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Il diritto di usare la Rete come fonte e luogo di conoscenza è e resta la nostra priorità.

Il diritto di usare la Rete come fonte e luogo di conoscenza è e resta la nostra priorità.

Il Disegno di legge – Norme in materia di intercettazioni telefoniche che prevede al comma 29 recita:
«Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.»

Questo dispositivo rischia di mettere a dura prova la libertà di espressione di molti blog come il nostro. La redazione dei Sottomarini Senesi pubblica il testo integrale Comunicato stampa del 4 ottobre 2011 di Wikipedia Italia
Cara lettrice, caro lettore,

in queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più continuare a fornire quel servizio che nel corso degli anni ti è stato utile e che adesso, come al solito, stavi cercando. La pagina che volevi leggere esiste ed è solo nascosta, ma c’è il rischio che fra poco si sia costretti a cancellarla davvero.

Negli ultimi 10 anni, Wikipedia è entrata a far parte delle abitudini di milioni di utenti della Rete in cerca di un sapere neutrale, gratuito e soprattutto libero. Una nuova e immensa enciclopedia multilingue e gratuita.

Oggi, purtroppo, i pilastri di questo progetto — neutralità, libertà e verificabilità dei suoi contenuti — rischiano di essere fortemente compromessi dal comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni.

Il Disegno di legge – Norme in materia di intercettazioni telefoniche etc., così modificato (vedi p. 24), alla lettera a) del comma 29 recita:

«Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.»

Tale proposta di riforma legislativa, che il Parlamento italiano sta discutendo in questi giorni, prevede, tra le altre cose, anche l’obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine.

Purtroppo, la valutazione della “lesività” di detti contenuti non viene rimessa a un Giudice terzo e imparziale, ma unicamente all’opinione del soggetto che si presume danneggiato.

Quindi, in base al comma 29, chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto — indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive — di chiedere l’introduzione di una “rettifica”, volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti.

In questi anni, gli utenti di Wikipedia (ricordiamo ancora una volta che Wikipedia non ha una redazione) sono sempre stati disponibili a discutere e nel caso a correggere, ove verificato in base a fonti terze, ogni contenuto ritenuto lesivo del buon nome di chicchessia; tutto ciò senza che venissero mai meno le prerogative di neutralità e indipendenza del Progetto. Nei rarissimi casi in cui non è stato possibile trovare una soluzione, l’intera pagina è stata rimossa.

Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
Articolo 27

«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.

Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.»

L’obbligo di pubblicare fra i nostri contenuti le smentite previste dal comma 29, senza poter addirittura entrare nel merito delle stesse e a prescindere da qualsiasi verifica, costituisce per Wikipedia una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza: tale limitazione snatura i principi alla base dell’Enciclopedia libera e ne paralizza la modalità orizzontale di accesso e contributo, ponendo di fatto fine alla sua esistenza come l’abbiamo conosciuta fino a oggi.

Sia ben chiaro: nessuno di noi vuole mettere in discussione le tutele poste a salvaguardia della reputazione, dell’onore e dell’immagine di ognuno. Si ricorda, tuttavia, che ogni cittadino italiano è già tutelato in tal senso dall’articolo 595 del codice penale, che punisce il reato di diffamazione.

Con questo comunicato, vogliamo mettere in guardia i lettori dai rischi che discendono dal lasciare all’arbitrio dei singoli la tutela della propria immagine e del proprio decoro invadendo la sfera di legittimi interessi altrui. In tali condizioni, gli utenti della Rete sarebbero indotti a smettere di occuparsi di determinati argomenti o personaggi, anche solo per “non avere problemi”.

Vogliamo poter continuare a mantenere un’enciclopedia libera e aperta a tutti. La nostra voce è anche la tua voce: Wikipedia è già neutrale, perché neutralizzarla?

Gli utenti di Wikipedia

Manifesto per un nuovo spirito pubblico

Manifesto per un nuovo spirito pubblico

Pubblichiamo il “Manifesto per un nuovo spirito pubblico” discusso Sabato 1 Ottobre  scorso a Firenze all’iniziativa “etica e politica”

1. Necessità

C’è bisogno in Italia di un nuovo spirito pubblico.

Se vogliamo affrontare con qualche possibilità di successo l’asprezza della crisi economica e finanziaria, se non vogliamo restare a guardare passivamente il progressivo degrado della vita civile, dobbiamo venir fuori al più presto dal caos in cui si trova il sistema democratico, e ricostruire l’autorevolezza delle istituzioni politiche.

Ci vorrà del tempo per fare i conti pienamente con i cambiamenti prodotti in questi anni, nei comportamenti pubblici e privati, dal populismo dilagante, dall’invasione dei conflitti d’interesse, dalla demagogia anti italiana, da un esercizio del potere troppe volte oscuro, insincero, volgare, e infine corrotto.

Ma non ci riusciremo se non cominciamo da ora a costruire un nuovo spirito pubblico. Che metta al centro anzitutto l’onestà, la sincerità, la trasparenza. Che restituisca senso, dignità e riconoscimento alla cura degli interessi generali, dei beni comuni, delle ragioni dello stare insieme.

Questo nuovo spirito pubblico si costruisce anzitutto con il linguaggio della solidarietà, dell’unità e del civismo. E con una pratica della politica sobria e responsabile. Si costruisce con il coraggio della critica ai comportamenti che in questi anni hanno relegato in un angolo il patrimonio di civiltà del nostro Paese, ridimensionato i diritti e dileggiato i doveri, messo in discussione i valori dell’equità e della giustizia sociale e il rispetto delle diversità. In una parola: i fondamenti dell’etica civile, laica, repubblicana scritti nella nostra Costituzione, dai quali, invece, occorre ripartire. E nei quali sono descritti i due termini essenziali dell’essere morale individuale e collettivo: l’aspirazione alla “vita buona” e i doveri che ne derivano.

Ciò che caratterizza un nuovo spirito pubblico non è l’assenza del conflitto politico, non è la scomparsa delle differenze. E’ invece l’idea laica che nello spazio politico nel quale ognuno porta le proprie idee, vanno rispettate le regole senza prevaricazioni e abusi di potere e vanno valorizzati i percorsi individuali, le aspirazioni alla vita buona che ognuno ha dentro di sé e consentono agli altri di perseguire le proprie. E’ l’idea che il potere deve incontrare un limite, che tutti sono soggetti alla legge comune, e che questa si esercita nel riconoscimento delle libertà fondamentali degli individui.

Soprattutto, un nuovo spirito pubblico parte dalla consapevolezza che possiamo farcela a costruire un’Italia diversa e che vale la pena di spendere ciascuno qualcosa di sé in questa impresa.

Tocca alla politica fare il primo passo, e dunque farsi attraversare da un moto di rigenerazione morale, di senso etico del dovere, di dedizione all’interesse pubblico.

L’indignazione non basta più. L’indignazione verso ciò che sentiamo come una prevaricazione insopportabile ci dà la carica per reagire, per prendere voce pubblica, per riconoscerci in un movimento collettivo. Poi bisogna agire, fare ciascuno la propria parte. Anche perché tutti abbiamo da farci perdonare qualcosa, fosse soltanto il non aver capito in tempo, l’aver lasciato che le cose corressero così, l’aver pensato di potercela cavare da soli, l’aver ceduto alle banalizzazioni del “sono tutti uguali, gli altri”. Prendiamo esempio dal movimento delle donne, dalla sua carica unitaria e innovativa, dalla sua capacità di saper guardare al futuro di tutti.

La politica deve dare ora il segnale di voler riconquistare pienamente una dimensione collettiva e razionale.

2. Onestà, sincerità, trasparenza

Si diceva dell’onestà, della sincerità e della trasparenza. Queste sono, tra tutte, le prime competenze che deve dimostrare di possedere chi fa politica. Quelle che non bastano, ma senza le quali tutte le altre non servono a niente.

L’onestà e la trasparenza devono essere garantite da leggi stringenti e da codici etici adottati e sanciti dalle regole interne dei partiti. Leggi che oggi non ci sono, perché si ammette che un condannato per gravi reati possa accedere anche alle cariche più elevate. Codici che oggi non ci sono, e che quando ci sono non vengono applicati con la dovuta fermezza. L’onestà non la puoi imporre, ma con le leggi la puoi controllare, devi combattere il suo contrario. La trasparenza invece la puoi imporre, con le leggi e con i codici etici.

La sincerità può essere garantita solo dal diritto di cronaca, dalla libera espressione del pensiero, dal controllo da parte di una pubblica opinione avvertita, informata, esigente. Nel tempo presente, invece, il diritto di cronaca e la libera espressione del pensiero sono continuamente sotto schiaffo, mentre si fa largo la pratica nefasta della macchina del fango, del killeraggio a colpi di dossier. La giustizia è debole nel garantire i diritti, ed è lenta a colpire la macchina del fango.

3. Coraggio e riforme

Se vogliamo che si affermi un nuovo spirito pubblico, dobbiamo perciò avere il coraggio dell’elogio della mitezza e l’orgoglio dell’esercizio misurato del potere.

Ma un nuovo spirito pubblico, perché si diffonda nel corpo sociale e sia misura e criterio di apprezzamento dell’agire di ciascuno di noi, non può affermarsi veramente se non si ritrova nelle grandi istituzioni politiche e sociali, se non vive in buone e corrette leggi elettorali e in istituzioni per composizione e funzione autorevoli e degne di questo nome, se non si riconosce nel modo in cui viene gestito il servizio pubblico radio televisivo, e se la scuola pubblica viene abbandonata a sé stessa o la giustizia non funziona. I sostenitori del nuovo spirito pubblico sanno che devono dare battaglia per queste riforme.

4. Personalizzazione, populismo

Quanto alla politica, c’è da riflettere su come stiamo vivendo il processo di personalizzazione, che ha il merito di dare spazio ai talenti e alle qualità e il difetto di perdonare tutto ai vincitori. Il nuovo spirito pubblico di cui c’è bisogno non può che esaltare talento e qualità, ma non può perdonare a nessuno il tradimento dei valori declamati, la violazione delle regole comuni, la cattiva gestione del potere, men che mai al vincitore.

La cattiva personalizzazione si fa forza del clientelismo e dell’uso arrogante del potere e si esalta nel populismo. La miscela è esplosiva: tutto si può e si deve perdonare al potente di turno, a lui non deve essere richiesta né onestà, né trasparenza, né sincerità, anzi è lui stesso che detta i canoni della vita buona e la sua morale privata diviene criterio per ridisegnare la morale pubblica. Il gioco populista trasforma lo Stato di diritto in Stato etico, l’etica dettata dal Capo. La Costituzione è solo un orpello, i diritti inalienabili dell’uomo una inutile declamazione, non c’è più etica civile, laica, repubblicana. Per questa strada si dà il via alle leggi inumane verso gli immigrati, si apre la strada a divieti imposti non dalle leggi ma determinati da poteri amministrativi, si dà spazio all’omofobia, si punisce chi ha convinzioni diverse dalla maggioranza, si relegano nell’irregolarità le coppie che aspirano ad avere un figlio con la procreazione assistita, si cancella il diritto delle persone a ricercare la propria umana dignità al momento della fine della propria vita. E se un giudice osa rimettere le cose a posto, ce n’è anche per lui.

Nei regimi democratici, tuttavia, il gioco populista trova sul campo molti fieri avversari, anche quando, come è avvenuto in Italia, il populismo ha fatto breccia in tante culture politiche. Non tutto può essere abbattuto in un sol colpo. La democrazia ha sempre una sua forza, una sua legittimità popolare; lo Stato di diritto risorge infine ad ogni angolo. Fin quando ci sono le istituzioni della democrazia la lotta è sempre aperta. È in questo importante e largo spazio democratico che deve emergere un nuovo spirito pubblico, ed è da qui che deve partire la riscossa dell’etica civile, laica, repubblicana.

5. Il minimo

Se dunque volessimo redigere un piccolo memorandum di principi e regole minime per intraprendere l’impegno per fondare un nuovo spirito pubblico, potremmo dire alcune cose tra tutte:

  1. Nessun potere sia incontrollato. Nessun potere sia concentrato in poche mani, e soprattutto nessun potere politico si sommi nelle mani di chi detiene posizioni dominanti, nell’economia o nella finanza o nell’informazione.
  2. Nessuno, che sia chiamato a ricoprire cariche pubbliche, sia assolto dai suoi conflitti d’interesse.
  3. Nessuno possa sottrarsi al principio di uguaglianza di tutti di fronte alla legge, in particolare per le violazioni della legge penale in cui incorra.
  4. La politica sia vissuta in partiti veri, democratici, pluralisti; i partiti ricevano il finanziamento pubblico solo se dimostrano di praticare il principio democratico e in misura corrispondente alla loro capacità di auto finanziamento. Ogni finanziamento privato, diretto o indiretto, della politica sia reso pubblico.
  5. Nessuno, che sia chiamato a ricoprire cariche pubbliche, possa sottrarsi ai doveri di trasparenza, di onestà, di sincerità. Si dia vita diffusamente alle anagrafi degli eletti.
  6. Tutti quelli che ricoprono cariche pubbliche siano tenuti ad esercitarle con onore e dignità; nessuno possa esercitare insieme due cariche pubbliche, tranne che l’una sia condizione dell’altra.
  7. Nessuno, che ricopre cariche pubbliche, abbia privilegi, ma solo le prerogative che ne garantiscono, in relazione alla funzione esercitata e all’impegno richiesto, lo svolgimento con dignità, autonomia e indipendenza. Nessuno, che non abbia i mezzi per svolgere una carica pubblica, sia nei fatti impedito a farlo per questa ragione.
  8. Nessuno, che ricopre cariche espressione del potere sovrano dei cittadini, e che riceva un giusto compenso per il suo servizio, possa continuare a svolgere, nel corso del suo mandato, anche attività private redditizie.
  9. Nessuno, che ricopre cariche pubbliche, abbia il potere di impedire l’esercizio di critica sul suo operato, né di limitare, con leggi ed atti di governo, le libertà individuali e l’esercizio dei diritti riconosciuti come inviolabili.
  10. Tutti quelli che ricoprono cariche pubbliche siano tenuti a dare conto dell’impegno profuso nell’assolvimento dei propri compiti.

6. Partiti

Queste semplici cose appaiono in gran parte scontate. Ma non è così. Un nuovo spirito pubblico non potrà affermarsi se i partiti più sensibili a questa necessità non trovano il modo di tradurla nei propri comportamenti pratici, indicando la strada per affrontare quella questione morale che, nel suo significato più ampio, riguarda tutta la società.

Contiamo, in questo, molto sui partiti che oggi in Italia sono all’opposizione, e in particolare sul Partito Democratico che ne è la parte principale ed essenziale, e a cui è affidato dai cittadini il compito di costruire una credibile alternativa.

I sottoscrittori di questo Manifesto sono in gran parte iscritte e iscritti al PD e contano sul successo del suo progetto. In quanto iscritte e iscritti, hanno molte occasioni per dire la loro. Se oggi scelgono di usare anche questo strumento è perché vogliono rappresentare, insieme ad altre persone, un punto di vista più deciso, alimentare una speranza comune di rinnovamento di tutto il centro sinistra, offrire a tutti e dunque anzitutto al PD spunti di riflessione. Parziali fin che si vuole, ma autentici.

Ci sono nella società italiana e nei partiti le energie e le volontà per affermare una diversità politica frutto di scelte concrete.

Ma bisogna fare in fretta. E bisogna fare bene.

Il linguaggio conta: non c’è nessun cambiamento, non c’è nessun discorso sul nuovo spirito pubblico se si usa l’invettiva. Se si assolve sé stessi puntando il dito sugli altri. Se si pratica il personalismo esasperato. L’invettiva, l’autoassoluzione e il personalismo esasperato sono infatti in perfetta continuità con lo spirito dei tempi che vogliamo superare. Essi nascondono, attraverso continue suggestioni e sviamenti, la sostanza della vecchia politica.

Nessuno può fare da sé. Chi pretende di fare da sé prepara riedizioni di populismo e tempi di passività per i destinatari del suo messaggio. Populismo e personalismo esasperato sono il contrario del nuovo spirito pubblico che vogliamo affermare.

In questo, c’è un tratto di vera novità nelle parole del segretario nazionale del PD, che ha escluso di inserire il suo nome nel simbolo del partito o della coalizione di centro sinistra che si prepara al confronto elettorale.

7. Rinnovamento

In realtà, ci sono molti modi per promuovere il rinnovamento dei partiti. Un modo che appare coerente con il nuovo spirito pubblico che vogliamo affermare è di rispettare il pluralismo interno e di comporre differenze e contrasti con metodo laico, di liberare l’accesso alle cariche pubbliche consentendo che ciascuno possa competere guadagnandosi sul campo la fiducia e la legittimazione, di trovare il giusto equilibrio tra aspirazioni personali e aspirazioni collettive, di assicurare la rappresentanza di genere a tutti i livelli. Sicuramente il rinnovamento si sostanzia anche di principi di rotazione nelle cariche, interne e pubbliche.

Il rinnovamento che consideriamo coerente con un nuovo spirito pubblico è fondato, poi, sulla qualità delle regole scritte nei codici etici e nello statuto, semplici, essenziali ed efficaci, sulla capacità degli organismi di garanzia di farle valere tempestivamente, e sul rispetto delle decisioni che vengono assunte. Ogni volta che emerge un problema giudiziario, è bene che il partito distingua il suo ruolo da quello delle persone, poiché nessuno deve sentirsi protetto dal partito se è in discussione la sua onorabilità. La politica responsabile ammette dunque una solitudine, che non è condanna ma distanza dai destini individuali. È il prezzo che tutte le persone che fanno politica devono mettere nel conto, come “rischio professionale” insito nella dignità del ruolo che ricoprono.

Il rinnovamento che consideriamo coerente con un nuovo spirito pubblico si basa sulla qualità del lavoro delle strutture di base e degli organismi rappresentativi e dirigenti del partito ad ogni livello, come luoghi veri nei quali si operano le scelte che devono essere assunte e si realizza una efficace partecipazione. Se questo c’è, anche i luoghi associativi di tendenza, espressione della incomprimibile libertà dei singoli, alimentano e rafforzano la partecipazione in vista delle decisioni democratiche collettive che negli organismi rappresentativi e dirigenti devono essere assunte. In un partito, prima di tutto, ci si rimbocca le maniche per un’idea, un progetto da realizzare con gli altri, una visione della partecipazione ugualitaria e ricca di voglia di cambiamento.

8. Primarie

Non c’è partito se queste cose non ci sono, tutte insieme. E qui si pone l’esigenza di rinnovare il sistema delle primarie, quelle di partito come quelle di coalizione. Un metodo da cui non si deve prescindere, che può portare – lo si riconosca con serenità – ad una buona personalizzazione come anche alla personalizzazione esasperata e, per questa strada, alla dissoluzione del partito. Le primarie, se diventano l’unica modalità democratica (se ad esse non si aggiungono altre modalità come i congressi tematici, i referendum, gli strumenti della moderna democrazia deliberativa) sono destinate a diventare il loro contrario, cioè lo strumento per negare il partito stesso. Primarie destrutturate, dove ciò che conta è vincere a tutti i costi, producono solo l’effetto di radicalizzare intorno ad una persona il confronto.

Anche per le primarie esiste dunque un problema di regole condivise, semplici ed efficaci. Non volte ad impedire (impedire l’accesso, ridurre il pluralismo, ecc.) ma volte ad allargare le possibilità di confronto politico per raggiungere una nuova unità. Per questo, il principio fondamentale delle primarie non può che essere, come avviene per l’elezione del segretario nazionale del PD, che vince chi ottiene il voto favorevole della maggioranza dei partecipanti.

Occorre, perciò, che le primarie siano ben regolate, e in modo tale che possano essere uno strumento con il quale si pratica un nuovo spirito pubblico. Il luogo collettivo, il partito o la coalizione, che le promuove non può sparire d’incanto, come sospeso in attesa che l’esito delle primarie ridefinisca lo spazio di un nuovo assoluto potere, per quanto legittimato dal voto. Ci sono molte cose che si possono stabilire, dal sistema di voto alle regole di comportamento, dalla trasparenza assoluta del finanziamento ottenuto e delle spese sostenute al ruolo del partito o della coalizione nell’organizzazione complessiva (sedi e strumenti messi a disposizione dei partecipanti, gestione della comunicazione con gli iscritti e gli elettori degli albi, ecc.). Ciò che è essenziale è il ritrovarsi, dopo il momento delle differenze, in luoghi riconosciuti e unitari. Se non avviene così, dall’esperienza delle primarie non esce un partito rinnovato ma un altro partito, informale e in grado di esercitare più potere di quello formale.

Non esiste dunque meccanica identità tra la fondazione di un nuovo spirito pubblico e la pratica delle primarie. Le primarie sono un metodo democratico, ma non il solo metodo democratico per la designazione dei candidati alle cariche istituzionali. Funzionano bene per le cariche monocratiche, molto meno per le altre, e possono rivelarsi un errore se fatte per comporre liste plurinominali. Perciò, il dibattito sulle primarie che si sta svolgendo oggi tra i partiti del centro sinistra e nello stesso PD è un dibattito pieno di forzature. L’esigenza preminente, invece, è quella di costruire al più presto una coalizione che sia in grado di dare un svolta al Paese, e la necessità politica – se non addirittura storica – è quella di presentare al più presto una alternativa credibile. Dunque, se devono essere fatte, si facciano per questo scopo, non per regolare i conti dentro la coalizione o per forzare le regole che il PD si è dato.

9. Istituzioni

Infine, e se ne tratta da ultimo perché è il problema più importante, per il PD e per il centro sinistra si pone l’esigenza imprescindibile di dare senso ad un nuovo spirito pubblico prospettando un programma efficace per contrastare la crisi economica e finanziaria e per riformare le istituzioni democratiche restituendo loro credibilità e autorevolezza.

Quest’ultimo punto (l’autorevolezza delle istituzioni democratiche) è oggi quasi disperso e annacquato, prevalendo invece il discorso sui costi della politica. Se si vuole avere cura per la democrazia, occorre restituirle efficacia e capacità di dare risposte ai bisogni sociali. E dunque in questo discorso c’è anche il problema dei costi. Che però non può essere affrontato seriamente “dimezzando” la democrazia ad ogni piè sospinto, ad ogni emergenza finanziaria. Lo slogan del dimezzare porterà solo ad avere da qui a poco istituzioni esse stesse dimezzate, e ridotte a luogo di rappresentanza di pochi (e personali) interessi.

Occorre un’altra scelta, di valore costituente.

Una scelta che ricostruisca, nel tempo presente, le istituzioni che servono alla democrazia locale, i comuni soprattutto, la qualità delle scelte che si fanno per i servizi ai cittadini, la gestione di beni comuni, la tutela del territorio. Bandiere sui municipi non servono se i comuni non sono istituzioni forti, e forti non possono essere se sono dispersi. Dunque, comuni forti, con organi di governo rappresentativi, veri e funzionanti, con uffici responsabilizzati e capaci di gestire servizi di qualità con una spesa sostenibile. Intorno al comune e ai comuni tra di loro aggregati si può riunificare una amministrazione pubblica oggi dispersa in mille organismi serventi, enti e società che non hanno più ragione di essere.

Il valore costituente delle scelte che sono di fronte imporrà una riconsiderazione del ruolo delle Regioni, che non possono che essere il soggetto che riorganizza il sistema istituzionale locale sul territorio. Ad esse sia affidato il compito di organizzare efficacemente le istituzioni che sostituiscono le province e perfino l’istituzione delle città metropolitane. Lo Stato non lo può fare, non ne ha più nemmeno la cultura, da quando, giustamente, si è avviato un importante processo di decentramento di funzioni e servizi verso le comunità locali. Le Regioni siano, perciò, uno dei pilastri del nuovo potere pubblico, e siano esse ad esprimere la Seconda Camera, al posto di un Senato che oggi è una replica della Camera dei deputati. La Camera delle Regioni, costruita sul modello tedesco, dunque eletta in secondo grado e con poteri non legislativi ma di negoziazione con lo Stato, di proposta e di controllo, può realizzare al meglio principi di essenzialità, di efficacia di autorevolezza delle istituzioni pubbliche.

Allo stesso modo, occorre dare nuovo valore alla prima Camera, la Camera dei deputati, unico corpo legislativo e politico, la cui composizione non può essere semplicemente dimezzata. La prima Camera non può che essere il primo luogo della rappresentanza, e dunque tale da consentire la presenza di vere minoranze. Non può che essere, in un sistema parlamentare, l’organo che elegge il governo. Meglio, molto meglio, se eletta con un sistema uninominale, come chiede il referendum elettorale e come ha da tempo proposto il PD. Ed è essenziale che in essa si esprimano al massimo livello i principi della democrazia paritaria tra i generi.

Il tempo che verrà è certo pieno di incognite, ma è anche l’occasione di una riscossa democratica e civile, che dia all’Italia la possibilità di rimettersi in piedi.

Promotori del Manifesto:
Giacomo Trallori
Andrea Abbassi
Giulio Caselli
Nicolina Cavallaro
Iacopo Ghelli
Valentina Giovannini
Luigi Izzi
Eleonora Kajiet
Daniela Lastri
Alessandro Lo Presti
Maria Grazia Pugliese
Anna Scattigno
Simone Siliani

La scuola è il nostro primo bene comune

La scuola è il nostro primo bene comune

Pubblichiamo la relazione di Daniela Lastri all’Incontro sulla scuola del 17 Settembre 2011

Buongiorno a tutti!

Qualcuno si sarà chiesto che ci stiamo a fare qui, a discutere di scuola mentre fuori, nella politica, ne succedono di tutti i colori, e mentre le nostre istituzioni locali si trovano a fare i conti con i conti, con i bilanci che non quadrano, con le risorse che non si trovano, e se si trovano non si possono spendere.

Noi siamo qui – amministratori, dirigenti, iscritti del PD, operatori del settore – perché avvertiamo che l’Italia e le nostre comunità locali corrono il rischio di stare a guardare mentre le politiche pubbliche per la scuola deperiscono e si spengono, se va bene in attesa di tempi migliori. Vogliamo fare, dobbiamo fare qualcosa, invece, per contrastare questo declino. Perché il prezzo che la società è destinata a pagare per il declino della scuola è, anno dopo anno, più grande. La nostra non è una voce isolata, come dimostrano le proteste, motivate, circostanziate, delle istituzioni locali, dei sindacati, degli osservatori più avvertiti, della gente comune. Noi vogliamo, però, calcare la mano sulla questione scuola perché non sfugga a nessuno la partita in gioco.

La scuola – lo ricordo a me stessa e a tutti noi – è un grande motore dello sviluppo. C’è occupazione qualificata, si produce ricchezza materiale e linfa per la ricchezza futura, e si realizza al massimo livello l’inclusione sociale. La scuola è la prima fabbrica del benessere di una società. E’ il luogo delle relazioni, tra istituzioni, tra generazioni, tra mondo degli adulti e dei bambini, e tra tutti questi insieme. Se questa fabbrica non va, i problemi aumentano dovunque, con costi sociali immediati e costi sociali ed economici a lungo termine. Per questo, una buona politica scolastica non ammette sprechi, dentro e fuori la scuola. Uso consapevolmente l’immagine della scuola-fabbrica, perché sia chiaro che considero la scuola una istituzione che crea valore e in tutti i sensi.

Esagerando, volontariamente esagerando, diciamo che la scuola è il nostro primo bene comune. Ma in fondo non è proprio un’esagerazione. Certo, ci sono tante altre cose che sono beni comuni importantissimi. Però la scuola è un po’ il precipitato di tutti i beni comuni, è un modo per vederli tutti insieme, lì in quel microcosmo, in quel luogo di gestione quotidiana della vita comunitaria.

La scuola non possiamo perderla. Non possiamo accettare che nelle nostre città, nei nostri paesi, non si riconosca più l’edificio scolastico, quel luogo fisico che è parte della nostra immaginazione e storia collettiva, inconfondibile all’esterno e bello a vedersi all’interno, ricco di colori, attraversato dalla confusione e dalle tracce delle cose che si imparano e si sperimentano ogni giorno, dove si vivono i conflitti con la voglia di risolverli, eppure a suo modo un luogo ordinato e soprattutto sicuro per i bambini e i ragazzi. Non possiamo accettare di veder deperire le nostre scuole, e tra un po’ nasconderle con imbarazzo. Non possiamo accettare che diventino un grande parcheggio della gioventù, dove si passa un tempo indistinto che non si può trascorrere altrove. Un luogo nel quale non c’è più creatività, rigore nell’insegnamento, impegno a formare le persone del domani. Un luogo al quale nessuno più tiene.

Ho sempre pensato che un buon amministratore, un buon politico, dovrebbe occuparsi almeno per un po’ di scuola, non per sentito dire ma per operare scelte di governo. È un buon esercizio, aiuta a vivere una dimensione mite del potere. Quando ti occupi di scuola, la mattina sai cosa succede. Puoi anche pensare per un attimo di essere superfluo. Gran parte della città si sveglia con in testa la scuola, e perfino quelli che a scuola non ci vanno incontrano la scuola ad ogni angolo. Puoi non far niente: quel mondo si mette piano piano in moto da solo. Passa un’ora e ti rendi conto che solo una buona organizzazione è in grado di dare risposte alle tante domande che cominciano ad arrivare dalle scuole e dalle famiglie. Quel mondo che si è messo in moto da solo e che è in grado di andare avanti da solo per tutto il tempo scolastico, che ha le risorse umane e professionali per risolvere da sé tanti quotidiani problemi, ha bisogno di altro per funzionare bene. Se non sei pronto, anche le energie che è capace di mettere in moto da sé si spengono.

È quello che non capisce questo governo, non può capirlo, non ha la cultura della scuola, non riesce a misurare la grandezza e l’umanità della scuola: e se non sei pronto, se non dai risposte per far funzionare la scuola, la scuola non c’è più. Se umìli gli insegnanti, e li convinci ad essere macchine, li allontani da quella che sentono la loro missione professionale. Se li fai sorveglianti alla fine si convinceranno che questo è ciò che la società chiede loro, nulla di più. Se tratti i bambini disabili come un problema tra i tanti, se non addirittura come privilegiati da mettere sotto controllo, alla fine scaricherai sulle famiglie tutte le difficoltà della crescita, e loro non cresceranno come potrebbero fare. Se tratti i bambini immigrati come invasori, i conflitti invece di risolverli li moltiplicherai. E se fai tutto questo, vuol dire che della scuola pubblica non t’importa un bel niente. T’importa semmai, come diceva Calamandrei, di screditarla, di impoverirla, e di dirottare risorse fondamentali verso la privatizzazione dell’istruzione. Ti capita perfino, come ha fatto Berlusconi in uno dei suoi momenti di estasi, di farti scappare di bocca sincere parole di odio per la scuola di tutti, per la scuola pubblica!

Ma tutte queste cose le persone che sono qui le sanno. È tempo di dire cosa dobbiamo fare per convincere noi stessi e il mondo che ci sta intorno che una battaglia va data, per la scuola. Per darla bene abbiamo bisogno di iniziative rivolte al governo e al parlamento, e di rafforzare il nostro impegno sulle cose che noi stessi possiamo fare.

Metto le mani avanti: non è semplice dire cose nuove. C’è una importante elaborazione nazionale del PD, c’è l’impegno della Regione e degli enti locali, c’è un dibattito pedagogico molto vivo, c’è soprattutto una forte domanda sociale che viene dagli insegnati, dagli studenti, dalle famiglie. Gli argomenti sono veramente tanti, e a volerli mettere in fila con poche parole incombe il rischio di cadere nella banalità. Me ne sono accorta preparando questo nostro appuntamento, riflettendo sulle ricerche, le suggestioni, i dibattiti di questi anni e di questi giorni. Non vi aspettate, dunque, che io riesca a dare conto di tutto ciò. La mia intenzione è diversa: provare a convincere il PD, cioè me stessa e tutti voi, che una battaglia per la scuola va data, oggi, senza aspettare tempi migliori, e con tutta l’intelligenza di cui disponiamo. E sollecitare tutto il PD ad essere presente nei momenti cruciali nei quali questo impegno dovrà dimostrarsi concretamente, nelle manifestazioni di piazza come nei luoghi della costruzione della proposta di governo, a livello locale, regionale e nazionale, e infine nel momento in cui torneremo alla giuda di questo Paese. Vi invito, perciò, a fare una discussione aperta, che aiuti tutto il PD a dare spessore al suo impegno. Le proposte del PD Toscano le costruiremo insieme, da oggi e nelle occasioni che verranno.

1.
La prima battaglia che va data è per restituire alla ministra Gelmini la sua libertà. Tre anni sono troppi, per lei e per la scuola italiana. Finiamola dunque con questo stress, mandiamo a casa il governo, il padre padrone e tutti i suoi ministri. Il bilancio complessivo delle politiche scolastiche è dei peggiori della recente storia d’Italia.

Io penso che bisogna andare al più presto alle elezioni. Ma se questa strada fosse impedita dalla chiamata di responsabilità, per mettere mano alla crisi in modo appena decente, cerchiamo almeno di non farci intrappolare: teniamo ferma la necessità di andare al più presto ad elezioni, imponiamo la riforma della legge elettorale e un termine per ridare ai cittadini la parola. Il più presto possibile. Soprattutto, evitiamo che l’opposizione si frantumi in mille pezzi.

La battaglia per la scuola ha bisogno di un centro sinistra solido. E la qualità della scuola pubblica non può che essere un perno essenziale del suo programma. Aggiungo che il centro sinistra deve riuscire a fare un discorso di unità sulla scuola, un discorso nazionale, fatto di due capisaldi:
investire sulla scuola, e dunque invertire di 180 gradi la direzione assunta dalla politiche pubbliche di questo governo: la svolta deve essere decisa e radicale, con più risorse e qualità della spesa;
riconquistare il valore nazionale e ugualitario della scuola pubblica, e ridare certezza a chi oggi, insegnanti, alunni, famiglie, vede ormai nella scuola solo un problema in più.

Questi due capisaldi devono riuscire a farci mettere alle spalle l’approccio Gelmini-Tremonti, fondato su analisi sbagliate della competitività del sistema. Condivido perciò le proposte che il PD ha messo in campo a livello nazionale e raccomando vivamente di farle diventare un oggetto reale di confronto con le altre forze politiche. Esse riguardano, come sappiamo:
- la trasformazione del nido d’infanzia da servizio a domanda individuale a diritto educativo di ogni bambina e di ogni bambino, e la generalizzazione della scuola d’infanzia;
- la certezza di risorse alle scuole per innovare la didattica e funzionare bene;
- l’estensione del tempo pieno nella scuola primaria e del modulo a 30 ore per le compresenze;
- il trasferimento degli uffici scolastici regionali dal ministero alle regioni;
- il passaggio dai livelli essenziali delle prestazioni ai Livelli essenziali degli apprendimenti e delle competenze (Leac);
- la soluzione del problema del precariato;
- la lotta alla dispersione scolastica;
- l’investimento sull’istruzione tecnica e professionale di qualità;
- il piano straordinario per l’edilizia scolastica.

2.
La seconda battaglia che va data è proprio per l’edilizia scolastica. Qui ci sono gravissime colpe del governo, tra le quali spicca l’abbandono della legge 23 del 1996, l’uso dei fondi FAS, la centralizzazione parossistica delle scelte, l’abbandono dell’anagrafe dell’edilizia scolastica. È tempo, come chiede il PD, di costituire una commissione parlamentare d’inchiesta sui piani di intervento sull’edilizia scolastica. Queste cose le abbiamo dette proprio il 14 settembre, il giorno dell’apertura delle scuole in Toscana, approvando in Consiglio regionale una importante mozione.

Ma c’è anche un impegno nostro che va rimesso in campo con decisione. Non possiamo aspettare momenti migliori. Subito, dunque, si stabilisca quali sono gli investimenti che sono fuori dal patto di stabilità, e tra questi non può che esserci l’edilizia scolastica pubblica.

La messa in sicurezza delle scuole è un problema di tutti. E lo è anche in Toscana, che pure ha fatto in questi anni – enti locali e Regione – uno sforzo importante, segnalato dalla ricerca di Legambiente “Ecosistema scuola 2011”. Avremmo però bisogno di quasi un miliardo e mezzo di euro per l’edilizia scolastica, quasi 900 milioni solo per la messa in sicurezza degli edifici. Cifre da capogiro. Agiamo dunque di conseguenza, a partire dagli strumenti che abbiamo, per fare ciascuno la propria parte. È giusto che la Regione Toscana confermi l’impegno a mettere a disposizione degli enti locali risorse per l’edilizia e a fare in modo che queste siano utilizzabili. Ma sull’edilizia scolastica è tutto il sistema locale che deve mantenere viva l’attenzione, deve trovare le risorse nei bilanci, deve costruire un programma comune. Credo che dobbiamo riuscire ad intervenire con azioni congiunte e concordate sul territorio con accordi Regione-enti locali.

Dunque, abbiamo da svolgere una iniziativa generale, verso governo e parlamento, promuovendo prese di posizione delle istituzioni regionali e locali, facendo petizioni di cittadini e promuovendo incontri pubblici.
Poi, dicevo, dobbiamo impegnarci tra Regione e territorio per organizzare al meglio ciò che possiamo fare per l’edilizia scolastica.

3.
Giustamente, però, alcuni assessori all’istruzione di grandi comuni, tra cui il comune di Firenze, hanno posto il tema più generale del patto di stabilità sull’insieme della spesa per l’istruzione. Condivido questa richiesta, e penso che dobbiamo farla nostra. L’istruzione, come la sanità, riguarda servizi su cui la spesa non può arretrare. Aggiungo che andrebbe fatta una riflessione ancora più ampia, che coinvolga pressoché tutte le funzioni fondamentali dei comuni che attengono all’erogazione di servizi rilevanti per i cittadini.

4.
Il nostro impegno non può mancare, più in generale, sulla scuola dell’infanzia. Anzi, direi sull’educazione per i bambini da 0 a 6 anni, dunque nidi compresi. Abbiamo in questi anni costruito più occasioni e modalità di sviluppo dell’educazione dei più piccoli, ma resta l’esigenza imprescindibile di avere nel territorio una diffusa rete di nidi d’infanzia. Se non c’è questo, tutto il sistema dell’educazione dei più piccoli non regge, perché manca la cultura e l’attrezzatura minima, l’esperienza professionale necessaria per reggere un sistema fatto di più opportunità, anche del privato sociale. Il pubblico non coordina niente se non fa anche da sé. Fortificare la rete dei nidi, anche in una dimensione intercomunale, è un obiettivo realistico. Stesso discorso vale per le scuole dell’infanzia, che – io penso – in una prospettiva moderna dovrebbero essere generalizzate su tutto il territorio ed essere affidate alla gestione comunale. Sulla scuola dell’infanzia possiamo anzi avere un obbiettivo ambizioso, di procedere gradualmente ad una sempre più ampia responsabilità del sistema locale, così costruendo una prima importante attuazione del Titolo V della parte seconda della Costituzione.
Sulla scuola dell’infanzia la Regione ha fatto un investimento importante, raffrontato soprattutto alla difficile situazione finanziaria che attraversiamo. Certo, non possiamo arretrare. Allo stesso tempo non possiamo non denunciare che l’intervento regionale non può essere sempre sostitutivo, e che, ad un certo punto, bisogna decidersi a trasferire alla Regione, e dunque al sistema locale, il complesso delle risorse e delle competenze dello Stato. Del resto, la stessa Costituzione consente una autonomia più spinta delle Regioni, anche differenziata, che coinvolge anche le norme generali sull’istruzione.

Per inciso, sui servizi educativi per la prima infanzia siamo in Regione in prossimità degli obiettivi di Lisbona (nel 2009 al 31,7%, rispetto all’obiettivo del 33%). Però una parte del territorio ne è privo, le liste di attesa per gli asili nido crescono e hanno ormai superato quota 7.000 bambini. Possiamo lavorare in questa direzione, sviluppando almeno servizi gestiti a livello di area intercomunale? Possiamo, insieme a ciò, puntare di più sulla riduzione delle liste d’attesa? Questi due obiettivi (attrezzare tutto il sistema locale, ridurre le liste d’attesa) potrebbero costituire il nucleo dei nuovi criteri di riparto delle risorse regionali. Nel triennio passato, la Regione ha fatto scelte importanti, concentrando risorse per ben 73 milioni di euro. Ma lo Stato si è gravemente disimpegnato, e non sono più disponibili né le risorse del ministero della famiglia, né quelle del ministero delle pari opportunità.

5.
La riflessione che facevo sulla ricerca di una maggiore autonomia e valorizzazione della Regione e degli enti locali sulla scuola dell’infanzia introduce al tema più generale dell’attuazione del Titolo V della parte seconda della Costituzione sul punto dell’organizzazione scolastica. Nella cd. Carta delle autonomie (il ddl Calderoli oggi al Senato) è posto il tema del trasferimento delle funzioni statali alle Regioni, ma finora tutto si risolve in un rinvio a futuri provvedimenti legislativi. Bene: possiamo porre qui subito il tema dell’organizzazione scolastica? Anche prevedendo (come dicevo) trasferimenti differenziati, subito per le Regioni che sono in grado di provvedere?

Perché, se questo non è, se non c’è voglia di assumersi questa responsabilità (come invece in passato è avvenuto per il sistema sanitario), allora meglio rimettere tutto in discussione, le competenze della Regione, quelle degli enti locali, quelle dello Stato. Le scuole, gli insegnanti, le famiglie non possono essere tenuti a lungo così, senza un valido riferimento istituzionale sul da farsi. Nell’era della crisi finanziaria e fiscale non è più accettabile che si facciano manovre “a responsabilità limitata”, con uno Stato che taglia contando di scaricare su Regioni ed enti locali il peso delle sue inefficienze.

È venuto perciò il momento di prendere una iniziativa.

È importante che la Giunta regionale abbia deciso di impugnare le norme del decreto-legge 98/2011 sul dimensionamento scolastico, quelle che impongono la costituzione degli istituti comprensivi e l’accorpamento delle istituzioni esistenti in base al numero degli studenti (1000 o 500). Sono norme che stanno determinando situazioni paradossali e gestioni pesantemente inefficienti delle istituzioni scolastiche, di cui sono un evidente segno gli incarichi plurimi di dirigente scolastico. E’ importante che la Giunta regionale abbia approvato indirizzi per il dimensionamento scolastico che cercano di far fronte a questa paradossale situazione. Queste cose, però, ormai non bastano più. Tutti, credo, sentono una insoddisfazione per essere troppo al di qua del guado.

La Regione da tempo pone l’esigenza di dare piena attuazione al Titolo V della Costituzione, e su questo – secondo me – è bene mettere in campo un’azione decisa. Sappiamo che non è semplice, che il tema ha trovato soluzioni non sempre coerenti da parte della Corte Costituzionale, e che, infine, vi sono un grumo di problemi molto complessi da affrontare perché in gioco c’è anche l’attuazione del cd. federalismo fiscale, ci sono le funzioni fondamentali di comuni e province, ecc. Lucidamente, queste cose sono state messe in fila dal recente Rapporto 2010 dell’IRPET sull’istruzione in Toscana.

Però, penso che sia il tempo di elevare il contenzioso politico con lo Stato, perché l’azione regionale non è fatta solo di importanti risorse finanziarie che soccorrono il sistema locale e le scuole, è fatta anche di un essenziale contributo a sciogliere i problemi organizzativi della scuola, e dunque a dare certezze al sistema dell’istruzione pubblica.

Già: elevare il contenzioso politico, perché dell’attuazione del Titolo V al governo importa ben poco. L’ultimo NO pare sia venuto proprio di recente dal ministero, che comunque, sapendo di sposare una posizione insostenibile, ha costituito … un bel gruppo di lavoro!

In più, ritengo essenziale che la Regione pratichi pienamente il terreno dell’istruzione pubblica, e questo si fa solo se ci si sta dentro, se si acquisiscono competenze, se la cultura dell’organizzazione scolastica entra a pieno titolo nella vita della più importante istituzione della Toscana. Forse mi sbaglio, ma ritengo che in Toscana vi siano le condizioni per aprire una riflessione in più sui servizi erogati da comuni e province per la scuola, sulla sostenibilità o meno di un sistema con competenze frammentate tra scuola dell’obbligo e scuola secondaria di secondo grado. Abbiamo la capacità di trovare una nuova sintesi, nuove modalità di raccordo, o dobbiamo rassegnarci ad una latente conflittualità?

Nei passaggi più delicati, quando vengono in questione aspetti che incidono sulle strategie di fondo, il partito ha il dovere di sottoporre agli organi di governo regionale e locali problemi e domande che vengono dal confronto con la società e con le esperienze del territorio. Del resto, per noi, se assumeremo questa impostazione, non si tratta solo di sollecitare un impegno della Giunta regionale. Abbiamo da rivolgere la nostra azione anche a livello nazionale, contribuendo al dibattito generale del PD, e verso altri soggetti interessati, sindacali, associativi.

La Regione Toscana nel suo insieme ha, secondo me, l’esperienza e le qualità per affrontare il tema generale. E io penso che, a differenza del passato, c’è oggi bisogno di una legge regionale sull’istruzione, che migliori l’organizzazione pubblica e metta a profitto le cose importanti fatte finora. Che intanto definisca in modo organico il complesso delle azioni della Regione sulla scuola, e che apra la prospettiva di un più ampio disegno attuativo della Costituzione.

I temi che ho ricordato (battaglia contro questo governo, impegno deciso per l’edilizia scolastica, per la scuola dell’infanzia e per gli asili nido, per una scelta regionalista sull’organizzazione della scuola pubblica) non esauriscono il nostro impegno.

Un grande partito come il nostro non può rinunciare a svolgere una riflessione e una iniziativa sul ruolo degli insegnanti. Se ne parlerà in una sessione del Forum nazionale ad ottobre, ma intanto dobbiamo far sentire la nostra voce. E non possiamo tacere sulla grave situazione degli operatori ATA. I dati sono noti, come pure la volontà del ministro Gelmini di cancellare 67.000 posti docente e 33.000 posti ATA, con un provvedimento ora giudicato illegittimo e che ritorna alla valutazione delle Regioni. Mi aspetto che le Regioni si facciano sentire. La verità è che aumentano gli alunni e diminuiscono insegnati e amministrativi, e che ciò avviene con un governo del sistema del tutto inadeguato e al limite della improvvisazione. La verità è che aumenta il numero degli alunni per classe e in alcuni casi (le cd. classi-pollaio) con effetti disastrosi. Anche questo lo abbiamo stigmatizzato con una mozione approvata il 14 settembre dal Consiglio regionale su proposta del PD.

Tutto avviene in nome di una razionalizzazione che non si misura sulla qualità e sull’efficacia. Gli obiettivi della razionalizzazione, se non si alimentano di qualità, si riducono alla ricerca della mera riduzione della spesa e precipitano verso la consapevole de-scolarizzazione. Con il IV governo Berlusconi la miscela è diventata esplosiva. Rischiamo di perdere il meglio che abbiamo (la scuola primaria) e di abbattere definitivamente quello che avrebbe bisogno di maggiore innovazione.

A parte ogni considerazione sui metodi utilizzati normalmente per raffronti tra il nostro Paese e quelli dell’area OCSE e europei, il punto vero che è che la spesa complessiva per l’istruzione italiana non è per nulla squilibrata rispetto al PIL. Del resto, proprio in questi giorni l’OCSE è intervenuta ricordandoci a quale livello siamo:
- diplomati tra i 25 e i 34 anni: Italia 70,3% – paesi OCSE 81,5%; aumentiamo nelle classi più adulte, diminuiamo addirittura tra i giovanissimi;
- laureati delle classi giovani: Italia 32% – paesi OCSE 38,6%
- spesa per l’istruzione scolastica e universitaria: Italia 4,8% del PIL – paesi OCSE 6,1% del PIL (su 34 paesi siamo 29esimi);
- stipendi più bassi per gli insegnanti.

La replica della Gelmini non si è fatta attendere, ripetendo la litania del numero degli insegnanti per alunno, che in Italia è più alto sia della media OCSE che della media italiana. Eccola l’ossessione, unica, decisiva, qualificante tutto l’operato di questo governo. L’ossessione che ha fatto dare pirotecnici giri di numeri dai propagandisti governativi, arrivati perfino ad usare false cifre sui bidelli e a gridare che questi sono più dei carabinieri!

Un giorno spero, qualcuno farà i conti giusti, e dirà che nei nostri conti ci sono insegnanti che altrove non ci sono, come quelli di religione, come quelli per il sostegno ai disabili, questi ultimi destinati a crescere, e spiegherà che in Italia c’è un tempo scuola per ragazzi molto più elevato che altrove.

Il tempo scuola, la scolarizzazione, la de-scolarizzazione. Ogni ipotesi di razionalizzazione, che a noi non fa paura e che vogliamo porti a migliorare (pensiamo al ruolo delle nuove tecnologie) non a perdere la scuola, deve fare i conti con lo scenario che vogliamo immaginare per il futuro.

Se noi vogliamo seguire scenari di ri-scolarizzazione dobbiamo puntare su altre politiche rispetto a quelle messe in campo dalla destra italiana. Un buon governo si rimbocca le maniche e si mette a lavorare per la scuola! Un buon governo sa anche trovare la strada per un giusto rapporto tra la scuola pubblica e quella paritaria, sa cosa vuol dire la scuola paritaria dell’infanzia e come essa contribuisce, in un intenso rapporto di collaborazione con il pubblico e con la condivisione degli obiettivi pedagogici, al diritto all’istruzione dei bambini. Un buon governo sa qual è l’interesse da tutelare, e cosa significa la scuola per tutti. Un buon governo non taglia borse di studio (solo in Toscana quest’anno mancheranno 3 milioni!) e lascia nell’incertezza enti locali e famiglie sui buoni libro.

Sciorinare numeri non è il mio forte, e ammetto che i numeri in mano ai politici rischiano sempre di essere manipolati.

Mi appoggio allora a quelli dell’IRPET del rapporto 2011 che ho già citato, e che raccontano di in gap tra Italia e Europa ancora lontano da essere colmato, con alti divari di scolarizzazione superiore (in Toscana andiamo un po’ meglio che in Italia, siamo al 77% dei ragazzi tra i 20 e i 24 anni) e di abbandono precoce della scuola. In Toscana, in tutti i cicli scolastici, aumentano le classi (+7,5% in dieci anni) ma molto meno degli iscritti (13%), eppure quell’aumento è dovuto alle sezioni di scuola dell’infanzia (+20% rispetto al +26% di iscritti), mentre il divario tra classi e iscritti è forte nella scuola primaria (+2,4% classi, +12,7% di iscritti).

L’IRPET ha misurato anche il rendimento scolastico, segnalando che il 94% dei diplomati nei licei prosegue gli studi, che si mantiene alto il numero dei diplomati tecnici che vanno all’università (56%), mentre il 68% dei diplomati ai professionali interrompe gli studi dopo il diploma. Il sistema economico toscano premia di più i diplomati tecnici e professionali, ma questi ultimi – a differenza dei primi – trovano lavoro in attività che richiedono semplicemente la scuola dell’obbligo.

L’istruzione tecnica in Toscana subisce negli ultimi anni minore attrazione dei giovani, e soprattutto nelle aree urbane industriali, dove invece prevalgono scelte in favore dei licei.

Di rilievo sono poi i dati sulla presenza dei ragazzi stranieri nelle scuole secondarie (sono il 7,8% del totale), presenza che però è inferiore a quel 10% che sono tutti i ragazzi stranieri rispetto ai coetanei toscani. Gli studenti stranieri preferiscono gli istituti professionali (qui sono il 15% del totale), mentre sono poco presenti nei licei. Le migliori chances di inserimento lavorativo sembrano essere nelle aree urbane distrettuali.

Nell’ultimo anno è cresciuta, complessivamente, la nostra popolazione scolastica, che arriva a 463.666 alunni, 790 in più nella scuola dell’infanzia, 873 in più nella primaria, 1.846 nella secondaria di primo grado, 2.112 in quella di secondo grado. 3.000 insegnanti sono stati tagliati in due anni e 700 lavoratori ATA. Più puntualmente, i dati della CGIL toscana rivelano che dall’anno scolastico 2009/2010 all’a.s. 2011/2012 sono stati tagliati 5942 posti, 3757 docenti e 2185 ATA. 69 sono le direzioni scolastiche destinate ad essere soppresse. I dirigenti scolastici non vengono rinominati. Sono cifre importanti, che ci fanno preoccupare di cose avverrà in quest’anno e nei prossimi della scuola toscana, di quella delle città e soprattutto di quella delle zone montane.

Il ministero dell’istruzione pubblicizza in questi giorni 66.300 stabilizzazioni. Però tutti sanno che sono numeri sulla carta e che il processo di stabilizzazione avviato con il governo Prodi (e che oggi sarebbe concluso con successo) è ormai fortemente compromesso dalle iniziative della Gelmini.

Si discuterà ancora per qualche giorno di questi ed altri dati, la battaglia dei numeri è sempre sulle pagine dei giornali. Poi verrà la realtà, la resa dei conti vera, le difficoltà di gestione, i problemi di organizzazione quotidiani. La crisi finanziaria può fare il resto, se al governo resta questa classe dirigente dei fatti propri. Ma infine la Gelmini se ne andrà, e se ne andrà Tremonti e il capo padrone. Toccherà ad una nuova classe dirigente, toccherà al centro sinistra rimettere insieme i cocci, ricominciare a governare.

Si batte per sopravvivere, la scuola pubblica italiana!

C’è in giro una specie di de-costituzionalizzazione della scuola, che dovrebbe essere garantita a tutti e così non è. Come non c’è più il tempo pieno, quello vero, quello con le 40 ore che rispondevano prima di tutto ad una coerenza formativa. Non quello della propaganda governativa. Si accorpano scampoli di ore a più insegnanti, si frammenta l’offerta formativa, il maestro unico è un fallimento. Se non c’era la Corte Costituzionale, gli insegnanti di sostegno potevano starci o no, decideva Tremonti. Un taglietto di 8 miliardi di euro dal 2008, con i finanziamenti sulla legge per l’autonomia che passano da 258 milioni del 2001 a 88 milioni del 2011. Fondo di funzionamento ordinario azzerato nel 2009, ricostituito nel 2010 solo dopo i ricorsi. Quasi completa soppressione delle scuole serali. Coperta corta per gli studenti, che in assenza di insegnanti vanno in soprannumero in altre classi. Difficile combattere la dispersione scolastica. Mancano le risorse per pagare le ore di recupero degli studenti con debiti formativi (da 200 milioni nel 2007 si passa a 27 milioni di quest’anno). Chi copre la necessità di istruzione sulla lingua inglese?

Ogni volta che faccio mente locale su queste cose mi chiedo in nome di cosa sono state pensate e realizzate. Non so voi, ma io ci vedo solo una pervicace volontà di farla finita, una volta e per tutte, con la scuola pubblica, con la scuola di tutti. Il fatto è che non hanno nemmeno uno straccio di idea sulla scuola dei pochi, su quella competitiva, su quella della futura classe dirigente. Non hanno uno straccio di nulla …

Io ho concluso la lettura dei miei appunti. Se in alcuni momenti vi ho dato l’impressione dello scoramento (perché, lo confesso, a volta ti prende, e soprattutto quando al mondo della scuola senti di aver dato qualcosa di te stessa, al pari di tanti insegnanti e operatori), allora devo dirvi che non è così, non deve essere così. La battaglia per la scuola è apertissima, e il nostro compito è di tenerla sempre aperta, nonostante le Gelmini e i Tremonti. Tenerla aperta e rafforzarla perché deve essere vinta. Per me, per noi, il futuro della scuola è parte integrante di una nuova politica, più mite, più onesta, più concreta.

Dopo questo incontro organizzeremo altri momenti di riflessione tematici, aperti al contributo di tutti i soggetti interessati, anche riproponendo su scala regionale gli argomenti su cui è impegnato il Forum del PD sull’istruzione.

Vi invito, perciò, a dire la vostra, ad arricchire questa consapevolezza, e a farlo con l’esperienza e la voglia di cambiare che ci appartiene e che non ci abbandonerà mai.

A Siena il Registro delle Unioni Civili

A Siena il Registro delle Unioni Civili

di Giancarlo Pagliai

Il 19 Agosto il  Comune di Siena con la delibera n° 425, ha deciso di istituire i Registri delle Unioni Civili, noi apprezziamo la sensibilità e la determinazione della giunta comunale e del Sindaco Franco Ceccuzzi, riteniamo questo atto un ulteriore segnale importante, dopo l’approvazione della mozione contro l’Omofobia, della particolare attenzione dimostrata in tema di Diritti Civili dall’attuale Amministrazione.

Siamo convinti che le azioni intraprese abbiano simbolicamente una valenza politica molto rilevante, tuttavia questo non è ancora sufficiente, noi auspichiamo atti concreti che rendano tangibili le mozioni e le delibere approvate.

Oggi dopo la sentenza 138 della Corte Costituzionale, un  Comune non si può limitare ad istituire un registro delle unioni  civili, perchè è una cosa meramente simbolica, che la corte stessa ha  detto non bastare.
Le delibere, invece devono impegnare il Comune a rivedere tutte le sue  regole interne per improntarle alle pari opportunità e alla non  discriminazione.

La toscana è stata un’apripista sul registro delle unioni civili  (primo in Italia a Empoli), ma sono falliti proprio perchè se sono  solo simbolici ai cittadini non interessano.
I cittadini vogliono risolvere i propri problemi e gli amministratori  pubblici dovrebbero sentire il dovere di farlo.
E’ assolutamente necessario che negli Atti amministrativi non ci siano contenuti discriminatori, ribadendo così i concetti di libertà individuale di scelta e di rispetto per la vita privata e familiare di tutti i cittadini.

E’ obbligatorio rendere pari diritto nell’accesso ai servizi e alle opportunità offerte dall’Amministrazione nei settori riguardanti la vita di relazione, esempio: assegnazione alloggi, contributi, servizi socio-sanitari, giovani, genitori, anziani, sport e tempo libero, formazione, scuola e servizi educativi, diritti e partecipazione, assistenza ai disabili.

Noi siamo certi che il Comune di Siena, così come gli altri Comuni della provincia sarà in grado di dare risposte ai bisogni dei propri cittadini e che le coppie non coniugali, siano esse dello stesso sesso che di sesso diverso, possano vedersi riconosciuti gli stessi diritti di tutti gli altri cittadini.

*Nella foto: pubblicità Ikea (dettaglio).

Pensa a quanto amore possiamo esprimere tutti insieme

Pensa a quanto amore possiamo esprimere tutti insieme
Utøya
Se un uomo solo può esprimere così tanto odio, pensa a quanto amore possiamo esprimere tutti insieme.
Stine Renate Håheim
Ho scritto un post in norvegese per raccontare come ho vissuto quanto accaduto a Utøya. Credevo che questo blog non fosse attivo dimenticando completamente fosse collegato a Planet Debian. Non voglio che il traduttore di Google renda questo disastro peggio di quello che è stato – la traduzione di “proiettili” in “palle” suona particolarmente male – per cui considerando l’attenzione internazionale sollevata dal massacro, scrivo in inglese ciò che ho vissuto.
Mi sento in qualche modo obbligato a far conoscere alla gente cosa sia accaduto, ma non voglio andare oltre una descrizione lucida degli eventi e alcune brevi considerazioni. Ci sono molti dettagli che ho scelto di omettere. Altri hanno scritto la loro esperienza di quanto hanno vissuto a Utøya. Anch’io ho voluto buttare giù la mia e “uscirne fuori”. In parte, voglio scriverne perché non sono sicuro di ricordare in futuro tutti i dettagli, per quanto preferisca dimenticarli; in parte perché la gente me lo chiede ed è preferibile dare un link, piuttosto che ripetere e ripetere sempre lo stesso racconto.
Il nostro ex primo ministro e attuale semidio del movimento laburista Gro Harlem Brundtland aveva appena lasciato l’isola. L’avevo ripresa in un’intervista video su Utøya, ed ero nella stanza del gruppo che si occupava dei media per trasformare il video in un formato pubblicabile su YouTube, quando qualcuno in preda allo spavento diceva che Twitter era pieno di messaggi su una forte esplosione avvenuta ad Oslo. Mentre i giornali fornivano informazioni sull’entità dei danni, tutti ricordavano che era in programma un incontro informativo. Appena la discussione è terminata, ci siamo riuniti nella sala principale. L’incontro si è svolto regolarmente e quando è stato detto che una diretta TV sarebbe stata resa disponibile, mi sono assunto la responsabilità di rendere concreta questa possibilità. Com’è immaginabile, la conseguenza è stata che sia la connessione wireless che quella GPRS fossero completamente inutilizzabili. Mentre aspettavo la configurazione di una password, ho colto l’opportunità di poter affrontare le conseguenze dovute a due bocconi di una di quelle portate da fondo a microonde e sono andato in bagno.
Mentre ero lì, ho prima sentito delle grida agitate, poi delle urla, poi spari provenienti dall’esterno dei bagni. Più che altro, sembravano provocati da una pistola giocattolo. Credevo che qualcuno stesse facendo uno scherzo incredibilmente di cattivo gusto, così avevo deciso di intervenire uscendo dal bagno per fermare l’autore. Quando ho spalancato la porta, ho visto due miei compagni nascosti in un angolo. L’espressione del viso non lasciava dubbi: non si trattava di un giocattolo. Mi hanno fatto segno di tornare in bagno. Ho chiuso la porta, ho avuto una reazione mentale a scoppio ritardato in preda a totale, completa confusione, e ho riaperto la porta. I miei compagni stavano ancora facendo segni. Se non fossero stati lì, sarei andato a finire dritto verso il killer; mi hanno salvato la vita.
Ho guardato fuori l’entrata, e ho incrociato lo sguardo di un giovane ragazzo steso in una pozza di sangue. Mi faceva cenno di aiutarlo. Ho sentito altri spari all’interno dell’edificio e sono tornato in bagno. Mentre pensavo a cosa fare, ho capito che la porta di legno del bagno sicuramente non avrebbe resistito ad alcun tipo di proiettile. Così sono uscito per scappare fuori. In quel momento, non ero consapevole vi fosse intenzione di uccidere più gente possibile, così ho pensato che gli spazi aperti all’esterno sarebbero stati dei posti relativamente sicuri. Il pensiero era certamente sbagliato – e probabilmente la mia vita è stata salvata una seconda volta da uno dei volontari del servizio caffè che mi ha portato in un bagno del personale non facilmente individuabile. Siamo rimasti seduti per un’ora e mezza. Sempre pronti a scappare, pronti per qualsiasi cosa. Si è formato uno strano gruppo dinamico con queste due persone con le quali avevo scambiato qualche parola precedentemente.
Dividevamo uno strano senso di destino comune e umorismo macabro. Uno di loro aveva visto il killer e ci ha descritto l’uniforme da poliziotto. Credevo fossimo gli unici a sapere del ragazzo ferito fuori il bagno. Ho cercato di contattare i servizi d’emergenza, ma tutte le linee erano occupate, l’attacco terroristico ad Oslo le aveva probabilmente intasate. Alla fine sono riuscito a parlare con i vigili del fuoco che mi hanno informato che la polizia era a conoscenza di quello che stava accadendo e che stava arrivando. Sarebbero trascorsi 90 minuti prima della nostra evacuazione – e nel frattempo il giovane ragazzo steso fuori la porta era morto.
La disperazione che ho visto nei suoi occhi quando l’ho guardato, è volata da una stanza all’altra – e lo sguardo fisso vuoto e inespressivo quando siamo andati via, brucia dentro di me. Sono immagini che non dimenticherò per tutta la vita. Finalmente, è arrivata la polizia, quella vera.
Siamo usciti fuori. Sono andato verso la sala delle conferenze più piccola – una scelta della quale oggi mi pento. Quello che ho visto va semplicemente oltre la mia capacità di descriverlo, è così terrificante che lo ricordo appena – sento solo il terrore dentro di me.
C’erano alcune persone ammassate in un angolo, un mucchio di corpi grande e amorfo. Alcuni erano coscienti e mi urlavano di non fare niente che avrebbe potuto spaventare la polizia, altri erano stesi. I loro corpi erano tutti coperti di sangue, e una densa pozza di sangue si stendeva intorno a loro in tutte le direzioni per almeno mezzo metro. Un poliziotto che era nella sala mi urlava ordini, ma il suo tono era così alto che all’inizio non sono riuscito a capire cosa dicesse. Siamo stati trasferiti prima negli uffici del giornale del campo.
Eravamo in otto, oltre ad una ragazza stesa, ferita, che alternava momenti di coscienza a momenti d’incoscienza. Per riscaldarla l’abbiamo coperta con i maglioni e uno di noi ha cercato di contenere la fuoriuscita di sangue. Il proiettile non le aveva centrato il cuore, ma non l’aveva mancato di molto. Non so chi fosse quella ragazza, né so come stia adesso. Ero seduto dietro di lei e non ho mai visto il suo viso. I feriti sono stati evacuati per primi. Non ricordo quanto tempo siamo rimasti lì dentro: ho perso il senso del tempo.
Nonostante le proteste di un gruppo che lo conosceva, un ragazzo fu ammanettato. In quel momento non avevo capito perché, e un poliziotto sembrava dire qualcosa come se effettivamente non vi fosse motivo per farlo. Non ho visto quando gli hanno tolto le manette, ma credo che quel trattamento sia stata una esperienza terribile, pessima per lui. Ho fatto del mio meglio per consolarlo ma sapevo che il mio sarebbe stato solo un piccolo aiuto. Più tardi, quando le cose si sono un po’ ristabilite, ci hanno raccontato che era stato ammanettato perché l’avevano visto arrivare da una zona non controllata.
La polizia è stata estremamente brava e attenta a spiegarci cosa fosse accaduto e perché: ci è stata di grande aiuto e ne sono molto grato. Infine siamo stati trasferiti nel corridoio principale dell’edificio, dove ci siamo uniti ad un gruppo di cinquanta persone. Solo quando ho visto le due persone che mi hanno salvato la vita ho provato emozione oltre a una leggera confusione.
Sono crollato tremando in lacrime tra le braccia di uno di loro. Dopo qualche secondo, mi sono ripreso e ho capito che quello non era il momento opportuno. Mi sono ripreso, ho tenuto il tremolio sotto controllo e mi sono seduto. Ci hanno offerto cioccolata e Coca Cola del chiosco. Ricordo di aver detto spontaneamente che l’incapacità di provare gioia per aver avuto una caramella gratis era un segnale certo di star vivendo una brutta situazione. Hanno tutti riso. L’umorismo macabro è un meccanismo che al momento si sopporta, ma ripensandoci ci si sente colpevoli.
Siamo stati accompagnati fuori in un’unica fila con le mani appoggiate sulla testa. Ricordo la preoccupazione profonda che qualcuno scivolasse lungo il pendio ripido e fangoso, provocando per errore una reazione nella polizia. Fuori, c’erano altri corpi. Alcuni sotto coperte improvvisate – un telone dello stand dei waffle, il castello sgonfio di plastica usato per giocare saltando – alcuni a vista.
Tutti quelli che ho incontrato hanno dimostrato coraggio, disciplina mentale e unità di propositi ben oltre ciò che si possa aspettare da persone così giovani. Tutti hanno assunto un atteggiamento che “non ha fatto una piega”. Una volta in salvo, attraversato il fiordo, ci hanno dato delle coperte. Mi hanno chiesto se fossi ferito e mi hanno fatto sollevare la maglietta per mostrare gli addominali. Ci hanno fatto entrare nell’autobus che ci aveva condotto all’hotel. Non posso rendere a parole il sollievo che ho provato quando ho potuto abbracciare i miei compagni. Non è paragonabile a nulla che abbia già provato nella vita. Il sentimento di euforia era attutito soltanto dalla consapevolezza che non avrei potuto rivedere ma più gli altri compagni, che con grande orgoglio avevo ritenuto amici, che avevano un futuro di grandi prospettive, futuro per il quale avevo provato grande gioia soltanto pensandolo e immaginandolo.
L’emozione che mi sconvolge di più è quella che mi prende quando penso alle famiglie e agli amici che tanti miei compagni hanno lasciato. Strappati via in modo assurdo. Non so quanto potrei dire di più su quanto accaduto. Mi piacerebbe, comunque, offrire alcune riflessioni. Innanzi tutto, dal più profondo del cuore, voglio ringraziare la polizia che ha salvato la vita di molte persone sull’isola, i villeggianti che hanno raccolto con le loro barche chi si era gettato in mare e i servizi di soccorso formati inizialmente da volontari che non hanno risparmiato sforzi nel cercare di attutire il colpo come potevano. L’opportunità di trascorrere del tempo con compagni che hanno vissuto la mia stessa esperienza è stata di un aiuto incommensurabile. Mi sono sentito sollevato per aver ritrovato i miei più cari amici tra i sopravvissuti, ed anche questo mi ha aiutato tantissimo.
Volendo cercare un aspetto positivo in questa tragedia penso che se fosse giunto con la sua arma quindici o venti minuti prima, sarebbe arrivato durante la riunione informativa, in un momento in cui la sala principale era gremita e il numero delle vittime sarebbe stato notevolmente superiore. Sono angosciosamente consapevole dello scarso sollievo che questa considerazione porta a chi è stato privato dei propri cari, ma devo trovarci conforto.
Non possiamo nasconderci – senza alcun dubbio! – che si è trattato di un attacco politico al movimento laburista. Ma fortunatamente è stato vissuto da tutti come un attacco alla società norvegese e ad un simbolo dell’ampio reclutamento nella democrazia partecipativa che risiede nella nostra anima nazionale. Non potrò mai ringraziare abbastanza il popolo norvegese – così come la gente degli altri stati che ha espresso le proprie condoglianze – per tutte le manifestazioni di sostegno e di condivisione del dolore. E’ stato di incredibile aiuto per me sapere che tante persone ci siano state vicine.
Voglio anche ringraziare dal profondo del cuore la fermezza incrollabile di tutti sia a livello nazionale che a livello locale del partito laburista e dei giovani laburisti nel sostenerci, e l’ambiente politico in generale per la risoluta lealtà che mi preserva dal perdere ciò che più amo:la nostra libertà nella democrazia partecipativa. Il nostro partito ha perso molti giovani fra i più brillanti.
Personalmente provo un senso arrabbiato di ripicca, un bisogno profondo e irrequieto di fare in modo che le ruote della società girino ancora. Voglio mostrare che non saremo sconfitti. Siamo più forti. Non rimarrò impaurito nel silenzio e nella passività. Voglio ricordare i morti e onorarli portando avanti il nostro impegno comune.
Voglio terminare con una richiesta rivolta a chiunque legga ciò che ho scritto, citando una frase di uno dei miei migliori amici e compagni:
“Per favore, non farmi leggere messaggi pieni di rancore, di sostegno alla pena di morte, o qualcosa di simile. Se qualcuno crede che qualcosa migliorerà uccidendo questa piccola persona triste, ha profondamente torto. Tutta l’attenzione dovrà essere concentrata nel prendersi cura delle vittime e delle loro famiglie che non condividono la mia fortuna, evitando di offrire una platea ad un colpevole che la richiede”.
Tore Sinding Bekkedal
Traduzione di Roberta Aiello
@valigia blu – riproduzione consigliata

Questa è la testimonianza di un ragazzo sopravvissuto alla strage di Utøya (grazie a Giuseppe Civati per averla segnalata ieri sul suo BLOG).QUIl’originale.


Siena democratica ed accogliente

Siena democratica ed accogliente

Il 15 e 16 Maggio prossimi si svolgeranno le elezioni amministrative a Siena.
Crediamo che Siena debba continuare ad essere una città democratica ed accogliente e per questo appoggiamo quei candidati caratterizzati da impegno verso il sociale, i diritti, la laicità.

Mi chiamo Manuel Menzocchi ho 36 anni e sono ricercatore a tempo determinato presso il Dipartimento di Fisiologia dell’Università di Siena.
Ho scelto di sostenere Franco Ceccuzzi e di candidarmi al consiglio comunale con il Partito Democratico per fare di Siena la città dei diritti.Votandomi darai sostegno ad un impegno politico ispirato dalla laicità. Essere laico per me significa leggere la realtà senza il fardello dell’ideologia, analizzare i fatti ed impegnarmi nel risolvere i problemi rispettando le esigenze e le identità altre e promuovendo la libertà di coscienza la possibilità di scegliere in base ai propri convincimenti morali.
Laicità è operarsi per costruire una società inclusiva e migliore. Insieme alle donne che chiedono dignità, servizi, lavoro ed il diritto ad una maternità consapevole. Insieme a tutte quelle persone che rivendicano la propria libertà sessuale ed affettiva e la possibilità di esercitarla senza timori di ritorsioni più o meno violente e più o meno istituzionali. Insieme a tutti coloro che difendono orgogliosamente la vita propria ed altrui affermando il diritto alla libertà di cura ed al testamento biologico. Insieme a quelle coppie che scelgono la convivenza e la vorrebbero veder riconosciuta, insieme ai docenti che rivendicano la libertà di insegnamento e la stabilizzazione delle loro condizioni. Insieme a tanti per un percorso di libertà e diritti che parta dalle istituzioni locali.
Sono Giuliana De Angelis ed in occasione delle elezioni amministrative del prossimo 15 maggio sono stata di nuovo candidata a consigliere comunale a sostegno di Franco Ceccuzzi che vorrei, per la nostra città, fosse eletto Sindaco. Negli anni, già altre volte, con spirito di servizio, ho messo a disposizione il mio nome a sostegno di una parte politica che ha a cuore il bene della città.Da tempo, nell’esercizio del volontariato mi sono dedicata all’accoglienza e al sostegno di ogni forma di disagio. Chi mi conosce sa quanto abbia a cuore la mia città e i bisogni dei cittadini in particolare degli anziani, categoria che ormai mi accoglie a pieno diritto.
Un impegno che ho svolto con la mia partecipazione nell’Auges, nell’Associazione “Donna Chiama Donna”, in “Federconsumatori”, ed nell’AUSER.
Un impegno che ho svolto anche nel mio territorio, sono iscritta al Circolo del PD di Sant’Andrea e vivo in questa parte della città dal 1963. Per venti anni la circoscrizione ha avuto tra i suoi compiti anche quello di tutelare gli interessi territoriali. Da oggi la circoscrizione non cʼè più per questo mi metto a disposizione per tutto quello che i cittadini vorranno sapere o chiedere al governo della città e se sarò eletta dedicherò un pomeriggio alla settimana per ricevere le istanze di tutti.

Siena democratica ed accogliente

Siena democratica ed accogliente

Il 15 e 16 Maggio prossimi si svolgeranno le elezioni amministrative a Siena.
Crediamo che Siena debba continuare ad essere una città democratica ed accogliente e per questo appoggiamo quei candidati caratterizzati da impegno verso il sociale, i diritti, la laicità.

Mi chiamo Manuel Menzocchi ho 36 anni e sono ricercatore a tempo determinato presso il Dipartimento di Fisiologia dell’Università di Siena.
Ho scelto di sostenere Franco Ceccuzzi e di candidarmi al consiglio comunale con il Partito Democratico per fare di Siena la città dei diritti.Votandomi darai sostegno ad un impegno politico ispirato dalla laicità. Essere laico per me significa leggere la realtà senza il fardello dell’ideologia, analizzare i fatti ed impegnarmi nel risolvere i problemi rispettando le esigenze e le identità altre e promuovendo la libertà di coscienza la possibilità di scegliere in base ai propri convincimenti morali.
Laicità è operarsi per costruire una società inclusiva e migliore. Insieme alle donne che chiedono dignità, servizi, lavoro ed il diritto ad una maternità consapevole. Insieme a tutte quelle persone che rivendicano la propria libertà sessuale ed affettiva e la possibilità di esercitarla senza timori di ritorsioni più o meno violente e più o meno istituzionali. Insieme a tutti coloro che difendono orgogliosamente la vita propria ed altrui affermando il diritto alla libertà di cura ed al testamento biologico. Insieme a quelle coppie che scelgono la convivenza e la vorrebbero veder riconosciuta, insieme ai docenti che rivendicano la libertà di insegnamento e la stabilizzazione delle loro condizioni. Insieme a tanti per un percorso di libertà e diritti che parta dalle istituzioni locali.
Sono Giuliana De Angelis ed in occasione delle elezioni amministrative del prossimo 15 maggio sono stata di nuovo candidata a consigliere comunale a sostegno di Franco Ceccuzzi che vorrei, per la nostra città, fosse eletto Sindaco. Negli anni, già altre volte, con spirito di servizio, ho messo a disposizione il mio nome a sostegno di una parte politica che ha a cuore il bene della città.Da tempo, nell’esercizio del volontariato mi sono dedicata all’accoglienza e al sostegno di ogni forma di disagio. Chi mi conosce sa quanto abbia a cuore la mia città e i bisogni dei cittadini in particolare degli anziani, categoria che ormai mi accoglie a pieno diritto.
Un impegno che ho svolto con la mia partecipazione nell’Auges, nell’Associazione “Donna Chiama Donna”, in “Federconsumatori”, ed nell’AUSER.
Un impegno che ho svolto anche nel mio territorio, sono iscritta al Circolo del PD di Sant’Andrea e vivo in questa parte della città dal 1963. Per venti anni la circoscrizione ha avuto tra i suoi compiti anche quello di tutelare gli interessi territoriali. Da oggi la circoscrizione non cʼè più per questo mi metto a disposizione per tutto quello che i cittadini vorranno sapere o chiedere al governo della città e se sarò eletta dedicherò un pomeriggio alla settimana per ricevere le istanze di tutti.

Istituire anche a Siena il Registro per il Testamento biologico

Istituire anche a Siena il Registro per il Testamento biologico

di Manuel Menzocchi

La comunità locale è il cuore della democrazia, quindi, l’avvicinarsi delle elezioni amministrative, mi fornisce l’occasione di affrontare nel territorio temi politici di carattere nazionale che considero particolarmente rilevanti.

Un governo inadeguato ed ideologico lavora alla costruzione di uno stato etico nel quale i convincimenti morali di alcuni, legittimi in quanto scelte del singolo, vengono imposti come norma di condotta generale. Ciò è successo la scorsa settimana quando la maggioranza di centro-destra, stravolgendo il calendario dei lavori parlamentari, ha riportato in esame alla Camera il DDL Calabrò: una legge sul fine vita che stralcia il rispetto della libertà dell’individuo; una legge nella quale l’espressione della volontà del singolo trova come deterrente la pesantezza burocratica dell’obbligatorietà di un rinnovo triennale delle dichiarazioni davanti ad un notaio. Il DDL sostiene che la volontà espressa dal cittadino sulla propria vita non sia vincolante poiché risulta determinante il parere del medico ed afferma, inoltre, l’impossibilità di interrompere l’alimentazione e l’idratazione artificiali alle quali non viene riconosciuto lo status di trattamenti sanitari.

Vale la pena ripeterlo: è fondamentale che i convincimenti morali di ognuno siano rispettati, che i precetti di chi professa la propria religione siano salvaguardati, e che la libertà di coscienza valga per ogni cittadino, indipendentemente dal credo religioso. Dunque che ogni cittadino abbia il diritto di poter decidere oggi a quali trattamenti dovrà essere sottoposto nel momento in cui non sarà più in grado di deciderlo da solo.

Credo che le amministrazioni locali possano avere responsabilità e competenza in una questione che attraversa così profondamente le coscienze e le vite di ognuno di noi. Evidenzio con piacere che nella provincia di Siena il Partito Democratico si è incamminato in questa direzione, iniziando un percorso di discussione e di approfondimento sul Testamento biologico in tutte le Unioni Comunali con l’intento di portare nei Consigli Comunali la mozione sul fine vita per arrivare all’istituzione dei Registri in molti Comuni del territorio. Colle Val D’Elsa e Montepulciano hanno istituito già i Registri per le dichiarazioni anticipate di trattamento (D.A.T), mentre i comuni di Rapolano e di Buonconvento hanno approvato la mozione in Consiglio comunale.

Auspico pertanto un confronto sereno che, senza radicalizzare la discussione, porti anche il comune di Siena ad istituire il Registro per il Testamento biologico fornendo a tutti i cittadini uno strumento che permetta di vedere tutelato quello che per me è un loro“diritto naturale”.

Come ha detto recentemente Rita Levi Montalcini, <<non è importante dare giorni alla vita, quanto è importante dare vita ai giorni>>. Poche parole che racchiudono l’elemento significativo del Testamento biologico.

Manuel Menzocchi

Candidato PD Siena al Consiglio comunale

Commissione diritti del PD. L’intervento di Ivan Scalfarotto

Commissione diritti del PD. L’intervento di Ivan Scalfarotto

Ripubblichiamo l’intervento di Ivan Scalfarotto in Commissione Diritti.

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Inizio, fine vita e la Sinistra

Inizio, fine vita e la Sinistra

Ultimamente ho partecipato alla presentazione dei seguenti libri:

  • “RU486 Non tutte le streghe sono state bruciate” ed L’asino d’oro : aut: Flamini, Melega
  • “ Gli ultimi giorni di Eluana” ed. Biblioteca dell’immagine. Aut: De Monte, Gori

In entrambi gli eventi erano presenti gli autori e relatore comune il Prof. Mauro Barni – Ordinario di medicina legale all’università di Siena.

La presenza del Prof. Barni mi porta a due riflessioni che vorrei condividere con tutti i lettori.
“Quale legame tra chi attraverso una pillola nega o blocca l’inizio di una vita, e chi invece vuol gestire la fine della vita” e “La Sinistra ?”

Penso che i temi proposti come la “Procreazione assistita, legge 194”, “il testamento biologico” possono essere accomunati perché nel nostro pensare sono definiti “temi materialmente sensibili”.

Entrambi i libri sono stati presentati dagli autori come un desiderio di verità con l’obbiettivo di sgretolare questa montagna di mistificazione, finzioni, bugie, ipocrisia, falsa moralità da parte della Chiesa e di una
parte politica dove si faceva vedere le cose per come non erano. I libri quindi riportano informazioni, episodi realmente accaduti, riscontri medici, esperienze mediche.

Entrambi i libri dovrebbero essere letti da coloro che vanno a proporre leggi abrogative o in contrasto a questi temi.

Tutti hanno sentito parlare dell’aborto clandestino.
Tutti hanno avuto contatti dirette o indirette con persone sottoposte ad interruzione di gravidanza.
Tutti hanno avuto contatti con persone che hanno avuto problemi per assistere una persona alla fine della sua vita.

Conferenze, come queste, mirano a cercare di far capire come in questi tempi al di la di chi governa, c’è un tentativo di limitare i diritti civili, la libertà di scelta che ognuno di noi ha. C’è un tentativo di insegnarci come dobbiamo nascere , come dobbiamo morire, come dobbiamo far dei figli. Tentativi seri di minare la vita civile di questo paese, dare a questa nazione un impronta etica forzata. Etica personale che non si può limitare per legge. Occasione per riprendere un discorso su temi importanti dove nelle sedi politiche questi argomenti sono oscurati da una pressione che tutto negano al nostro paese di poter progredire anche nelle coscienze e nella democrazia delle persone. Siamo oppressi da paladini che difendono la vita che non è ancora vita, la vita che non è più vita e poi mandano a morire annegati in mare poveri disgraziati in cerca di un soldo di fortuna.

Il Prof. Barni, ricordava che la Legge 194 del 28-3-78, porta la firma di Leone, Andreotti, Morleo, Anselmi, Ruffini. Un gruppo di persone che decise pensando ai cittadini e non a vincoli di partito. Una legge che ha un
limite: l’obiezione di coscienza.

L’ obiezione di coscienza a volte è strumentale perchè tutti sanno che molte di queste scelte sono legate a motivi di comodo, come dimostrano i numerosi processi a carico di sanitari obbiettori accusati di eseguire
aborti clandestini.

Il servizio sanitario deve, invece, garantire ai cittadini di poter usufruire di questa terapia.

Il 21 Febbraio p.v. riprenderà alla Camera la discussione sul disegno di legge Calabrò sul “testamento biologico”,e sinceramente, la mia speranza è quella che ritorni nel cassetto dove ha riposato per lungo tempo.

E’ l’ora che la Sinistra, se vuol essere alternativa a questo paese, prenda una precisa e chiara posizione, perché sull’autodeterminazione non ci può essere nessun compromesso. La Sinistra credo che sia perdente sulla battaglia dei diritti civili. Il Pd non può pensare di rinviare ulteriormente la discussione su i temi etici e civili. Fare una Commissione, come deciso nell’ultima Assemblea Nazionale, per discutere di questi temi, è come rimandare ulteriormente la questione.

Io, invece credo, e propongo, che un segnale importante debba essere dato: inserire i diritti civili in tutti i programmi politici del Centrosinistra.

Il Movimento Marino, si dovrebbe far promotore di una proposta in tal senso, verso il candidato Sindaco di Siena del Pd Ceccuzzi , dove il Pd ha già bocciato una mozione sul testamento biologico in Consiglio Comunale.

Concludo queste riflessioni con le esclamazioni finali del libro di Flamini, Melega:
Se vivessimo in un paese normale……. Se fossimo in un paese normale…….
In un Paese normale medici, amministratori, politici si siederebbero attorno ad un tavolo e discuterebbero su temi etici, avendo in mente solo l’interesse delle cittadine e dei cittadini senza se e senza ma.

Bruno Melani