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Il Diritto alla Felicità

Il Diritto alla Felicità

Di Luigi Dallai.

I doveri sono sanciti dal costume e dalle leggi, e a ben vedere imporrebbero comportamenti in larghissima misura rispettosi dei diritti. E infatti il rispetto dei diritti che un paese civile deve imporsi deriva in buona parte dalla capacità della società di comprendere le esigenze di tutte le sue componenti, e della classe dirigente di legiferare in accordo con questi sentimenti.

Ho sempre pensato che per rivendicare i propri diritti si dovesse prima assolvere ai propri doveri.

Come un riflesso condizionato ho cercato di mettere in pratica questo binomio, senza capire che le due cose non sono necessariamente dipendenti, anzi molto spesso non lo sono affatto. Esistono diritti da riconoscere a prescindere dai doveri assolti. Per dirla con estrema semplicità: i diritti sono diritti, i doveri sono doveri. In alternativa sarebbe lecito praticare la tortura a prigionieri autori di misfatti, accettare la pena di morte, praticare la legge del taglione.

Esistono diritti che faticano ad essere riconosciuti a causa di ragioni di stato o motivazioni politico-strategiche (vedi autodeterminazione dei popoli), oppure a causa dell’arretratezza culturale  di molte società (la questione femminile su tutte ed i misfatti commessi come conseguenza di questa).

Non esiste una scala dei diritti; essi sono per loro natura non negoziabili. Varia piuttosto il potere contrattuale di chi li rivendica. Procedendo per via anagrafica, mi viene in mente, il diritto di suolo, per cui un bambino che nasce in uno stato è automaticamente cittadino di quello stato. Chi pensa che Siena e le sue tradizioni tradiscano uno spirito conservatore potrebbe forse ricredersi guardando bambini di qualsiasi nazionalità giocare insieme e spesso diventare contradaioli a pieno titolo. Le persone passano, oppure cambiano provenienza, accenti, colori, le tradizioni (e le istituzioni) no.

Il diritto dei bambini all’istruzione e al gioco dovrebbe essere  meno declamato e più praticato. In molte realtà del nostro Paese sono soltanto gli insegnanti a renderlo effettivo, perché famiglie disagiate o culturalmente arretrate, e istituzioni assenti o disinteressate rendono questo principio molto teorico e poco pratico. Sia il diritto di suolo che quello al gioco e all’istruzione sono diritti del bambino alla propria felicità e alla possibilità di vivere compiutamente la propria condizione. Tuttavia i bambini sono soggetti deboli, e la loro capacità di contrattazione non è in molti casi sufficiente a rendere esigibili questi diritti.

Soggetti storicamente deboli sono state le donne; abbiamo visto di recente mettersi in marcia un movimento nuovo, volto a ridefinire modi, spazi, tempi, di una società strutturata secondo sensibilità e concetti tipicamente maschili. E’ un movimento composito, che inevitabilmente ha facce diverse al proprio interno. Come molti aspetti della politica attuale, ha un approdo finale indefinito, ma certo ha messo in circolo molte energie e molta intelligenza.

Anche i movimenti omosessuali sono in marcia da tempo. L’approvazione da parte del Consiglio Comunale della mozione che impegna Giunta e Consiglio alla lotta all’omofobia e alla trans-fobia segna un punto importante per la nostra città e per la definizione delle priorità politiche di questa terra. Su tutte, il diritto di cittadinanza per chi vive nella nostra comunità, senza preclusioni, razzismo e discriminazioni. Questa è la missione di chi è stato investito del compito di amministrarci, ed è il dovere morale di chi vuole che la nostra città si apra al futuro senza paura e senza stupidi conformismi. All’alba del terzo millennio esistono dei diritti la cui negazione è difficile da comprendere in una qualsiasi società mediamente civilizzata.

La lotta contro l’omofobia precede inevitabilmente la questione delle unioni di fatto. Davvero è difficile aggiungere qualcosa ai bellissimi articoli di Ivan Scalfarotto e Cristiana Alicata che abbiamo pubblicato tempo fa nel nostro sito, a cui rimando. E’ difficile rimanere indifferenti di fronte a posizioni politiche particolarmente mature, da cui traspare sensibilità e sofferenza.

Dobbiamo dunque avere la capacità di creare luoghi in cui il dibattito possa non essere immediatamente tradotto in scelte amministrative, ma possa essere approfondito con le sensibilità di tutti. Il Partito Democratico è nato per questo, per fondere percorsi laici e cattolici e rispondere alle esigenze che una società moderna deve soddisfare. La battaglia contro l’omofobia ha un percorso lungo, che si esaurirà soltanto con il riconoscimento di pari diritti alle famiglie omosessuali. Io (diversamente da Cristiana) non credo che sia una guerra tra chi è in buona fede e chi no. Anzi, moltissimi in buona fede manifestano grosse titubanze su come procedere in questa materia. Ma è senza dubbio una battaglia tra chi ha smesso di interrogarsi e di capire le ragioni degli altri e chi è disposto a farsi carico di problemi che necessitano soluzioni non rinviabili. Per interrogarsi c’è bisogno di confronto, ed il confronto può riuscire solo in presenza di posizioni diverse. Per questo continuo a pensare che soltanto il Partito Democratico possa essere il luogo in cui si riusciranno ad elaborare posizioni intellettualmente oneste che garantiranno pari diritti a chiunque, senza discriminazioni legate ad orientamenti sessuali o altro. Occorrerà pazienza politica e pervicacia, ma queste sicuramente non ci mancano, e non saranno le titubanze e le forse inevitabili contraddizioni di una classe dirigente troppo anziana ad impedire che qualsiasi famiglia sia considerata una famiglia “normale”.

La mozione del Consiglio Comunale ha rotto il ghiaccio; adesso dobbiamo lavorare per andare oltre i nostri limiti politici. A Siena abbiamo di fronte sfide amministrative e sfide culturali. A ben vedere queste ultime comprendono anche quelle più brutalmente economiche. In definitiva…. “non sapevano che fosse impossibile, e allora l’hanno fatto”.

Dare e Avere

Dare e Avere

di Luigi Dallai

Il ritornello dello scettico è lo stesso da anni: “Ti ammiro per l’impegno, ma non riuscirai a cambiare niente”. Dunque perché impegnarsi? Perché fare politica in un partito che in molti vorrebbero votare, in moltissimi sentono come il partito appropriato per rispondere alle sfide del presente, ma che sembra non riuscire a decollare? La risposta è semplice e sta esattamente nel credito ognuno dà all’attività politica. Se è ancora interessante dedicare tempo ed energie per cercare di cambiare le cose, ecco che lo si fa. Se al contrario si ritiene che le cose non siano modificabili e dunque non ci sia gusto a provarci, si fa altro. Mi domando quanti elettori del centrosinistra, in questi giorni a Milano, magari dopo anni di amarezza e disillusione, possano davvero essere tentati dal disimpegno. La sensazione è che siano pochi, e che davvero un uomo perbene come Pisapia, dopo aver ricreato armonia in un centrosinistra poco avvezzo alla discussioni politiche, possa smuovere il primo sassolino della valanga che travolgerà il berlusconismo. A Milano assistiamo alla lotta di Davide contro Golia, e con essa al confronto di due stili politici molto diversi. Sarebbe un bel segnale per l’Italia se vincessero la sobrietà e l’impegno al posto della ricchezza e delle promesse di appalti. Riporto dal sito di Giuliano Pisapia: “La cultura stimola la formazione di un pensiero critico autonomo nei cittadini, combatte l’assuefazione ai luoghi comuni, mette in movimento idee e pensieri.  Come l’ossigeno è indispensabile al cuore perché crea occasioni di felicità condivise, realizza un senso di appartenenza ad una comunità, indipendentemente da condizionamenti sociali o etnici, abitua al confronto e al dialogo”.

Noi che candidiamo Siena ad essere Capitale della Cultura del prossimo futuro dobbiamo assumere queste parole come impegno per il presente, perché le occasioni per una crescita economica della nostra città passano inevitabilmente dalla crescita sociale, e quindi culturale, dei singoli cittadini.

A Siena, nella civilissima Siena, anche se mascherato dall’attivismo pre-elettorale, permane un diffuso sentimento di distacco dalla partecipazione politica. Sembra incredibile che in una città dove l’associazionismo, le forme di aggregazione, la vicinanza cittadino-politica sono particolarmente pronunciate, il confronto politico rischi di essere poco percepito dalla maggioranza dei cittadini. Il PD ha cercato di mettere in campo i suoi uomini migliori. Franco Ceccuzzi è il candidato a Sindaco, e forse l’unico che poteva accettare una sfida così impegnativa. Non tanto per il valore degli avversari, purtroppo modesto nel progetto e nelle forme di aggregazione politica; quanto per le difficoltà che si troverà ad affrontare nella gestione del Comune una volta sperabilmente eletto. Dipenderà da lui il livello di progettualità che questa campagna elettorale saprà esprimere. La figura del nostro candidato sindaco ha sorpreso chi non lo conosceva, ed è cresciuta nel rapporto con i cittadini e con i bisogni della città. A suo sostegno le liste della coalizione, ma soprattutto la lista del PD, che davvero sembra competitiva. Dipenderà dal successo del PD la stabilità del Consiglio Comunale, e anche dal tasso di responsabilità che ogni candidato consigliere saprà esprimere nel corso della campagna elettorale, e anche dopo. E dunque dipenderà da ognuno di noi, che abbiamo deciso di impegnarci in questa difficile competizione. Poi, sarà compito del partito cittadino far sì che il gruppo consiliare traduca in atti amministrativi ciò che verrà elaborato e proposta a livello politico. Ovvero che il partito e il gruppo consiliare svolgano ruoli diversi ma complementari.

Il programma di Franco Ceccuzzi è quello di chi ha voluto calarsi nel ventre della città, di coglierne gli aspetti meno evidenti, che costituiscono l’anima di Siena: non solo gli argomenti da prima pagina, che pure ci sono e marcano una discontinuità con il recente passato, ma anche quella rete di attività sociali, culturali, economiche che si intrecciano ed il cui deteriorarsi ha contribuito alla mutazione di settori importanti della città, nel centro storico come nei quartieri esterni alle mura. Per dirla con una battuta, fare politica a livello amministrativo è più complesso che additare qualche comunità straniera come responsabile dell’impoverimento culturale e commerciale di Siena. I temi delle Amministrative si assomigliano in ogni città perché simili sono i problemi delle società moderne. Cambiano profondamente il livello da cui si parte per risolverli e la qualità degli amministratori. Pur con dei limiti oggettivi, negli anni passati a Siena è stato fatto molto per mantenere la città ad un alto grado di vivibilità. Adesso dobbiamo pensare alla Siena dei prossimi venti anni, e in primo luogo dobbiamo porci il problema di dove collocare la nostra città non solo in termini di bellezza e di vivibilità secondo i parametri del benessere e della qualità della vita definiti da altri. Dobbiamo infatti capire se i parametri che ci collocano ai vertici della vivibilità su scala nazionale tendano inevitabilmente a soddisfare  i bisogni presenti di fasce limitate (e privilegiate) della città. Dobbiamo cioè fare attenzione a non cadere in un ragionamento circolare secondo cui a Siena si deve produrre, culturalmente, socialmente, e dunque economicamente, soltanto quello che riusciamo ad immaginare per noi stessi. Il pericolo è quello di rimanere fiduciosi ed orgogliosi di ciò che siamo stati, ma inevitabilmente miopi di fronte ad un progresso che non riusciamo ad identificare nei suoi contorni. Nei prossimi decenni Siena sarà ciò che saremo capaci di pensare e di essere noi stessi in primo luogo. E dunque sarà quello che impareremo dalle risorse umane che riusciremo ad attrarre nel nostro territorio. Lo sforzo di Siena dovrà essere quello di una grande apertura culturale e tecnologica e al tempo stesso di una grande attenzione alla sua bellezza ed al suo ambiente. E per fare ciò è necessario rompere le rendite di posizione che favoriscono l’esatto opposto dei nostri bisogni: il consumo di territorio e l’omologazione culturale. Interroghiamoci su quale potrà essere il modello per i giovani senesi nei prossimi decenni, e a quali domande tale modello dovrà rispondere. Ognuno di noi avrà una propria risposta a questa domanda, ma ogni risposta dovrà tenere in considerazione la possibilità che i senesi possano giocare un ruolo in Italia e in Europa e non debbano rinchiudersi dentro una città che non hanno costruito loro. In definitiva, è solo un questione di valutare quanto ognuno di noi e di coloro che saremo chiamati a votare abbia dato e quanto preso da questa meravigliosa città.

*Foto Edgar Barany

Una giornata di neve sulla politica

Una giornata di neve sulla politica

Di Luigi Dallai

Le previsioni davano neve e puntualmente la neve è arrivata determinando la giornata campale di un sistema di trasporti ormai al collasso. Le strade toscane, quelle su cui l’ANAS vuole mettere il pedaggio, chiuse per impraticabilità.

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Una mattina di buona politica con Ceccuzzi e Civati

Una mattina di buona politica con Ceccuzzi e Civati

Domenica 12 dicembre, il giorno successivo alla manifestazione del PD a Roma, si è tenuto presso il circolo Arci del Ruffolo l’incontro dal titolo “la politica come servizio civico”.

La questione di fondo affrontata nel dibattito coordinato da Francesco Carnesecchi è stata il rapporto tra politica e cittadini, rapporto che tocca alcuni dei temi più discussi nel nostro paese, come il ricambio della classe dirigente, la partecipazione dei cittadini nella scelte pubbliche, il rapporto tra eletti ed elettori.

Il primo intervento è stato di Pippo Civati, che partendo dalla propria esperienza di blogger ha affrontato la questione dei nuovi media e della comunicazione del PD con uno sguardo ironico e un po’ disincantato. Non sono mancate le critiche ad un partito che non è capace di coinvolgere un elettorato stanco che preferisce l’astensione o è tentato dall’offerte protestataria di un Beppe Grillo.

A seguire l’intervento di Franco Ceccuzzi, incentrato sul rapporto tra parlamentari e cittadini e che ha toccato anche una delle questioni più discusse in questi giorni: in frequenti cambi di casacca dei parlamentari nelle democrazie moderne non esiste un vincolo di mandato, ma devono comunque esserci dei meccanismi di scrutinio degli eletti da parte degli elettori. Quello del rapporto eletti elettori è ancora più problematico nei partiti a guida personalistica e caratterizzati da una bassa democrazia interna come l’IdV e la Lega, ha spiegato Ceccuzzi.

I partiti politici devono essere capaci di coinvolgere i territori e gli amministratori in un dialogo continuo, ma la politica non può separarsi dalle proposte concrete, punto su cui ha insistito Niccolò Guicciardini, che richiamandosi al discorso di Bersani a Roma ha messo sul tavolo alcune delle idee del PD sul nostro paese.

Un dei temi più attuali è il rapporto tra cittadini e ambiente, anche alla luce delle nuove forme di partecipazione e protesta, quali i comitati di territorio. Su questo argomento è intervenuto Luigi Dallai affrontando questioni di livello nazionale e locale, quali ad esempio la nascita del movimento che ha raccolto le firme per una legge che regolamenti la gestione delle reti idriche, oppure la nascita di comitati locali, quali ad esempio quello contro l’ampliamento dell’aeroporto di Ampugnano. Entrambi i casi sono stati caratterizzati dall’insufficiente capacità delle istituzioni e dei partiti politici nel coinvolgere i cittadini, determinando il radicalizzarsi di posizioni almeno in parte conciliabili.

Oggi nelle città l’elettorato è più maturo e distaccato, la sfida che si pone di fronte ai partiti è dunque nuova e più difficile, un temo su cui è intervenuto il vice segretario cittadino Alessandro Trapassi.

Naturalmente non sono mancati gli interventi dal pubblico e alcune riflessioni sul momento politico nazionale e sulle scelte del PD. Civati ha insistito sulla necessità di elezioni primarie per definire i rappresentanti del nostro partito a livello parlamentare e amministrativo; Ceccuzzi ha spiegato che allo statuto di un partito si può derogare sulla base di una discussione politica condivisa, ma che le modalità dell’azione politica devono rispondere a quelle di un servizio civico ed essere svolte all’interno di un quadro di valori ben definito.

La mattinata di politica si è conclusa con un pranzo preparato dai militanti del circolo del Ruffolo coordinati da Romolo Lenzi, a cui va tutta la nostra gratitudine. Pippo Civati si è intrattenuto con i cuochi ed ha avuto modo di apprezzare il calore del nostro circolo. La discussione politica si è protratta anche in cucina, segno che la buona politica si sostanzia di rapporti umani oltrechè di incontri formali.

La politica come servizio civico

La politica come servizio civico

Vogliamo continuare a parlare di buona politica nella nostra città. Per questo abbiano organizzato un incontro:

Domenica 12 dicembre alle ore 11 presso il Circolo Arci del Ruffolo

Per discutere di amministrazione, valori, lavoro , conoscenza, ambiente con:

Giuseppe CIVATI, Franco CECCUZZI, Niccolò GUICCIARDINI, Luigi DALLAI, Alessandro MUGNAIOLI. Coordina Francesco CARNESECCHI.

Scarica l’invito qui_

- *Foto Edgar Barany

Prossima Fermata: Italia

Prossima Fermata: Italia

Passano gli anni ma i problemi del nostro Paese sono sempre lì.

Andremo a Firenze, alla tre giorni di “Prossima fermata: Italia” con la curiosità e la voglia di discutere di chi crede davvero nel cambiamento. Pensiamo che il Partito Democratico debba essere prima di tutto lo strumento per garantire una nuova guida del paese e vediamo oggi di nuovo vicina l’occasione per restituire agli italiani l’occasione per credere nella politica e nel cambiamento.

Qui abbiamo raccolto alcuni interventi di democratici senesi che affrontano, anche in maniera critica, la tre gironi fiorentina.

Da “rottamatori” a “ricompattatori”

Da “rottamatori” a “ricompattatori”

di Luigi Dallai

Si avvicina la tre-giorni fiorentina, alla quale andremo come gruppo di appartenenti ad un’area politica del PD (l’Area Marino, per l’appunto) per ascoltare le posizioni di Renzi e Civati, e per dire la nostra su come pensiamo si debba uscire da questa assemblea. Essa cade in un momento di notevole confusione politica. La crisi evidente del PdL non si traduce ancora in crisi di governo, ma avvelena l’aria aggiungendo questioni di etica pubblica a problemi politici in un momento di grave crisi economica e sociale del nostro paese.

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Ripensare i modelli di sviluppo.

Ripensare i modelli di sviluppo.

Qualche risposta al dibattito sull’aeroporto.

Ringrazio coloro che hanno voluto  leggere e commentare il pezzo su Ampugnano che trovate qui. Il brano, è stato scritto a più riprese partendo da tempi in cui la discussione sull’ampliamento dell’aeroporto era più aspra (e allora non c’erano spazi per una riflessione complessiva) ed è stato successivamente aggiornato e integrato con il contributo degli amici dell’area Marino. Questo documento è stato portato infine all’attenzione della dirigenza del PD  che ne ha fatto oggetto di riflessione.

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La scuola di un paese per vecchi

La scuola di un paese per vecchi

Dopo tanto parlare e discutere di riordino della scuola fra addetti ai lavori, la presunta riforma è arrivata e le più nere previsioni si stanno avverando. La scuola effettivamente cambia, nel senso che peggiora e la precarietà, da condizione di molti docenti, diventa sentimento diffuso in tutti quelli che vi hanno a che fare. Insomma non si “riforma” un bel nulla, e sì che ce ne sarebbe davvero bisogno. Ci si limita a ridurre l’impegno dello Stato nella scuola, quella pubblica, ovvero si taglia il personale; non i peggiori, ma gli ultimi arrivati (secondo rigidi criteri burocratici), e si eliminano le risorse a disposizione delle scuole, non solo per l’innovazione ma anche per il semplice funzionamento.
La novità di questi giorni è che famiglie e studenti stanno realizzando che le spese della presunta riforma-Gelmini sono anche a loro carico, non solo del personale precario della scuola tanto inviso alla ministra. Perché per ridurre il numero dei docenti bisogna aumentare il numero degli studenti per classe, fino a non saper più dove metterli (la Legge ha ispirato la costruzione di aule per ospitare massimo 25 studenti). Mentre ridurre i bidelli significa avere scuole meno “aperte” e minori attività extra scolastiche, così come ridurre il personale tecnico significa meno attività pratiche e di laboratorio. E ridurre i fondi significa obbligare le scuole a chiedere maggiori contributi “volontari” alle famiglie. Così mentre in tutto il mondo si riflette su come personalizzare l’apprendimento scolastico per andare incontro a molteplicità e complessità che caratterizzano gli studenti e i processi educativi, da noi si aumenta vertiginosamente il numero degli studenti per classe, si allontanano i docenti più giovani e spesso più motivati dalle aule, si riducono le compresenze e gli insegnanti di “sostegno” e gli investimenti in tecnologie educative, e si sostituisce l’idea di apprendimento diffuso attraverso l’uso distribuito delle tecnologie in classe (dopo il docente-presentatore delle Lavagne Interattive Multimediali, forse l’insegnamento delegato al mezzo televisivo?).
Si tratta nel complesso di una ricetta stupidamente familista, sottrarre risorse collettive e rimandare al “ghé pensi mi” dei parenti per le risposte individuali. I bisogni degli alunni sono in realtà sempre più ampi e complessi e le famiglie, in assenza di un moderno sistema di welfare, assegnano alla scuola una funzione e una responsabilità impropria, diciamo “terapeutica”, chiedendo aiuto e supporto nella cura ed educazione dei figli, anche al di là delle questioni legate strettamente all’istruzione e alla formazione.
Tutto ciò è coerente con un’idea nostalgica e semplicistica di una scuola del passato (la retorica del maestro unico) che stride con la realtà quotidiana: classi con studenti di ogni parte del mondo, nativi “digitali” capaci di accedere ma non di selezionare e scegliere fra enormi quantità di informazioni, spesso affetti da disturbi di attenzione e apprendimento, sempre più difficili da motivare da parte di una scuola identica a se stessa da oltre 50 anni.
Da questo nasce il senso di disorientamento e precarietà che pervade il mondo della scuola, di fronte a risposte illogiche e paradossali alle domande della società.
Il ruolo dei partiti politici di opposizione è quello di rendere quest’operazione chiara a tutto l’elettorato, dato che buona parte di questo ha sostenuto e sostiene l’attuale maggioranza di governo. E sì che i figli a scuola ce li manderà anche chi ha votato Berlusconi…Come PD stiamo cercando di offrire agli insegnanti una sponda politica e parlamentare. Speriamo di riuscire a farlo compiutamente. Noi ce la stiamo mettendo tutta.
La cosa più grave è che dalle politiche scolastiche si capisce come l’attuale governo non abbia nessuna idea di futuro per questo Paese. Per questo non investe nella scuola, nella formazione e nella ricerca, fregandosene altamente dello smarrimento delle generazioni più giovani di fronte a un quadro di differenziali intergenerazionali, territoriali, socio-culturali che rendono l’Italia un paese “vecchio e per vecchi”.


* Foto Margaret Bourke-White. Classe di bambini rifugiati in una scuola provvisioria a Cinecittà, Roma 1944. Fonte Archivio Life.

Previsioni Meteo

Previsioni Meteo

L’atmosfera dentro il PD senese è serena, frutto senza dubbio della bella Festa in Fortezza e dell’impegno dei volontari, così come del paziente lavoro politico che Elisa Meloni ha svolto da Giugno ad oggi. Non era scontato e non era facile, ma così come nel PD abbiamo criticato le lacune politiche del passato, dobbiamo onestamente riconoscere al segretario/a la capacità di tenere insieme il partito, le sue anime e le diversificate aspirazioni. Un partito correntizio non trasmette grande fascino ai propri iscritti. Se però le sensibilità diverse competono sul terreno dell’elaborazione politica, allora sono un ricchezza. Noi cercheremo di “strattonare” il PD sui temi che per noi rivestono un ruolo fondamentale per un partito che abbia l’aspirazione a modificare le condizioni sociali e dare spazio a chi non gode di rendite di posizione. Un partito che guardi al futuro, insomma, senza buttare ciò che di buono ha elaborato finora, ma consapevole che lo scenario nazionale (e anche locale) è profondamente mutato.

Se dunque il cielo sopra il PD senese volge al sereno, non  altrettanto può dirsi del PD nazionale, dove i dirigenti sembrano tuttora presi da manie di protagonismo che ormai, più che disorientare l’elettorato, lo infastidiscono fino a deprimerlo. Abbiamo più volte detto che occorre una nuova classe politica capace di interpretare i mutamenti avvenuti nella società e nel mondo del lavoro. Quello che sta accadendo con il mutamento delle relazioni industriali in Italia, impone una riflessione su come si esce dal pantano di una competizione al ribasso salariale a vantaggio di una delocalizzazione verso Est. Occorre capire come i mutamenti climatici influenzeranno i flussi dell’immigrazione e la distribuzione del cibo, e sarà necessario capire rapidamente quali tipologie  di infrastrutture dovremo privilegiare in previsione del progressivo mutare delle fonti energetiche, dei bisogni di trasporto, dello sviluppo abitativo. In campo sanitario occorrerà aumentare la qualità dei servizi diminuendo i costi collettivi, e quindi sarà importante privilegiare la prevenzione delle malattie che incidono su una società opulenta. Dovremo probabilmente mettere mano ad una nuova legislazione in tema alimentare, in modo da incoraggiare la qualità dei prodotti e al tempo stesso la sostenibilità alimentare delle produzioni ed il corretto uso di queste. E dovremo davvero promuovere l’istruzione e la conoscenza, perché questo è l’unico investimento su cui avremo sempre un ritorno economico e sociale.

Ecco, io non credo che la nostra classe politica nel suo complesso, non solo quella del PD, sia capace di promuovere queste riforme. Semplicemente non le sente urgenti, forse non le capisce o semplicemente non ne vede alcun ritorno. Evidentemente ci saranno singoli che potranno ben rappresentare le esigenze sopracitate, ma dubito che questi saranno i dirigenti attuali, a cui più o meno tutti siamo affezionati (forse perché ci ricordano la nostra infanzia e già li vedevamo in TV).

Ancora una volta la politica della Regione Toscana ci viene in aiuto, e risulta sempre più evidente la vicinanza di un presidente come Enrico Rossi alle esigenze del cittadino comune. Forse perché, molto semplicemente, anche lui è un cittadino comune, nato da una famiglia semplice e abituato a fare le cose normalmente.

Il PD deve essere il partito delle persone normali, che si stimano per i propri comportamenti, e in cui ci sia gusto ad essere “leali ma non conformisti”. Su questo, dobbiamo ancora lavorare, e se non è tardi, forse a Siena abbiamo imboccato la strada giusta. Si sa che un partito unito è la condizione prioritaria per affrontare le prossime campagne elettorali, ed è abbastanza certo che dovremo affrontarne sia di amministrative (previste) che di politiche (incombenti). Ma certo non basta per vincere le elezioni se il messaggio che trasmette all’esterno non è credibile o almeno un po’ convincente. La “svolta” di Bersani, da noi tanto invocata, forse è arrivata, con il suo richiamo al progetto Ulivo. Ci piace leggere questa svolta, come un richiamo allo “spirito dell’Ulivo” che permise ai partiti del 1996 di farsi portatori delle aspettative del proprio elettorato, ma molto di più, di farsi promotori di un senso comune di cittadinanza in uno stato sull’orlo del collasso. L’Ulivo guidato da Romani Prodi vedeva l’alleanza del Partito Democratico della Sinistra, del Partito Popolare, dei Verdi, Rinnovamento Italiano e l’accordo di desistenza con Rifondazione. Adesso il panorama politico è un po’ diverso: la pattuglia dei Diniani è alleata di Berlusconi, ed i Radicali, allora in qualche caso alleati con il centro-destra, hanno molto influenzato l’elaborazione del PD su temi importanti e sono nostri alleati leali. A Berlusconi hanno regalato Capezzone, brillante quanto disinvolto dal cambiare casacca in tempo reale. Allora il CCD, come adesso l’UDC esprimeva senza difficoltà posizioni tipicamente conservatrici (ovviamente a vantaggio di chi già gode di molti benefici). Casini e la sua pattuglia, così spregiudicati in Parlamento sono invece immobili nella società, ed esprimono visioni culturalmente analoghe a quelle del PDL, difficili quindi da coniugare con un’alleanza che vuole modificare questa società. Al di là della comunanza dei ruoli dei dirigenti politici nazionali, davvero non si capisce in cosa della nostra società potrebbe concretizzarsi un’azione di governo con l’UDC. Ne si capisce dove siano le ragioni di un terzo polo che abbia per protagonisti chi fino a qualche giorno o mese fa ha condiviso tutte le scelte di Berlusconi sui diritte, la giustizia, il lavoro.

Un questione questa della terzietà che si riproporrebbe anche in chiave locale se dovesse concretizzarsi un accordo con una forza che poco ha condiviso con la storia del centro sinistra e che e che incoraggerebbe l’IdV, nella campagna elettorale contro il PD.

Luigi Dallai

*Foto: Archivio Life