Di Luigi Dallai.
I doveri sono sanciti dal costume e dalle leggi, e a ben vedere imporrebbero comportamenti in larghissima misura rispettosi dei diritti. E infatti il rispetto dei diritti che un paese civile deve imporsi deriva in buona parte dalla capacità della società di comprendere le esigenze di tutte le sue componenti, e della classe dirigente di legiferare in accordo con questi sentimenti.
Ho sempre pensato che per rivendicare i propri diritti si dovesse prima assolvere ai propri doveri.
Come un riflesso condizionato ho cercato di mettere in pratica questo binomio, senza capire che le due cose non sono necessariamente dipendenti, anzi molto spesso non lo sono affatto. Esistono diritti da riconoscere a prescindere dai doveri assolti. Per dirla con estrema semplicità: i diritti sono diritti, i doveri sono doveri. In alternativa sarebbe lecito praticare la tortura a prigionieri autori di misfatti, accettare la pena di morte, praticare la legge del taglione.
Esistono diritti che faticano ad essere riconosciuti a causa di ragioni di stato o motivazioni politico-strategiche (vedi autodeterminazione dei popoli), oppure a causa dell’arretratezza culturale di molte società (la questione femminile su tutte ed i misfatti commessi come conseguenza di questa).
Non esiste una scala dei diritti; essi sono per loro natura non negoziabili. Varia piuttosto il potere contrattuale di chi li rivendica. Procedendo per via anagrafica, mi viene in mente, il diritto di suolo, per cui un bambino che nasce in uno stato è automaticamente cittadino di quello stato. Chi pensa che Siena e le sue tradizioni tradiscano uno spirito conservatore potrebbe forse ricredersi guardando bambini di qualsiasi nazionalità giocare insieme e spesso diventare contradaioli a pieno titolo. Le persone passano, oppure cambiano provenienza, accenti, colori, le tradizioni (e le istituzioni) no.
Il diritto dei bambini all’istruzione e al gioco dovrebbe essere meno declamato e più praticato. In molte realtà del nostro Paese sono soltanto gli insegnanti a renderlo effettivo, perché famiglie disagiate o culturalmente arretrate, e istituzioni assenti o disinteressate rendono questo principio molto teorico e poco pratico. Sia il diritto di suolo che quello al gioco e all’istruzione sono diritti del bambino alla propria felicità e alla possibilità di vivere compiutamente la propria condizione. Tuttavia i bambini sono soggetti deboli, e la loro capacità di contrattazione non è in molti casi sufficiente a rendere esigibili questi diritti.
Soggetti storicamente deboli sono state le donne; abbiamo visto di recente mettersi in marcia un movimento nuovo, volto a ridefinire modi, spazi, tempi, di una società strutturata secondo sensibilità e concetti tipicamente maschili. E’ un movimento composito, che inevitabilmente ha facce diverse al proprio interno. Come molti aspetti della politica attuale, ha un approdo finale indefinito, ma certo ha messo in circolo molte energie e molta intelligenza.
Anche i movimenti omosessuali sono in marcia da tempo. L’approvazione da parte del Consiglio Comunale della mozione che impegna Giunta e Consiglio alla lotta all’omofobia e alla trans-fobia segna un punto importante per la nostra città e per la definizione delle priorità politiche di questa terra. Su tutte, il diritto di cittadinanza per chi vive nella nostra comunità, senza preclusioni, razzismo e discriminazioni. Questa è la missione di chi è stato investito del compito di amministrarci, ed è il dovere morale di chi vuole che la nostra città si apra al futuro senza paura e senza stupidi conformismi. All’alba del terzo millennio esistono dei diritti la cui negazione è difficile da comprendere in una qualsiasi società mediamente civilizzata.
La lotta contro l’omofobia precede inevitabilmente la questione delle unioni di fatto. Davvero è difficile aggiungere qualcosa ai bellissimi articoli di Ivan Scalfarotto e Cristiana Alicata che abbiamo pubblicato tempo fa nel nostro sito, a cui rimando. E’ difficile rimanere indifferenti di fronte a posizioni politiche particolarmente mature, da cui traspare sensibilità e sofferenza.
Dobbiamo dunque avere la capacità di creare luoghi in cui il dibattito possa non essere immediatamente tradotto in scelte amministrative, ma possa essere approfondito con le sensibilità di tutti. Il Partito Democratico è nato per questo, per fondere percorsi laici e cattolici e rispondere alle esigenze che una società moderna deve soddisfare. La battaglia contro l’omofobia ha un percorso lungo, che si esaurirà soltanto con il riconoscimento di pari diritti alle famiglie omosessuali. Io (diversamente da Cristiana) non credo che sia una guerra tra chi è in buona fede e chi no. Anzi, moltissimi in buona fede manifestano grosse titubanze su come procedere in questa materia. Ma è senza dubbio una battaglia tra chi ha smesso di interrogarsi e di capire le ragioni degli altri e chi è disposto a farsi carico di problemi che necessitano soluzioni non rinviabili. Per interrogarsi c’è bisogno di confronto, ed il confronto può riuscire solo in presenza di posizioni diverse. Per questo continuo a pensare che soltanto il Partito Democratico possa essere il luogo in cui si riusciranno ad elaborare posizioni intellettualmente oneste che garantiranno pari diritti a chiunque, senza discriminazioni legate ad orientamenti sessuali o altro. Occorrerà pazienza politica e pervicacia, ma queste sicuramente non ci mancano, e non saranno le titubanze e le forse inevitabili contraddizioni di una classe dirigente troppo anziana ad impedire che qualsiasi famiglia sia considerata una famiglia “normale”.
La mozione del Consiglio Comunale ha rotto il ghiaccio; adesso dobbiamo lavorare per andare oltre i nostri limiti politici. A Siena abbiamo di fronte sfide amministrative e sfide culturali. A ben vedere queste ultime comprendono anche quelle più brutalmente economiche. In definitiva…. “non sapevano che fosse impossibile, e allora l’hanno fatto”.







