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Lettera agli elettori del Partito Democratico

Lettera agli elettori del Partito Democratico

di Stefano Boeri
Care amiche, cari amici che il 15 maggio avete votato Partito Democratico.

Che avete deciso, in 170.000, che fosse questo il modo migliore per sostenere la candidatura di Giuliano Pisapia a Sindaco.

Care amiche e cari amici che come me, come moltissimi milanesi, credono e hanno creduto nella potenza collettiva di un grande partito di cittadini preoccupati dell’utilità sociale del proprio lavoro, generosi nell’offrire il proprio tempo e attenti alla vita civica di Milano.
Che hanno spinto con il loro voto Giuliano Pisapia a guidare una svolta storica nella politica italiana e il PD a diventare la forza di maggioranza relativa in Consiglio Comunale, con quasi il 30% dei consensi e 20 consiglieri sui 29 eletti nella nuova maggioranza.

Care amiche, cari amici, c’è oggi – oggi come non mai – una distanza siderale tra il Partito Democratico che vogliamo, vorremmo, abbiamo voluto, e il Partito che esiste. Ma voglio essere chiaro: non mi riferisco ad un problema di persone, dirigenti, formule, criteri di relazione tra elettori e eletti; criteri peraltro inadatti e spesso anacronistici.

Mi riferisco soprattutto al fatto per chi come me nel 2007 è stato tra i fondatori del Partito Democratico, e per noi tutti che lo abbiamo seguito in questi anni, è difficile accettare che il PD non sia oggi a Milano, nella Milano governata da una Giunta nuova verso la quale si rivolgono le speranze di un intero Paese, una presenza vibrante, attenta e propulsiva di idee e relazioni.

E’ inaccettabile che le donne e gli uomini che stanno a Palazzo Marino non ricevano da un grande Partito innovatore e diffuso una costante spinta a riflettere sulle proprie scelte, a migliorarsi, a verificare in tempo reale gli effetti delle proprie azioni, a correggerle, a studiare e inventare nuove soluzioni per Milano.
Durante la lunga e bellissima campagna elettorale che ha preceduto il voto di maggio, il Partito Democratico con i suoi circoli, iscritti, elettori, è stato un fulcro e insieme un volano di idee.
Idee insieme radicali e riformiste. Idee capaci di tenere la testa alta e permettere una visione sul futuro e il grande territorio di Milano; ma allo stesso tempo idee capaci di tenere i piedi ben saldi per terra e non essere velleitarie ma misurate, verificate di continuo e rese più efficaci dal contatto con le comunità, i quartieri, la vita quotidiana di Milano e dei milanesi.

La grande idea di una scuola pubblica aperta a tutte le ore del giorno, per tutti i giorni dell’anno, per tutte le età. Il doppio sguardo di genere, necessario a portare nella politica la prospettiva dell’universo femminile e la sua intelligenza visionaria e di sistema. La sfida di una Città-Mondo abitata oggi da milanesi di 191 nazionalità che possa finalmente dispiegare la sua potenza economica e culturale. La campagna per valorizzare la potenza e la generosità diffusa della piccola e media impresa milanese; di quelle quasi 200 mila comunità di rischio e di destino che trainano e insieme reggono, con grande fatica e spesso solitudine, il percorso verso una Milano migliore. La proposta di un decentramento che non sia quello burocratico delle attuali Zone, ma fondato su principi di democrazia deliberativa. La scelta di una Milano dove i diritti dei deboli non siano “deboli diritti”, ma anzi la prospettiva giusta per migliorare la vita quotidiana, l’accessibilità ai servizi. Dove i giovani che vivono la realtà del precariato possano avere un futuro professionale e una casa dove andare a vivere. L’idea di una cultura diffusa nella città ed esplosiva nelle sue espressioni, che chi governa non pretenda di irrigimentare (non potendola più neppure finanziare) ma piuttosto sappia riconoscere, valorizzare e aiutare a diventare la vera fonte di offerta di quella moltitudine di eventi, spettacoli, incontri, esposizioni che rende così unica , unica al mondo, la nostra città. La grande sfida per una metropoli che riscopra la sua vocazione agricola, una ruralità che significa coltivazione e insieme cura del territorio e delle sue pratiche, oltre che scambio di beni con la città.

Queste sono solo alcune delle idee, delle parole nate nei pensieri e nei discorsi degli iscritti e degli elettori del Partito Democratico milanese. Idee e parole che hanno fatto vincere Giuliano Pisapia, hanno fatto eleggere un Consiglio con 29 rappresentanti del centro-sinistra e che oggi rappresentano le stelle polari della nuova Giunta.

E triste dircelo, ma nonostante questo successo, il Partito che esiste oggi a Milano sembra un piccolo mondo chiuso, parallelo e indifferente a quanto succede nel governo della città. Il partito che di fronte alle vicende giudiziarie di un suo dirigente si produce in un complicato riassetto della sua Segreteria invece che affrontare con coraggio un serio approfondimento politico sul rapporto tra interessi, governo locale e trasformazioni del territorio; il partito che oggi discute e si divide parlando di riorganizzazione per componenti, di nomine equilibrate sulle correnti, è lontano mille miglia dalla tensione propulsiva della nostra campagna elettorale. E lo è in un momento in cui, lo ripetiamo, avremmo bisogno come ossigeno di quella tensione ideale. Noi che stiamo a Palazzo Marino, voi che ci avete eletto – e tutta la città intera.

Care amiche e cari amici del PD; voi che guardate al PD con quel misto di titubanza, fiducia, perplessità e affetto che proviamo verso un simbolo, una comunità di cui riconosciamo l’immenso valore potenziale e i grandi limiti attuali.

Quello che voglio dirvi oggi è che voi siete, dovete essere, il PD.

Dovete tornare ad essere il PD che avremmo voluto in questi anni, che avete votato il 15 maggio e che vogliamo guidi il cambiamento radicale e riformista in Italia.

Dobbiamo, dovete riprendere tra le vostre mani quella forza collettiva che avete contribuito a sprigionare e che oggi non può appoggiarsi solo alla grande generosità dei 4000 iscritti al PD milanese o alla buona volontà e all’intelligenza di un gruppo ristretto di dirigenti e dei funzionari di Partito.

Vi propongo una mossa semplice e potente: iscrivetevi al PD nuovo, iscrivetevi per un nuovo PD che torni ad essere l’energia profonda che ha spinto il centro-sinistra a tornare a governare dopo 20 anni Milano.

Iscrivetevi a una comunità che ha bisogno come il pane delle vostre idee e che per questo deve rigenerarsi, uscire dalle logiche piccole e ottuse delle consorterie legate alle leadership nazionali o locali.

Iscrivetevi per rifondare una comunità di milanesi che sappia ripensare e rilanciare la propria identità di movimento collettivo di idee e progetti e – solo in conseguenza a questa identità rigenerata- sappia anche rimettere in discussione la propria formula organizzativa.

Iscrivetevi, iscriviamoci ad un Partito Democratico che rinasce e si rigenera grazie ad una intensa discussione collettiva aperta a tutta la città, che verifichi e rinnovi il gruppo dirigente dando spazio a chi viene dai circoli, dal lavoro sociale e dalle professioni. Grazie ad un congresso straordinario nel corso del quale Milano e la sua nuova Amministrazione, stimolata da un PD invaso dai suoi elettori, venga a sua volta invasa dalle nostre idee e dalle nostre visioni del futuro.

Siamo in molti a volere questa invasione rigenerante. Cominciamo, oggi, a farla diventare realtà.

Stefano Boeri
Milano, 14 ottobre 2011

Manifesto per un nuovo spirito pubblico

Manifesto per un nuovo spirito pubblico

Pubblichiamo il “Manifesto per un nuovo spirito pubblico” discusso Sabato 1 Ottobre  scorso a Firenze all’iniziativa “etica e politica”

1. Necessità

C’è bisogno in Italia di un nuovo spirito pubblico.

Se vogliamo affrontare con qualche possibilità di successo l’asprezza della crisi economica e finanziaria, se non vogliamo restare a guardare passivamente il progressivo degrado della vita civile, dobbiamo venir fuori al più presto dal caos in cui si trova il sistema democratico, e ricostruire l’autorevolezza delle istituzioni politiche.

Ci vorrà del tempo per fare i conti pienamente con i cambiamenti prodotti in questi anni, nei comportamenti pubblici e privati, dal populismo dilagante, dall’invasione dei conflitti d’interesse, dalla demagogia anti italiana, da un esercizio del potere troppe volte oscuro, insincero, volgare, e infine corrotto.

Ma non ci riusciremo se non cominciamo da ora a costruire un nuovo spirito pubblico. Che metta al centro anzitutto l’onestà, la sincerità, la trasparenza. Che restituisca senso, dignità e riconoscimento alla cura degli interessi generali, dei beni comuni, delle ragioni dello stare insieme.

Questo nuovo spirito pubblico si costruisce anzitutto con il linguaggio della solidarietà, dell’unità e del civismo. E con una pratica della politica sobria e responsabile. Si costruisce con il coraggio della critica ai comportamenti che in questi anni hanno relegato in un angolo il patrimonio di civiltà del nostro Paese, ridimensionato i diritti e dileggiato i doveri, messo in discussione i valori dell’equità e della giustizia sociale e il rispetto delle diversità. In una parola: i fondamenti dell’etica civile, laica, repubblicana scritti nella nostra Costituzione, dai quali, invece, occorre ripartire. E nei quali sono descritti i due termini essenziali dell’essere morale individuale e collettivo: l’aspirazione alla “vita buona” e i doveri che ne derivano.

Ciò che caratterizza un nuovo spirito pubblico non è l’assenza del conflitto politico, non è la scomparsa delle differenze. E’ invece l’idea laica che nello spazio politico nel quale ognuno porta le proprie idee, vanno rispettate le regole senza prevaricazioni e abusi di potere e vanno valorizzati i percorsi individuali, le aspirazioni alla vita buona che ognuno ha dentro di sé e consentono agli altri di perseguire le proprie. E’ l’idea che il potere deve incontrare un limite, che tutti sono soggetti alla legge comune, e che questa si esercita nel riconoscimento delle libertà fondamentali degli individui.

Soprattutto, un nuovo spirito pubblico parte dalla consapevolezza che possiamo farcela a costruire un’Italia diversa e che vale la pena di spendere ciascuno qualcosa di sé in questa impresa.

Tocca alla politica fare il primo passo, e dunque farsi attraversare da un moto di rigenerazione morale, di senso etico del dovere, di dedizione all’interesse pubblico.

L’indignazione non basta più. L’indignazione verso ciò che sentiamo come una prevaricazione insopportabile ci dà la carica per reagire, per prendere voce pubblica, per riconoscerci in un movimento collettivo. Poi bisogna agire, fare ciascuno la propria parte. Anche perché tutti abbiamo da farci perdonare qualcosa, fosse soltanto il non aver capito in tempo, l’aver lasciato che le cose corressero così, l’aver pensato di potercela cavare da soli, l’aver ceduto alle banalizzazioni del “sono tutti uguali, gli altri”. Prendiamo esempio dal movimento delle donne, dalla sua carica unitaria e innovativa, dalla sua capacità di saper guardare al futuro di tutti.

La politica deve dare ora il segnale di voler riconquistare pienamente una dimensione collettiva e razionale.

2. Onestà, sincerità, trasparenza

Si diceva dell’onestà, della sincerità e della trasparenza. Queste sono, tra tutte, le prime competenze che deve dimostrare di possedere chi fa politica. Quelle che non bastano, ma senza le quali tutte le altre non servono a niente.

L’onestà e la trasparenza devono essere garantite da leggi stringenti e da codici etici adottati e sanciti dalle regole interne dei partiti. Leggi che oggi non ci sono, perché si ammette che un condannato per gravi reati possa accedere anche alle cariche più elevate. Codici che oggi non ci sono, e che quando ci sono non vengono applicati con la dovuta fermezza. L’onestà non la puoi imporre, ma con le leggi la puoi controllare, devi combattere il suo contrario. La trasparenza invece la puoi imporre, con le leggi e con i codici etici.

La sincerità può essere garantita solo dal diritto di cronaca, dalla libera espressione del pensiero, dal controllo da parte di una pubblica opinione avvertita, informata, esigente. Nel tempo presente, invece, il diritto di cronaca e la libera espressione del pensiero sono continuamente sotto schiaffo, mentre si fa largo la pratica nefasta della macchina del fango, del killeraggio a colpi di dossier. La giustizia è debole nel garantire i diritti, ed è lenta a colpire la macchina del fango.

3. Coraggio e riforme

Se vogliamo che si affermi un nuovo spirito pubblico, dobbiamo perciò avere il coraggio dell’elogio della mitezza e l’orgoglio dell’esercizio misurato del potere.

Ma un nuovo spirito pubblico, perché si diffonda nel corpo sociale e sia misura e criterio di apprezzamento dell’agire di ciascuno di noi, non può affermarsi veramente se non si ritrova nelle grandi istituzioni politiche e sociali, se non vive in buone e corrette leggi elettorali e in istituzioni per composizione e funzione autorevoli e degne di questo nome, se non si riconosce nel modo in cui viene gestito il servizio pubblico radio televisivo, e se la scuola pubblica viene abbandonata a sé stessa o la giustizia non funziona. I sostenitori del nuovo spirito pubblico sanno che devono dare battaglia per queste riforme.

4. Personalizzazione, populismo

Quanto alla politica, c’è da riflettere su come stiamo vivendo il processo di personalizzazione, che ha il merito di dare spazio ai talenti e alle qualità e il difetto di perdonare tutto ai vincitori. Il nuovo spirito pubblico di cui c’è bisogno non può che esaltare talento e qualità, ma non può perdonare a nessuno il tradimento dei valori declamati, la violazione delle regole comuni, la cattiva gestione del potere, men che mai al vincitore.

La cattiva personalizzazione si fa forza del clientelismo e dell’uso arrogante del potere e si esalta nel populismo. La miscela è esplosiva: tutto si può e si deve perdonare al potente di turno, a lui non deve essere richiesta né onestà, né trasparenza, né sincerità, anzi è lui stesso che detta i canoni della vita buona e la sua morale privata diviene criterio per ridisegnare la morale pubblica. Il gioco populista trasforma lo Stato di diritto in Stato etico, l’etica dettata dal Capo. La Costituzione è solo un orpello, i diritti inalienabili dell’uomo una inutile declamazione, non c’è più etica civile, laica, repubblicana. Per questa strada si dà il via alle leggi inumane verso gli immigrati, si apre la strada a divieti imposti non dalle leggi ma determinati da poteri amministrativi, si dà spazio all’omofobia, si punisce chi ha convinzioni diverse dalla maggioranza, si relegano nell’irregolarità le coppie che aspirano ad avere un figlio con la procreazione assistita, si cancella il diritto delle persone a ricercare la propria umana dignità al momento della fine della propria vita. E se un giudice osa rimettere le cose a posto, ce n’è anche per lui.

Nei regimi democratici, tuttavia, il gioco populista trova sul campo molti fieri avversari, anche quando, come è avvenuto in Italia, il populismo ha fatto breccia in tante culture politiche. Non tutto può essere abbattuto in un sol colpo. La democrazia ha sempre una sua forza, una sua legittimità popolare; lo Stato di diritto risorge infine ad ogni angolo. Fin quando ci sono le istituzioni della democrazia la lotta è sempre aperta. È in questo importante e largo spazio democratico che deve emergere un nuovo spirito pubblico, ed è da qui che deve partire la riscossa dell’etica civile, laica, repubblicana.

5. Il minimo

Se dunque volessimo redigere un piccolo memorandum di principi e regole minime per intraprendere l’impegno per fondare un nuovo spirito pubblico, potremmo dire alcune cose tra tutte:

  1. Nessun potere sia incontrollato. Nessun potere sia concentrato in poche mani, e soprattutto nessun potere politico si sommi nelle mani di chi detiene posizioni dominanti, nell’economia o nella finanza o nell’informazione.
  2. Nessuno, che sia chiamato a ricoprire cariche pubbliche, sia assolto dai suoi conflitti d’interesse.
  3. Nessuno possa sottrarsi al principio di uguaglianza di tutti di fronte alla legge, in particolare per le violazioni della legge penale in cui incorra.
  4. La politica sia vissuta in partiti veri, democratici, pluralisti; i partiti ricevano il finanziamento pubblico solo se dimostrano di praticare il principio democratico e in misura corrispondente alla loro capacità di auto finanziamento. Ogni finanziamento privato, diretto o indiretto, della politica sia reso pubblico.
  5. Nessuno, che sia chiamato a ricoprire cariche pubbliche, possa sottrarsi ai doveri di trasparenza, di onestà, di sincerità. Si dia vita diffusamente alle anagrafi degli eletti.
  6. Tutti quelli che ricoprono cariche pubbliche siano tenuti ad esercitarle con onore e dignità; nessuno possa esercitare insieme due cariche pubbliche, tranne che l’una sia condizione dell’altra.
  7. Nessuno, che ricopre cariche pubbliche, abbia privilegi, ma solo le prerogative che ne garantiscono, in relazione alla funzione esercitata e all’impegno richiesto, lo svolgimento con dignità, autonomia e indipendenza. Nessuno, che non abbia i mezzi per svolgere una carica pubblica, sia nei fatti impedito a farlo per questa ragione.
  8. Nessuno, che ricopre cariche espressione del potere sovrano dei cittadini, e che riceva un giusto compenso per il suo servizio, possa continuare a svolgere, nel corso del suo mandato, anche attività private redditizie.
  9. Nessuno, che ricopre cariche pubbliche, abbia il potere di impedire l’esercizio di critica sul suo operato, né di limitare, con leggi ed atti di governo, le libertà individuali e l’esercizio dei diritti riconosciuti come inviolabili.
  10. Tutti quelli che ricoprono cariche pubbliche siano tenuti a dare conto dell’impegno profuso nell’assolvimento dei propri compiti.

6. Partiti

Queste semplici cose appaiono in gran parte scontate. Ma non è così. Un nuovo spirito pubblico non potrà affermarsi se i partiti più sensibili a questa necessità non trovano il modo di tradurla nei propri comportamenti pratici, indicando la strada per affrontare quella questione morale che, nel suo significato più ampio, riguarda tutta la società.

Contiamo, in questo, molto sui partiti che oggi in Italia sono all’opposizione, e in particolare sul Partito Democratico che ne è la parte principale ed essenziale, e a cui è affidato dai cittadini il compito di costruire una credibile alternativa.

I sottoscrittori di questo Manifesto sono in gran parte iscritte e iscritti al PD e contano sul successo del suo progetto. In quanto iscritte e iscritti, hanno molte occasioni per dire la loro. Se oggi scelgono di usare anche questo strumento è perché vogliono rappresentare, insieme ad altre persone, un punto di vista più deciso, alimentare una speranza comune di rinnovamento di tutto il centro sinistra, offrire a tutti e dunque anzitutto al PD spunti di riflessione. Parziali fin che si vuole, ma autentici.

Ci sono nella società italiana e nei partiti le energie e le volontà per affermare una diversità politica frutto di scelte concrete.

Ma bisogna fare in fretta. E bisogna fare bene.

Il linguaggio conta: non c’è nessun cambiamento, non c’è nessun discorso sul nuovo spirito pubblico se si usa l’invettiva. Se si assolve sé stessi puntando il dito sugli altri. Se si pratica il personalismo esasperato. L’invettiva, l’autoassoluzione e il personalismo esasperato sono infatti in perfetta continuità con lo spirito dei tempi che vogliamo superare. Essi nascondono, attraverso continue suggestioni e sviamenti, la sostanza della vecchia politica.

Nessuno può fare da sé. Chi pretende di fare da sé prepara riedizioni di populismo e tempi di passività per i destinatari del suo messaggio. Populismo e personalismo esasperato sono il contrario del nuovo spirito pubblico che vogliamo affermare.

In questo, c’è un tratto di vera novità nelle parole del segretario nazionale del PD, che ha escluso di inserire il suo nome nel simbolo del partito o della coalizione di centro sinistra che si prepara al confronto elettorale.

7. Rinnovamento

In realtà, ci sono molti modi per promuovere il rinnovamento dei partiti. Un modo che appare coerente con il nuovo spirito pubblico che vogliamo affermare è di rispettare il pluralismo interno e di comporre differenze e contrasti con metodo laico, di liberare l’accesso alle cariche pubbliche consentendo che ciascuno possa competere guadagnandosi sul campo la fiducia e la legittimazione, di trovare il giusto equilibrio tra aspirazioni personali e aspirazioni collettive, di assicurare la rappresentanza di genere a tutti i livelli. Sicuramente il rinnovamento si sostanzia anche di principi di rotazione nelle cariche, interne e pubbliche.

Il rinnovamento che consideriamo coerente con un nuovo spirito pubblico è fondato, poi, sulla qualità delle regole scritte nei codici etici e nello statuto, semplici, essenziali ed efficaci, sulla capacità degli organismi di garanzia di farle valere tempestivamente, e sul rispetto delle decisioni che vengono assunte. Ogni volta che emerge un problema giudiziario, è bene che il partito distingua il suo ruolo da quello delle persone, poiché nessuno deve sentirsi protetto dal partito se è in discussione la sua onorabilità. La politica responsabile ammette dunque una solitudine, che non è condanna ma distanza dai destini individuali. È il prezzo che tutte le persone che fanno politica devono mettere nel conto, come “rischio professionale” insito nella dignità del ruolo che ricoprono.

Il rinnovamento che consideriamo coerente con un nuovo spirito pubblico si basa sulla qualità del lavoro delle strutture di base e degli organismi rappresentativi e dirigenti del partito ad ogni livello, come luoghi veri nei quali si operano le scelte che devono essere assunte e si realizza una efficace partecipazione. Se questo c’è, anche i luoghi associativi di tendenza, espressione della incomprimibile libertà dei singoli, alimentano e rafforzano la partecipazione in vista delle decisioni democratiche collettive che negli organismi rappresentativi e dirigenti devono essere assunte. In un partito, prima di tutto, ci si rimbocca le maniche per un’idea, un progetto da realizzare con gli altri, una visione della partecipazione ugualitaria e ricca di voglia di cambiamento.

8. Primarie

Non c’è partito se queste cose non ci sono, tutte insieme. E qui si pone l’esigenza di rinnovare il sistema delle primarie, quelle di partito come quelle di coalizione. Un metodo da cui non si deve prescindere, che può portare – lo si riconosca con serenità – ad una buona personalizzazione come anche alla personalizzazione esasperata e, per questa strada, alla dissoluzione del partito. Le primarie, se diventano l’unica modalità democratica (se ad esse non si aggiungono altre modalità come i congressi tematici, i referendum, gli strumenti della moderna democrazia deliberativa) sono destinate a diventare il loro contrario, cioè lo strumento per negare il partito stesso. Primarie destrutturate, dove ciò che conta è vincere a tutti i costi, producono solo l’effetto di radicalizzare intorno ad una persona il confronto.

Anche per le primarie esiste dunque un problema di regole condivise, semplici ed efficaci. Non volte ad impedire (impedire l’accesso, ridurre il pluralismo, ecc.) ma volte ad allargare le possibilità di confronto politico per raggiungere una nuova unità. Per questo, il principio fondamentale delle primarie non può che essere, come avviene per l’elezione del segretario nazionale del PD, che vince chi ottiene il voto favorevole della maggioranza dei partecipanti.

Occorre, perciò, che le primarie siano ben regolate, e in modo tale che possano essere uno strumento con il quale si pratica un nuovo spirito pubblico. Il luogo collettivo, il partito o la coalizione, che le promuove non può sparire d’incanto, come sospeso in attesa che l’esito delle primarie ridefinisca lo spazio di un nuovo assoluto potere, per quanto legittimato dal voto. Ci sono molte cose che si possono stabilire, dal sistema di voto alle regole di comportamento, dalla trasparenza assoluta del finanziamento ottenuto e delle spese sostenute al ruolo del partito o della coalizione nell’organizzazione complessiva (sedi e strumenti messi a disposizione dei partecipanti, gestione della comunicazione con gli iscritti e gli elettori degli albi, ecc.). Ciò che è essenziale è il ritrovarsi, dopo il momento delle differenze, in luoghi riconosciuti e unitari. Se non avviene così, dall’esperienza delle primarie non esce un partito rinnovato ma un altro partito, informale e in grado di esercitare più potere di quello formale.

Non esiste dunque meccanica identità tra la fondazione di un nuovo spirito pubblico e la pratica delle primarie. Le primarie sono un metodo democratico, ma non il solo metodo democratico per la designazione dei candidati alle cariche istituzionali. Funzionano bene per le cariche monocratiche, molto meno per le altre, e possono rivelarsi un errore se fatte per comporre liste plurinominali. Perciò, il dibattito sulle primarie che si sta svolgendo oggi tra i partiti del centro sinistra e nello stesso PD è un dibattito pieno di forzature. L’esigenza preminente, invece, è quella di costruire al più presto una coalizione che sia in grado di dare un svolta al Paese, e la necessità politica – se non addirittura storica – è quella di presentare al più presto una alternativa credibile. Dunque, se devono essere fatte, si facciano per questo scopo, non per regolare i conti dentro la coalizione o per forzare le regole che il PD si è dato.

9. Istituzioni

Infine, e se ne tratta da ultimo perché è il problema più importante, per il PD e per il centro sinistra si pone l’esigenza imprescindibile di dare senso ad un nuovo spirito pubblico prospettando un programma efficace per contrastare la crisi economica e finanziaria e per riformare le istituzioni democratiche restituendo loro credibilità e autorevolezza.

Quest’ultimo punto (l’autorevolezza delle istituzioni democratiche) è oggi quasi disperso e annacquato, prevalendo invece il discorso sui costi della politica. Se si vuole avere cura per la democrazia, occorre restituirle efficacia e capacità di dare risposte ai bisogni sociali. E dunque in questo discorso c’è anche il problema dei costi. Che però non può essere affrontato seriamente “dimezzando” la democrazia ad ogni piè sospinto, ad ogni emergenza finanziaria. Lo slogan del dimezzare porterà solo ad avere da qui a poco istituzioni esse stesse dimezzate, e ridotte a luogo di rappresentanza di pochi (e personali) interessi.

Occorre un’altra scelta, di valore costituente.

Una scelta che ricostruisca, nel tempo presente, le istituzioni che servono alla democrazia locale, i comuni soprattutto, la qualità delle scelte che si fanno per i servizi ai cittadini, la gestione di beni comuni, la tutela del territorio. Bandiere sui municipi non servono se i comuni non sono istituzioni forti, e forti non possono essere se sono dispersi. Dunque, comuni forti, con organi di governo rappresentativi, veri e funzionanti, con uffici responsabilizzati e capaci di gestire servizi di qualità con una spesa sostenibile. Intorno al comune e ai comuni tra di loro aggregati si può riunificare una amministrazione pubblica oggi dispersa in mille organismi serventi, enti e società che non hanno più ragione di essere.

Il valore costituente delle scelte che sono di fronte imporrà una riconsiderazione del ruolo delle Regioni, che non possono che essere il soggetto che riorganizza il sistema istituzionale locale sul territorio. Ad esse sia affidato il compito di organizzare efficacemente le istituzioni che sostituiscono le province e perfino l’istituzione delle città metropolitane. Lo Stato non lo può fare, non ne ha più nemmeno la cultura, da quando, giustamente, si è avviato un importante processo di decentramento di funzioni e servizi verso le comunità locali. Le Regioni siano, perciò, uno dei pilastri del nuovo potere pubblico, e siano esse ad esprimere la Seconda Camera, al posto di un Senato che oggi è una replica della Camera dei deputati. La Camera delle Regioni, costruita sul modello tedesco, dunque eletta in secondo grado e con poteri non legislativi ma di negoziazione con lo Stato, di proposta e di controllo, può realizzare al meglio principi di essenzialità, di efficacia di autorevolezza delle istituzioni pubbliche.

Allo stesso modo, occorre dare nuovo valore alla prima Camera, la Camera dei deputati, unico corpo legislativo e politico, la cui composizione non può essere semplicemente dimezzata. La prima Camera non può che essere il primo luogo della rappresentanza, e dunque tale da consentire la presenza di vere minoranze. Non può che essere, in un sistema parlamentare, l’organo che elegge il governo. Meglio, molto meglio, se eletta con un sistema uninominale, come chiede il referendum elettorale e come ha da tempo proposto il PD. Ed è essenziale che in essa si esprimano al massimo livello i principi della democrazia paritaria tra i generi.

Il tempo che verrà è certo pieno di incognite, ma è anche l’occasione di una riscossa democratica e civile, che dia all’Italia la possibilità di rimettersi in piedi.

Promotori del Manifesto:
Giacomo Trallori
Andrea Abbassi
Giulio Caselli
Nicolina Cavallaro
Iacopo Ghelli
Valentina Giovannini
Luigi Izzi
Eleonora Kajiet
Daniela Lastri
Alessandro Lo Presti
Maria Grazia Pugliese
Anna Scattigno
Simone Siliani

Siena democratica ed accogliente

Siena democratica ed accogliente

Il 15 e 16 Maggio prossimi si svolgeranno le elezioni amministrative a Siena.
Crediamo che Siena debba continuare ad essere una città democratica ed accogliente e per questo appoggiamo quei candidati caratterizzati da impegno verso il sociale, i diritti, la laicità.

Mi chiamo Manuel Menzocchi ho 36 anni e sono ricercatore a tempo determinato presso il Dipartimento di Fisiologia dell’Università di Siena.
Ho scelto di sostenere Franco Ceccuzzi e di candidarmi al consiglio comunale con il Partito Democratico per fare di Siena la città dei diritti.Votandomi darai sostegno ad un impegno politico ispirato dalla laicità. Essere laico per me significa leggere la realtà senza il fardello dell’ideologia, analizzare i fatti ed impegnarmi nel risolvere i problemi rispettando le esigenze e le identità altre e promuovendo la libertà di coscienza la possibilità di scegliere in base ai propri convincimenti morali.
Laicità è operarsi per costruire una società inclusiva e migliore. Insieme alle donne che chiedono dignità, servizi, lavoro ed il diritto ad una maternità consapevole. Insieme a tutte quelle persone che rivendicano la propria libertà sessuale ed affettiva e la possibilità di esercitarla senza timori di ritorsioni più o meno violente e più o meno istituzionali. Insieme a tutti coloro che difendono orgogliosamente la vita propria ed altrui affermando il diritto alla libertà di cura ed al testamento biologico. Insieme a quelle coppie che scelgono la convivenza e la vorrebbero veder riconosciuta, insieme ai docenti che rivendicano la libertà di insegnamento e la stabilizzazione delle loro condizioni. Insieme a tanti per un percorso di libertà e diritti che parta dalle istituzioni locali.
Sono Giuliana De Angelis ed in occasione delle elezioni amministrative del prossimo 15 maggio sono stata di nuovo candidata a consigliere comunale a sostegno di Franco Ceccuzzi che vorrei, per la nostra città, fosse eletto Sindaco. Negli anni, già altre volte, con spirito di servizio, ho messo a disposizione il mio nome a sostegno di una parte politica che ha a cuore il bene della città.Da tempo, nell’esercizio del volontariato mi sono dedicata all’accoglienza e al sostegno di ogni forma di disagio. Chi mi conosce sa quanto abbia a cuore la mia città e i bisogni dei cittadini in particolare degli anziani, categoria che ormai mi accoglie a pieno diritto.
Un impegno che ho svolto con la mia partecipazione nell’Auges, nell’Associazione “Donna Chiama Donna”, in “Federconsumatori”, ed nell’AUSER.
Un impegno che ho svolto anche nel mio territorio, sono iscritta al Circolo del PD di Sant’Andrea e vivo in questa parte della città dal 1963. Per venti anni la circoscrizione ha avuto tra i suoi compiti anche quello di tutelare gli interessi territoriali. Da oggi la circoscrizione non cʼè più per questo mi metto a disposizione per tutto quello che i cittadini vorranno sapere o chiedere al governo della città e se sarò eletta dedicherò un pomeriggio alla settimana per ricevere le istanze di tutti.

Il Diritto alla Felicità

Il Diritto alla Felicità

Di Luigi Dallai.

I doveri sono sanciti dal costume e dalle leggi, e a ben vedere imporrebbero comportamenti in larghissima misura rispettosi dei diritti. E infatti il rispetto dei diritti che un paese civile deve imporsi deriva in buona parte dalla capacità della società di comprendere le esigenze di tutte le sue componenti, e della classe dirigente di legiferare in accordo con questi sentimenti.

Ho sempre pensato che per rivendicare i propri diritti si dovesse prima assolvere ai propri doveri.

Come un riflesso condizionato ho cercato di mettere in pratica questo binomio, senza capire che le due cose non sono necessariamente dipendenti, anzi molto spesso non lo sono affatto. Esistono diritti da riconoscere a prescindere dai doveri assolti. Per dirla con estrema semplicità: i diritti sono diritti, i doveri sono doveri. In alternativa sarebbe lecito praticare la tortura a prigionieri autori di misfatti, accettare la pena di morte, praticare la legge del taglione.

Esistono diritti che faticano ad essere riconosciuti a causa di ragioni di stato o motivazioni politico-strategiche (vedi autodeterminazione dei popoli), oppure a causa dell’arretratezza culturale  di molte società (la questione femminile su tutte ed i misfatti commessi come conseguenza di questa).

Non esiste una scala dei diritti; essi sono per loro natura non negoziabili. Varia piuttosto il potere contrattuale di chi li rivendica. Procedendo per via anagrafica, mi viene in mente, il diritto di suolo, per cui un bambino che nasce in uno stato è automaticamente cittadino di quello stato. Chi pensa che Siena e le sue tradizioni tradiscano uno spirito conservatore potrebbe forse ricredersi guardando bambini di qualsiasi nazionalità giocare insieme e spesso diventare contradaioli a pieno titolo. Le persone passano, oppure cambiano provenienza, accenti, colori, le tradizioni (e le istituzioni) no.

Il diritto dei bambini all’istruzione e al gioco dovrebbe essere  meno declamato e più praticato. In molte realtà del nostro Paese sono soltanto gli insegnanti a renderlo effettivo, perché famiglie disagiate o culturalmente arretrate, e istituzioni assenti o disinteressate rendono questo principio molto teorico e poco pratico. Sia il diritto di suolo che quello al gioco e all’istruzione sono diritti del bambino alla propria felicità e alla possibilità di vivere compiutamente la propria condizione. Tuttavia i bambini sono soggetti deboli, e la loro capacità di contrattazione non è in molti casi sufficiente a rendere esigibili questi diritti.

Soggetti storicamente deboli sono state le donne; abbiamo visto di recente mettersi in marcia un movimento nuovo, volto a ridefinire modi, spazi, tempi, di una società strutturata secondo sensibilità e concetti tipicamente maschili. E’ un movimento composito, che inevitabilmente ha facce diverse al proprio interno. Come molti aspetti della politica attuale, ha un approdo finale indefinito, ma certo ha messo in circolo molte energie e molta intelligenza.

Anche i movimenti omosessuali sono in marcia da tempo. L’approvazione da parte del Consiglio Comunale della mozione che impegna Giunta e Consiglio alla lotta all’omofobia e alla trans-fobia segna un punto importante per la nostra città e per la definizione delle priorità politiche di questa terra. Su tutte, il diritto di cittadinanza per chi vive nella nostra comunità, senza preclusioni, razzismo e discriminazioni. Questa è la missione di chi è stato investito del compito di amministrarci, ed è il dovere morale di chi vuole che la nostra città si apra al futuro senza paura e senza stupidi conformismi. All’alba del terzo millennio esistono dei diritti la cui negazione è difficile da comprendere in una qualsiasi società mediamente civilizzata.

La lotta contro l’omofobia precede inevitabilmente la questione delle unioni di fatto. Davvero è difficile aggiungere qualcosa ai bellissimi articoli di Ivan Scalfarotto e Cristiana Alicata che abbiamo pubblicato tempo fa nel nostro sito, a cui rimando. E’ difficile rimanere indifferenti di fronte a posizioni politiche particolarmente mature, da cui traspare sensibilità e sofferenza.

Dobbiamo dunque avere la capacità di creare luoghi in cui il dibattito possa non essere immediatamente tradotto in scelte amministrative, ma possa essere approfondito con le sensibilità di tutti. Il Partito Democratico è nato per questo, per fondere percorsi laici e cattolici e rispondere alle esigenze che una società moderna deve soddisfare. La battaglia contro l’omofobia ha un percorso lungo, che si esaurirà soltanto con il riconoscimento di pari diritti alle famiglie omosessuali. Io (diversamente da Cristiana) non credo che sia una guerra tra chi è in buona fede e chi no. Anzi, moltissimi in buona fede manifestano grosse titubanze su come procedere in questa materia. Ma è senza dubbio una battaglia tra chi ha smesso di interrogarsi e di capire le ragioni degli altri e chi è disposto a farsi carico di problemi che necessitano soluzioni non rinviabili. Per interrogarsi c’è bisogno di confronto, ed il confronto può riuscire solo in presenza di posizioni diverse. Per questo continuo a pensare che soltanto il Partito Democratico possa essere il luogo in cui si riusciranno ad elaborare posizioni intellettualmente oneste che garantiranno pari diritti a chiunque, senza discriminazioni legate ad orientamenti sessuali o altro. Occorrerà pazienza politica e pervicacia, ma queste sicuramente non ci mancano, e non saranno le titubanze e le forse inevitabili contraddizioni di una classe dirigente troppo anziana ad impedire che qualsiasi famiglia sia considerata una famiglia “normale”.

La mozione del Consiglio Comunale ha rotto il ghiaccio; adesso dobbiamo lavorare per andare oltre i nostri limiti politici. A Siena abbiamo di fronte sfide amministrative e sfide culturali. A ben vedere queste ultime comprendono anche quelle più brutalmente economiche. In definitiva…. “non sapevano che fosse impossibile, e allora l’hanno fatto”.

Il nuovo governo della città

Il nuovo governo della città

9 gli assessori, 4 donne e 5 uomini. Mauro Marzucchi vicesindaco
Ceccuzzi: “La Giunta esprime personalità di alto livello”

Il nuovo sindaco di Siena Franco Ceccuzzi ha presentato questa mattina nella Sala delle Lupe di Palazzo Pubblico la sua squadra di governo, composta da nove assessori, quattro donne e cinque uomini. La prima giunta è stata convocata per venerdì prossimo, il primo Consiglio comunale è stato indetto per il 30 maggio.

”La Giunta esprime personalità di alto livello – ha dichiarato Franco Ceccuzzi -, ho cercato di far leva sull’esperienza e sul rinnovamento, alla ricerca dell’equilibrio ottimale per amministrare una città complessa come la nostra”.

Sui primi passi della sua Giunta, Ceccuzzi ha spiegato alcune delle priorità dei primi cento giorni: ”I primi impegni saranno quelli legati all’occupazione, con la firma del ‘Patto per lo sviluppo locale’, all’apertura di un punto di ascolto al Policlinico Le Scotte e alla definizione del coordinamento interistituzionale sull’Università”.

Questa la nuova Giunta:

Mauro Marzucchi vicesindaco con delega al Bilancio

Alessandro Mugnaioli assessore alle Attività economiche, Turismo, Polizia Municipale, Traffico e sicurezza, Protezione civile, Trasporti e Infrastrutture

Alessandro Cannamela assessore alle Politiche Giovanili, Ambiente e aree verdi, Pace e cooperazione internazionale

Lucia Cresti assessore alla Cultura, Attività internazionali, Siena capitale della cultura, Santa Maria della Scala e Partecipazione

Luciano Cortonesi assessore ai Lavori pubblici

Anna Ferretti assessore alla Sanità e ai Servizi sociali

Silvia Lazzeroni assessore al Personale e all’Istruzione

Paola Rosignoli assessore all’Urbanistica e Pari opportunità

Alessandro Trapassi assessore allo Sport, al Patrimonio e al Decentramento

Siena democratica ed accogliente

Siena democratica ed accogliente

Il 15 e 16 Maggio prossimi si svolgeranno le elezioni amministrative a Siena.
Crediamo che Siena debba continuare ad essere una città democratica ed accogliente e per questo appoggiamo quei candidati caratterizzati da impegno verso il sociale, i diritti, la laicità.

Mi chiamo Manuel Menzocchi ho 36 anni e sono ricercatore a tempo determinato presso il Dipartimento di Fisiologia dell’Università di Siena.
Ho scelto di sostenere Franco Ceccuzzi e di candidarmi al consiglio comunale con il Partito Democratico per fare di Siena la città dei diritti.Votandomi darai sostegno ad un impegno politico ispirato dalla laicità. Essere laico per me significa leggere la realtà senza il fardello dell’ideologia, analizzare i fatti ed impegnarmi nel risolvere i problemi rispettando le esigenze e le identità altre e promuovendo la libertà di coscienza la possibilità di scegliere in base ai propri convincimenti morali.
Laicità è operarsi per costruire una società inclusiva e migliore. Insieme alle donne che chiedono dignità, servizi, lavoro ed il diritto ad una maternità consapevole. Insieme a tutte quelle persone che rivendicano la propria libertà sessuale ed affettiva e la possibilità di esercitarla senza timori di ritorsioni più o meno violente e più o meno istituzionali. Insieme a tutti coloro che difendono orgogliosamente la vita propria ed altrui affermando il diritto alla libertà di cura ed al testamento biologico. Insieme a quelle coppie che scelgono la convivenza e la vorrebbero veder riconosciuta, insieme ai docenti che rivendicano la libertà di insegnamento e la stabilizzazione delle loro condizioni. Insieme a tanti per un percorso di libertà e diritti che parta dalle istituzioni locali.
Sono Giuliana De Angelis ed in occasione delle elezioni amministrative del prossimo 15 maggio sono stata di nuovo candidata a consigliere comunale a sostegno di Franco Ceccuzzi che vorrei, per la nostra città, fosse eletto Sindaco. Negli anni, già altre volte, con spirito di servizio, ho messo a disposizione il mio nome a sostegno di una parte politica che ha a cuore il bene della città.Da tempo, nell’esercizio del volontariato mi sono dedicata all’accoglienza e al sostegno di ogni forma di disagio. Chi mi conosce sa quanto abbia a cuore la mia città e i bisogni dei cittadini in particolare degli anziani, categoria che ormai mi accoglie a pieno diritto.
Un impegno che ho svolto con la mia partecipazione nell’Auges, nell’Associazione “Donna Chiama Donna”, in “Federconsumatori”, ed nell’AUSER.
Un impegno che ho svolto anche nel mio territorio, sono iscritta al Circolo del PD di Sant’Andrea e vivo in questa parte della città dal 1963. Per venti anni la circoscrizione ha avuto tra i suoi compiti anche quello di tutelare gli interessi territoriali. Da oggi la circoscrizione non cʼè più per questo mi metto a disposizione per tutto quello che i cittadini vorranno sapere o chiedere al governo della città e se sarò eletta dedicherò un pomeriggio alla settimana per ricevere le istanze di tutti.

Parola chiave: “Indignazione”

Parola chiave: “Indignazione”

di Giancarlo Pagliai

C’è un’Italia diversa da quella rappresentata dal Presidente del Consiglio e da i suoi mezzi di informazione.

C’è un paese che non è solo il paese di Scilipoti e di Borghezio.

Ci sono giovani che non credono che  partecipare a un reality  sia l’unico modo per vedere realizzati i propri sogni.

Ci sono tanti cittadini  profondamente indignati per tutto quello che sta succedendo intorno a loro.

Siamo indignati nel vedere un Parlamento ingessato a discutere solo e soltanto di quella, che con presunzione viene definita riforma della Giustizia, mascherando miseramente l’unico vero obiettivo, quello di salvare una sola persona dai processi in corso, causando danni irreversibili per tanti altri procedimenti penali, uno per tutti il processo sulla Strage alla stazione di Viareggio.

Quanti sono a conoscenza del pericolo che può arrivare per la nostra democrazia dalla prescrizione breve e dal bavaglio messo alle indagini della magistratura dalla assurda legge sulle intercettazioni?

Ormai Berlusconi è sempre più simile a Cluenzio, spero per il paese, anzi ne sono convinto, che l’avvocato Ghedini non è paragonabile a Marco Tullio Cicerone.

Siamo indignati nel vedere parlamentari che dovrebbero sventolare alta la bandiera dell’onestà e della moralità, far finta di credere, solo per il proprio tornaconto personale, che una giovane ragazza  viene pagata  per non indurla alla prostituzione, e pronti a credere alla ridicola versione che il Premier ha agito nel pieno rispetto delle sue funzioni perché convinto  si trattasse della nipote di Mubarak.

Nemmeno il grande Totò, nonostante la sua brillante fantasia sarebbe arrivato a tanto.

Siamo indignati nell’assistere al comportamento esecrabile di chi, anziché cercare di risolvere i problemi dei giovani, li invita a casa propria per esaudire le proprie maniache ossessioni o racconta loro aneddoti e barzellette che ormai fanno ridere solo lui, Emilio Fede e Lele Mora.

Siamo indignati sentendo ministri della Repubblica che risolverebbero il problema dei clandestini gettandoli in mare o sparando loro prima che approdino sulle nostre coste alimentando paura e violenza, così come sosteneva Don Luigi Ciotti dichiarando testualmente:

-È come se ci sentissimo tutti su una nave in balia delle onde, e sapendo che il numero delle scialuppe è limitato, il rischio di affondare ci fa percepire il nostro prossimo come un concorrente, uno che potrebbe salvarsi al nostro posto. La reazione è allora di scacciare dalla nave quelli considerati “di troppo”, e pazienza se sono quasi sempre i più vulnerabili.-

Ecco, io vorrei risolvere il problema aumentando il numero delle scialuppe e non diminuendo il numero di coloro che ne potrebbero usufruire.

Siamo indignati quando un gruppo di persone, che a mio parere non va frettolosamente derubricato come uno sparuto gruppo  di imbecilli, offende sistematicamente una giocatrice di basket solo perché ha una pelle di colore diverso dalla loro.

Pensate quanto è bello un abbraccio tra persone di etnia e di colore  diversi, è l’emblema dell’accoglienza e della contaminazione culturale, un arricchimento per tutti.

Siamo indignati per l’arroganza di questo governo che, con un atto di inaudito cinismo, ha istituito la Giornata degli Stati vegetativi  il 9 febbraio, cioè nello stesso giorno della ricorrenza della morte di Eluana Englaro, che in quel  tragico stato è stata per ben 6.233 lunghissimi giorni.

6.233 interminabili giorni vissuti con grande dignità dal padre Beppino e dalla Madre Saturna, ai quali va tutta la mia solidarietà e il mio affetto più sincero.

Siamo indignati  di fronte  alle dichiarazioni di un autorevole esponente politico  quando  paragona il Testamento Biologico alla famigerata RUPE TARPEA.

Tutto questo quando al Senato si sta discutendo una proposta di legge sulle volontà anticipate di fine vita presentata dal senatore Calabrò del PDL, nella quale si sostiene che la volontà espressa dal cittadino non è vincolante, dove si sostiene che è determinante  il parere del medico, dove si sostiene che non è possibile interrompere l’alimentazione e l’idratazione, omettendo molto spesso di aggiungere l’aggettivo artificiale, come se non si trattasse di una terapia ma di alimentare un malato in stato vegetativo con del cibo che si compra all’alimentari sotto casa.

Siamo indignati se a un disabile non viene garantito il rispetto, negandogli la possibilità di poter accedere là dove tutte la altre persone possono accedere.

Siamo indignati se una persona viene umiliata, offesa, picchiata solo perché di un orientamento sessuale diverso dal proprio. Perché Cardinale Bagnasco anziché sponsorizzare e sollecitare l’approvazione di una  legge aberrante come è quella presentata dal PDL sul Testamento biologico, non sponsorizza e sollecita l’approvazione di una legge contro l’omofobia, anziché considerare l’omosessualità una malattia degenerativa?  Dove è l’umana pietà che spesso predicate, ma non sempre applicate?

E si vergogni il sottosegretario Giovanardi che vede in un manifesto pubblicitario dell’Ikea un grave attentato alla Costituzione, quella stessa Costituzione che quotidianamente viene oltraggiata e vilipesa da autorevoli esponenti del governo e del suo stesso partito.

Siamo indignati se una donna non può avere le stesse opportunità di un uomo nella vita lavorativa:

- l’Italia, con il suo misero 2% è penultima in Europa, davanti solo al Portogallo per il numero di donne occupate nei CDA delle aziende quotate in Borsa, nonostante ricerche e statistiche dimostrino che le aziende guidate da una donna funzionano e rendono  meglio di quelle guidate da uomini-.

Siamo indignati se una coppia di conviventi che si ama, così come si ama una coppia regolarmente sposata, non può avere i loro stessi diritti, quale è la differenza tra di loro, perché discriminare anche gli affetti?

Oggi quando esco da qui potrei essere una donna, un omosessuale, una persona con la pelle nera, un convivente, un disabile, un malato terminale in stato vegetativo, ebbene in nessuna di queste identità vedrei tutelati i miei diritti più naturali.

Per questo io sono profondamente indignato,  e  VOI??

Giancarlo Pagliai

(Responsabile PD Siena per i Diritti civili)

Commissione diritti del PD. L’intervento di Ivan Scalfarotto

Commissione diritti del PD. L’intervento di Ivan Scalfarotto

Ripubblichiamo l’intervento di Ivan Scalfarotto in Commissione Diritti.

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La costituzione e l’ospite più inquietante

La costituzione e l’ospite più inquietante

Molto spesso viene citata la Costituzione, sempre più spesso però non viene rispettata e onorata, ma addirittura vilipesa :

Art 1 – “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro” (forse è meglio dire dovrebbe)

Art 3 – “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” (o qualcuno è più uguale di altri?)

Art 4 – “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società” (è così? oppure c’è una forte sperequazione a discapito dei giovani per i quali la disoccupazione ha raggiunto il 30%)

Art 11 – “L’Italia ripudia la guerra” (l’alpino Massimo Ranzani è il 37° militare italiano ucciso in Afghanistan)

Art 32 – La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana (è stata rispettata la Costituzione nei casi di Eluana Englaro e Piergiorgio Welby?)

Art 36 – “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (purtroppo sempre più famiglie non arrivano a fine mese)

Art 37 – “ La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore (è così? In particolare, nel settore economico, a titolo di esempio, le donne rappresentano soltanto il 10% dei membri dei consigli di amministrazione delle principali società quotate in borsa e appena il 3% dei dirigenti di tali consigli)

Un famoso filosofo individuava molti anni fa nel nichilismo, e cioè nell’assenza di valori e ideali, quello che lui definiva “l’ospite più inquietante”, oggi purtroppo “l’ospite più inquietante” va ricondotto alla perdita di dignità dovuta alla mancanza di lavoro, sia per chi lo perde che per chi ha difficoltà insormontabili ad entrarci.

Giancarlo Pagliai

Repressione

Repressione

Di Manuel Menzocchi

L’idea che, proprio ieri, il nostro gioioso Ministro del Welfare abbia rabbiosamente tuonato REPRESSIONE ci induce ad una serie di considerazioni che portano in primo piano anche questioni di politica locale.

Ma andiamo per ordine. Ci sono delle giornate particolari, sono quelle che per la loro intensità estendono la propria durata ed incarnano, manifestandoli, tanto lo spirito, quanto le contraddizioni di un intero periodo; sono momenti in cui le immagini e gli eventi perdono il freddo incedere della cronaca per far emergere riflessioni più profonde e normalmente trascurate. La giornata di ieri può essere, a pieno titolo, considerata una di queste ed adesso, prescindendo la puntuale presentazione degli eventi, ci apprestiamo a ricercare nessi, legami, collegamenti che costituiscono la polpa della conoscenza.

Partiamo da qualche immagine e dalla già citata parola REPRESSIONE: le conversioni inaspettate al rifiuto della sfiducia, il tabellone con i risultati della votazione, la tarantella della Mussolini e fuori studenti, aquilani, operai, precari, donne e uomini che sfilano, poi Roma e i bastoni, le auto che bruciano, i manganelli, una pistola. AMAREZZA, è questo il primo sentimento, ma è intimo e deve essere superato, anche se ricompreso nell’analisi.

Se da una parte ieri è andata in scena l’estrema e grottesca resistenza di un governo che, con l’esperta arte dell’illusionismo, ha costantemente ignorato e deformato le questioni sociali che la crisi ha prodotto o esacerbato, un governo che ha ingessato e plasmato il paese agli interessi ed alle beghe del CAPO, che ha anestetizzato e incanalato una disorientata opposizione sui suoi strumenti, sul suo linguaggio, sulla sua esistenza. Dall’altra abbiamo visto e vissuto un’Italia meno pasciuta e più disperata, il suo dolore e la sua protesta, accompagnata dall’esplodere della violenza dei volti coperti e dei bastoni branditi di alcuni gruppi di persone.

Ormai da qualche anno le richieste di giustizia, trasformazione, aiuto, disperazione di alcuni settori della società italiana trovano come possibili risposte da parte del Governo: politiche che accentuano le disuguaglianze; chiusura fatta di accuse di disfattismo, pessimismo, conservatorismo o ottusità (come è successo agli studenti che hanno inutilmente e reiteratamente richiesto un incontro con Ministro dell’Istruzione); splendidi sorrisi e promesse pronunciate con tono caldo e rassicurante dando il proprio lato migliore alle telecamere, salvo poi essere puntualmente disattese nel mondo vero che, come si sa, non è poi così importante.

Il PD, dal canto suo, qualcosa fa, ma timidamente: incontra, sostiene, scrive, ma manca del coraggio di promuovere un progetto  alternativo, realistico, deciso, complessivo che tenti di affrontare la fitta e complessa società contemporanea ascoltando prima di tutto i deboli, quelli che nella superficiale e cinica Italia berlusconiana trovano posto solo come oggetti della magnanima carità del capo. Pensiamo ad Ed Miliband che ha affermato la necessità di costruire un complessivo progetto di governo già nei suoi primi momenti da leader dei laburisti inglesi all’opposizione e facciamo nostro l’impegno di trasformare tensioni e depressioni in speranza, in progetto condiviso, partecipato, raccontato, se non nel luccicante mondo della televisione, nei mille ambienti della realtà.

Avevamo iniziato con il Ministro del Welfare che dissennatamente invoca la REPRESSIONE ed adesso capiamo che, una sottile e pervasiva repressione è già in atto e si concretizza in quel rapporto di forza perpetuo che ci invita ad ignorare pubblicamente le reali questioni sociali in campo, le proposte di chi sopravvive nella realtà, le richieste di trasformazione che provengono da precisi settori sociali e ci spinge privatamente nella logica del farci i fatti nostri di cui il Presidente del Consiglio appare un fulgido campione.

Individui invisibili e mansueti o singoli devianti, questo nella logica della repressione devono diventare i precari a vita, gli aquilani che hanno visto uccisa due volte la loro città, gli operai che perdono diritti e lavoro, i giovani, le donne e gli uomini disoccupati, gli studenti medi e quelli universitari che difendono l’istruzione pubblica, i ricercatori che sono la fonte dell’innovazione nel paese, i campani che continuano ad essere sommersi dalla spazzatura, i disabili che vedono eroso il loro diritto allo studio ed all’integrazione, gli immigrati e i poveri, nuovi o vecchi che siano.

Allora proprio partendo dalla realtà locale, dalla quotidianità più vicina dobbiamo opporci alla repressione attraverso politiche attente che mirino alla partecipazione come fondamento di un programma amministrativo orientato al miglioramento della città. Contro l’anestesia mediatica dobbiamo sentire che ci interessa il generale miglioramento della qualità della vita, lo stato di noi stessi e del nostro prossimo, i progetti di trasformazione delle nostre istituzioni o della nostra città, certo, è faticoso, ma ci interessa, nella convinzione che i grandi miglioramenti si conquistano insieme.

Ed ancora, contro la repressione, potremmo cominciare ad informarci e ad incontrare gli studenti denunciati a Siena nei giorni scorsi per occupazione o blocco del traffico e cercare di creare un terreno di comunicazione che ci aiuti a capire la loro distanza dai partiti; potremmo intervenire come amministrazione, come partito o come singoli per risolvere il problema di quelle famiglie che vivono nelle roulottes, anche a Siena; potremmo accompagnare il percorso della Consulta dell’handicap nella sua battaglia per il diritto all’Integrazione, fino alla Corte Europea se necessario; potremmo tenere vivo quello spirito di attenzione e partecipazione che la città già in passato ha mostrato, ad esempio contro la pena di morte, per dare il nostro particolare contributo ad una politica migliore.

Foto: Rai News