamente, la nostra popolazione scolastica, che arriva a 463.666 alunni, 790 in più nella scuola dell’infanzia, 873 in più nella primaria, 1.846 nella secondaria di primo grado, 2.112 in quella di secondo grado. 3.000 insegnanti sono stati tagliati in due anni e 700 lavoratori ATA. Più puntualmente, i dati della CGIL toscana rivelano che dall’anno scolastico 2009/2010 all’a.s. 2011/2012 sono stati tagliati 5942 posti, 3757 docenti e 2185 ATA. 69 sono le direzioni scolastiche destinate ad essere soppresse. I dirigenti scolastici non vengono rinominati. Sono cifre importanti, che ci fanno preoccupare di cose avverrà in quest’anno e nei prossimi della scuola toscana, di quella delle città e soprattutto di quella delle zone montane.

Il ministero dell’istruzione pubblicizza in questi giorni 66.300 stabilizzazioni. Però tutti sanno che sono numeri sulla carta e che il processo di stabilizzazione avviato con il governo Prodi (e che oggi sarebbe concluso con successo) è ormai fortemente compromesso dalle iniziative della Gelmini.

Si discuterà ancora per qualche giorno di questi ed altri dati, la battaglia dei numeri è sempre sulle pagine dei giornali. Poi verrà la realtà, la resa dei conti vera, le difficoltà di gestione, i problemi di organizzazione quotidiani. La crisi finanziaria può fare il resto, se al governo resta questa classe dirigente dei fatti propri. Ma infine la Gelmini se ne andrà, e se ne andrà Tremonti e il capo padrone. Toccherà ad una nuova classe dirigente, toccherà al centro sinistra rimettere insieme i cocci, ricominciare a governare.

Si batte per sopravvivere, la scuola pubblica italiana!

C’è in giro una specie di de-costituzionalizzazione della scuola, che dovrebbe essere garantita a tutti e così non è. Come non c’è più il tempo pieno, quello vero, quello con le 40 ore che rispondevano prima di tutto ad una coerenza formativa. Non quello della propaganda governativa. Si accorpano scampoli di ore a più insegnanti, si frammenta l’offerta formativa, il maestro unico è un fallimento. Se non c’era la Corte Costituzionale, gli insegnanti di sostegno potevano starci o no, decideva Tremonti. Un taglietto di 8 miliardi di euro dal 2008, con i finanziamenti sulla legge per l’autonomia che passano da 258 milioni del 2001 a 88 milioni del 2011. Fondo di funzionamento ordinario azzerato nel 2009, ricostituito nel 2010 solo dopo i ricorsi. Quasi completa soppressione delle scuole serali. Coperta corta per gli studenti, che in assenza di insegnanti vanno in soprannumero in altre classi. Difficile combattere la dispersione scolastica. Mancano le risorse per pagare le ore di recupero degli studenti con debiti formativi (da 200 milioni nel 2007 si passa a 27 milioni di quest’anno). Chi copre la necessità di istruzione sulla lingua inglese?

Ogni volta che faccio mente locale su queste cose mi chiedo in nome di cosa sono state pensate e realizzate. Non so voi, ma io ci vedo solo una pervicace volontà di farla finita, una volta e per tutte, con la scuola pubblica, con la scuola di tutti. Il fatto è che non hanno nemmeno uno straccio di idea sulla scuola dei pochi, su quella competitiva, su quella della futura classe dirigente. Non hanno uno straccio di nulla …

Io ho concluso la lettura dei miei appunti. Se in alcuni momenti vi ho dato l’impressione dello scoramento (perché, lo confesso, a volta ti prende, e soprattutto quando al mondo della scuola senti di aver dato qualcosa di te stessa, al pari di tanti insegnanti e operatori), allora devo dirvi che non è così, non deve essere così. La battaglia per la scuola è apertissima, e il nostro compito è di tenerla sempre aperta, nonostante le Gelmini e i Tremonti. Tenerla aperta e rafforzarla perché deve essere vinta. Per me, per noi, il futuro della scuola è parte integrante di una nuova politica, più mite, più onesta, più concreta.

Dopo questo incontro organizzeremo altri momenti di riflessione tematici, aperti al contributo di tutti i soggetti interessati, anche riproponendo su scala regionale gli argomenti su cui è impegnato il Forum del PD sull’istruzione.

Vi invito, perciò, a dire la vostra, ad arricchire questa consapevolezza, e a farlo con l’esperienza e la voglia di cambiare che ci appartiene e che non ci abbandonerà mai.

Una giornata di neve sulla politica

Una giornata di neve sulla politica

Di Luigi Dallai

Le previsioni davano neve e puntualmente la neve è arrivata determinando la giornata campale di un sistema di trasporti ormai al collasso. Le strade toscane, quelle su cui l’ANAS vuole mettere il pedaggio, chiuse per impraticabilità.

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Repressione

Repressione

Di Manuel Menzocchi

L’idea che, proprio ieri, il nostro gioioso Ministro del Welfare abbia rabbiosamente tuonato REPRESSIONE ci induce ad una serie di considerazioni che portano in primo piano anche questioni di politica locale.

Ma andiamo per ordine. Ci sono delle giornate particolari, sono quelle che per la loro intensità estendono la propria durata ed incarnano, manifestandoli, tanto lo spirito, quanto le contraddizioni di un intero periodo; sono momenti in cui le immagini e gli eventi perdono il freddo incedere della cronaca per far emergere riflessioni più profonde e normalmente trascurate. La giornata di ieri può essere, a pieno titolo, considerata una di queste ed adesso, prescindendo la puntuale presentazione degli eventi, ci apprestiamo a ricercare nessi, legami, collegamenti che costituiscono la polpa della conoscenza.

Partiamo da qualche immagine e dalla già citata parola REPRESSIONE: le conversioni inaspettate al rifiuto della sfiducia, il tabellone con i risultati della votazione, la tarantella della Mussolini e fuori studenti, aquilani, operai, precari, donne e uomini che sfilano, poi Roma e i bastoni, le auto che bruciano, i manganelli, una pistola. AMAREZZA, è questo il primo sentimento, ma è intimo e deve essere superato, anche se ricompreso nell’analisi.

Se da una parte ieri è andata in scena l’estrema e grottesca resistenza di un governo che, con l’esperta arte dell’illusionismo, ha costantemente ignorato e deformato le questioni sociali che la crisi ha prodotto o esacerbato, un governo che ha ingessato e plasmato il paese agli interessi ed alle beghe del CAPO, che ha anestetizzato e incanalato una disorientata opposizione sui suoi strumenti, sul suo linguaggio, sulla sua esistenza. Dall’altra abbiamo visto e vissuto un’Italia meno pasciuta e più disperata, il suo dolore e la sua protesta, accompagnata dall’esplodere della violenza dei volti coperti e dei bastoni branditi di alcuni gruppi di persone.

Ormai da qualche anno le richieste di giustizia, trasformazione, aiuto, disperazione di alcuni settori della società italiana trovano come possibili risposte da parte del Governo: politiche che accentuano le disuguaglianze; chiusura fatta di accuse di disfattismo, pessimismo, conservatorismo o ottusità (come è successo agli studenti che hanno inutilmente e reiteratamente richiesto un incontro con Ministro dell’Istruzione); splendidi sorrisi e promesse pronunciate con tono caldo e rassicurante dando il proprio lato migliore alle telecamere, salvo poi essere puntualmente disattese nel mondo vero che, come si sa, non è poi così importante.

Il PD, dal canto suo, qualcosa fa, ma timidamente: incontra, sostiene, scrive, ma manca del coraggio di promuovere un progetto  alternativo, realistico, deciso, complessivo che tenti di affrontare la fitta e complessa società contemporanea ascoltando prima di tutto i deboli, quelli che nella superficiale e cinica Italia berlusconiana trovano posto solo come oggetti della magnanima carità del capo. Pensiamo ad Ed Miliband che ha affermato la necessità di costruire un complessivo progetto di governo già nei suoi primi momenti da leader dei laburisti inglesi all’opposizione e facciamo nostro l’impegno di trasformare tensioni e depressioni in speranza, in progetto condiviso, partecipato, raccontato, se non nel luccicante mondo della televisione, nei mille ambienti della realtà.

Avevamo iniziato con il Ministro del Welfare che dissennatamente invoca la REPRESSIONE ed adesso capiamo che, una sottile e pervasiva repressione è già in atto e si concretizza in quel rapporto di forza perpetuo che ci invita ad ignorare pubblicamente le reali questioni sociali in campo, le proposte di chi sopravvive nella realtà, le richieste di trasformazione che provengono da precisi settori sociali e ci spinge privatamente nella logica del farci i fatti nostri di cui il Presidente del Consiglio appare un fulgido campione.

Individui invisibili e mansueti o singoli devianti, questo nella logica della repressione devono diventare i precari a vita, gli aquilani che hanno visto uccisa due volte la loro città, gli operai che perdono diritti e lavoro, i giovani, le donne e gli uomini disoccupati, gli studenti medi e quelli universitari che difendono l’istruzione pubblica, i ricercatori che sono la fonte dell’innovazione nel paese, i campani che continuano ad essere sommersi dalla spazzatura, i disabili che vedono eroso il loro diritto allo studio ed all’integrazione, gli immigrati e i poveri, nuovi o vecchi che siano.

Allora proprio partendo dalla realtà locale, dalla quotidianità più vicina dobbiamo opporci alla repressione attraverso politiche attente che mirino alla partecipazione come fondamento di un programma amministrativo orientato al miglioramento della città. Contro l’anestesia mediatica dobbiamo sentire che ci interessa il generale miglioramento della qualità della vita, lo stato di noi stessi e del nostro prossimo, i progetti di trasformazione delle nostre istituzioni o della nostra città, certo, è faticoso, ma ci interessa, nella convinzione che i grandi miglioramenti si conquistano insieme.

Ed ancora, contro la repressione, potremmo cominciare ad informarci e ad incontrare gli studenti denunciati a Siena nei giorni scorsi per occupazione o blocco del traffico e cercare di creare un terreno di comunicazione che ci aiuti a capire la loro distanza dai partiti; potremmo intervenire come amministrazione, come partito o come singoli per risolvere il problema di quelle famiglie che vivono nelle roulottes, anche a Siena; potremmo accompagnare il percorso della Consulta dell’handicap nella sua battaglia per il diritto all’Integrazione, fino alla Corte Europea se necessario; potremmo tenere vivo quello spirito di attenzione e partecipazione che la città già in passato ha mostrato, ad esempio contro la pena di morte, per dare il nostro particolare contributo ad una politica migliore.

Foto: Rai News

Il coraggio di cambiare

Il coraggio di cambiare

-di Niccolò Guicciardini

Ci sono alcuni elementi da cui non si può prescindere per poter esprimere un pensiero sull’incontro organizzato a Firenze tra il 5 ed il 7 Novembre da alcuni esponenti di spicco del Partito Democratico, tra cui il primo cittadino di Firenze.

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“Scuola” è la parola che disegna il futuro

“Scuola” è la parola che disegna il futuro

Risparmiare sulla semina? “Scuola” è la parola che disegna il futuro. Non è solo un capitolo del Bilancio dello Stato, ma il più  grande investimento sul capitale umano e sul futuro del nostro Paese.

Contrariamente alle impressioni la scuola è un argomento difficile di cui parlare poiché,

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Il PD e il governo Lombardo in Sicilia

Il PD e il governo Lombardo in Sicilia

A seguito dell’articolo di Bruno Melani sull’appoggio del PD al governo Lombardo in Sicilia ci e’ giunto questo commento di Mimmo Ferraro che pubblichiamo volentieri.

Per comprendere meglio ciò che accade qua in Sicilia con il governo Lombardo, è necessario, innanzi tutto, fare un po’ di analisi di quanto è avvenuto qui nella nostra regione.
La sinistra negli ultimi anni (adesso sono più di dieci) ha avuto un lento declino elettorale e di radicamento nel territorio. Tutti ricorderanno l’emblematico: il 61 a zero del 2001. L’ultima volta che si è votato con l’uninominale. Il centrosinistra si presentò con la prima forma di Ulivo, necessaria per i collegi uninominali, e non solo per una nuova prospettiva politica, ma il centrosinistra ebbe questa batosta.
Incredibilmente, però, non è il risultato più negativo. Infatti, i successivi appuntamenti elettorali hanno segnato un ulteriore arretramento. Il ciclo negativo si conclude con le ultime regionali quando il centrosinistra va alla competizione elettorale dopo lo scioglimento anticipato (unico caso nella storia siciliana) dell’assemblea in seguito alle dimissioni di Cuffaro, condannato per reati connessi alla mafia.

Era ragionevole pensare che i siciliani indignati, premiassero il centrosinistra che oltretutto si presentò con un candidato governatore di tutto rispetto, ovvero la senatrice Anna Finocchiaro. Invece il centrosinistra arretrò ancora e grazie a una legge elettorale che dava un premio di minoranza, il gruppo parlamentare all’Ars è numericamente consolante.
Si possono azzardare alcune spiegazioni. La prima è che la sinistra ha perso in Sicilia la sua base sociale. In verità questo è un fenomeno comune con il resto del paese. Ma in Sicilia senza una classe operaia, con la fine del bracciantato agricolo, non si può contare su un blocco sociale. Di contro le destre, e ancor prima di questa destra la DC, hanno occupato quasi militarmente tutte le istituzioni con una scientifica fabbrica del consenso. Basti pensare che la regione Sicilia ha il più alto numero d’impiegati regionali, funzionali a accogliere voti. Cooperative e precari che nascono in periodo elettorale fanno il resto. Persino le Università non si sottraggono a questo rito dell’occupazione sistematica. Di contro la nostra classe dirigente non è stata abile e fronteggiare questo fenomeno.
Voglio ancora ricordare che gli unici eletti al parlamento Europeo nell’ultimo appuntamento elettorale sono stati Rosario Crocetta e Rita Borsellino… allora entrambi non organici al PD. il partito aveva
altri candidati, Questo fatto è indicativo. Un candidato non strettamente di partito riesce a coagulare più consenso.

Questo è il contesto in cui si è mosso il PD dopo le ultime tornate elettorale. Di contro il cuffarismo imperante con l’elezione di Lombardo ha un’inversione di tendenza. Lo smantellamento del piano dei rifiuti voluto da Cuffaro con i quattro megaincenritori, ha segnato un duro colpo al più grosso affare che la politica e l’imprenditoria aveva messo su negli ultimi anni. Subito nel centro destra si aprono delle crepe. Il Pd con una strategia obbligata, guai se non lo avesse fatto, si butta n mezzo queste crepe e cerca di allargarle.
Nascono improbabili tentativi di partito del sud e Lombardo perde la maggioranza. Si rivolge con un generico appello a chi ci sta per fare un governo per le riforme. Sebbene il Pd rischi di spaccarsi su
questo, un po’ come i pifferi di montagna che andarono… per spaccare, e furono… spaccati, si riuscì, pur con delle giustificate tensioni interne, a rendersi disponibile, non a un appoggio organico al governo Lombardo ter, ma a votare in aula riforme, ma come tutte le riforme si sostanziano in atti parlamentari.
Sono nominati due assessori di cultura di centrosinistra, ma essenzialmente dei tecnici e qualche risultato per la Sicilia e per i siciliani si raggiunge. Soprattutto con la finanziaria regionale. I provvedimenti di quest’ultima però restano incompiuti per mancanza dei provvedimenti attuativi. E anche in seguito a questo che sembra che l’esperimento non possa andare aventi.
La manovra di Tremonti, fa il resto. La manovra più punitiva per la Sicilia e per il meridione assieme al mancato trasferimento dei fonti FAS in Sicilia obbliga il Partito Democratico a incalzare Lombardo
affinché tagli con il governo Berlusconi. Il resto lo fanno i sussulti nazionali nel quadro politico. La vicenda Fini, il definitivo tramontato di un possibile congiungimento tra le due anime del PDL in Sicilia e infine la scissione dell’UDC, ha ricomposto un quadro politico inedito. Lombardo mette fuori tutto il PDL e la parte dell’UDC che segue Cuffaro a Mannino e votare la fiducia a Berlusconi e tiene la parte fedele a Casini. Futuro e libertà di Fini fa cadere ogni sorta di veto e nasce i Lombardo quater. Essendo un governo con una maggioranza diversa da quella voluta dagli elettori si ritiene opportuno fare una giunta tecnica. La cosa per il PD era essenziale e nasce così l’appoggio a questa giunta tecnica.
Gli assessori sono tutti di grande spessore culturale e politico e l’impegno programmatico è quello di avviare una stagione di riforme in favore della Sicilia e dei Siciliani. Una forza riformista come il PD non può sottrarsi a tutto questo. La politica diventa quella cosa per cui è nata: risolvere i problemi dei cittadini. Il resto spesso è astrazione e solo ricerca di formule sempre più distanti dai cittadini.

Nessuno si nasconde che l’esperimento è denso d’insidie, e sopratutto dovrebbe impegnare tutto il partito a spiegarlo bene ai propri iscritti. La faccenda non è d’immediata lettura. Il gruppo dirigente di vertice ha tenuto informato il segretario nazionale e quasi tutti i passaggi sono stati concordati.
A margine mi piace infine rassegnare il più ovvio dei commenti. Era assai meglio che il PD in Sicilia avesse altre consistenze numeriche. Sarebbe stato più facile richiedere elezioni anticipate. Nessuno ha sposato Lombardo né la sua maniera di fare politica, ma si è fatto di necessità virtù. Nessuno, infine, ha mai pensato di esportare questo modello nel resto del paese e in un ipotetico governo nazionale.

Mimmo Ferraro

Fare Politica

Fare Politica

Noi crediamo che fare politica imponga innanzitutto di essere capaci di capire il mondo che ci circonda, comprendere quali siano i problemi delle persone e proporre delle soluzioni. Crediamo che il tema dei diritti tocchi davvero da vicino la vita delle persone e non possa essere accantonato o evitato per prudenza o timore di divisioni interne. Pubblichiamo volentieri la lettera aperta di Stefano Ciatti delegato dell’assemblea nazionale del PD apparsa sul sito Laicità e Diritti.

Caro Segretario Bersani, eppure mi era piaciuto il suo discorso a Torino.

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Leali ma non conformisti

Leali ma non conformisti

Pubblichiamo volentieri il documento scritto da alcuni amici pisani, in vista del congresso provinciale. Per il documento è anche stato creato un blog.

La scelta degli organismi dirigenti del partito provinciale è l’occasione per avviare un confronto sui processi che stanno segnando lo sviluppo di questo territorio e sul ruolo che il partito stesso può giocarvi.

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I Norman d’Italia: laurea con lode e una vita offesa

I Norman d’Italia: laurea con lode e una vita offesa

I disperati salgono sui tetti, quelli che non hanno via di fuga e sono sotto ricatto si lanciano nel vuoto. Una generazione di precari per sempre, in bilico. Soprattutto se nasci al Sud – L’analisi

di Giuseppe Provenzano
I disperati salgono sui tetti, e prima o poi accade: uno si butta giù. Si buttano giù, i giovani italiani, al Sud più che altrove, quando arriva il giorno in cui si chiedono: a cosa è servito tanto studiare? Un giorno di settembre, se mancano tre mesi alla laurea, o al dottorato, e si chiedono che fare dopo.

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