Verso una improbabile riforma elettorale
Nell’ultimo scorcio di agosto tre protagonisti della recente storia del centro sinistra italiano hanno scritto al Corriere della Sera e a La Repubblica portando le proprie preoccupazioni e proponendo alcune soluzioni alla crisi politica che caratterizza da mesi, o da anni, il nostro paese.
Tralasciando le critiche che da più parti sono venute rispetto all’opportunità ed alla forma degli interventi, le lettere di Veltroni (link), Bersani (link) e Rutelli (link) sono comunque dei validi tentativi di analisi e di proposta. Il terreno di confronto per tutte e tre sembra essere il sistema politico italiano, in particolare il sistema dei partiti ed il rapporto di questo con la legge elettorale.
Cominciando in ordine strettamente cronologico, Veltroni nella seconda parte della sua lunga lettera al Corriere porta avanti una strenua difesa del bipolarismo caratterizzato da “schieramenti fondati sulla comunanza dei valori e dei progetti”, un sistema rispetto a cui Berlusconi è stato “un limite drammatico”.
Bersani propone invece uno schema più complesso dove il bipolarismo e l’alternanza sono l’approdo finale di un processo politico, meta che però prevede prima una fase costituente in cui oltre alle forze progressiste tutte le “forze contrarie al berlusconismo” possano convergere in una alleanza capace di riformare le istituzioni democratiche, cominciando dalla legge elettorale. Insomma secondo il segretario del Partito Democratico, poiché il superamento del berlusconismo non è possibile attraverso una “semplice alternanza di governo” è necessario il superamento almeno temporaneo del bipolarismo stesso.
Francesco Rutelli attraverso un semplice elenco puntato illustra quali saranno gli scenari futuri del paese. Anche se non è chiaro dove sia il nesso logico nei quattro punti illustrati propone una visione dell’Italia nuova e imputa proprio nel bipolarismo la principale causa dell’attuale crisi politica, concludendo con quello che sembra essere un auspicio piuttosto che una osservazione basata sui fatti: “un nuovo Polo politico nascerà. Nascerà su un coraggioso programma di governo”.
Il terreno di confronto è dunque ancora una volta il sistema dei partiti ed il suo rapporto con la società. Sebbene nelle scienze sociali parlare di leggi richieda una certa cautela, leggi intese come proposizioni derivanti da un sistema di assiomi e sottoposte ad una sistematica verifica empirica, esiste comunque un importante bagaglio di conoscenza accumulata sul rapporto tra istituzioni e sistemi politici.
Parlando di sistemi elettorali in particolare, l’insieme di proposizioni note come legge di Duverger, dal nome del sociologo francese, individuano, tra l’altro, una forte relazione tra il ricorso al sistema maggioritario ed la presenza di due grandi partiti. Più generalmente possiamo parlare di un approccio istituzionale che vede il sistema di partiti quale conseguenza della legge elettorale, cui si contrappone un approccio che invece cerca le principali spiegazioni al sistema di partiti nella natura dei partiti stessi e nelle spettro ideologico che caratterizza la società. Senza dover cercare di dimostrare la validità di questi approcci attraverso gli ultimi due decenni di storia politica italiana possiamo però fare alcune semplici osservazioni partendo dai risultati ottenuti dalle forze politiche dal 1994 ad oggi.
La prima è che pur rimanendo il nostro sistema politico quanto mai frammentato, la maggioranza degli italiani si è collocata dal 1994 in poi su due schieramenti ben definiti. Lo ha fatto con una legge elettorale mista di proporzionale e maggioritario, il Mattarellum dove i tre quarti dei deputati venivano celti in collegi uninominali e lo ha fatto sotto il sistema elettorale voluto da Berlusconi nel 2005 simpaticamente ribattezzato Porcellum, proporzionale con premio di maggioranza per la colazione vincente.
La seconda osservazione riguarda il rapporto tra partiti e cittadini. La nostra Costituzione individua proprio nei partiti il ruolo di tramite tra società e politica. Le forze politiche possono anche nascere in Parlamento, ma senza un confronto vero con i cittadini rimangono strumenti tattici per la creazione, o soprattutto lo sfascio, di maggioranze parlamentari, prive della legittimazione del voto popolare. In questi mesi si sta consolidando una forza politica di centro l’Alleanza per l’Italia nata da una mini scissione dal PD. All’inizio di settembre dovrebbe nascere Futuro e Libertà per l’Italia sostenuta da una pattuglia di deputati vicini al presidente della Camera Gianfranco Fini. E’ una importante conseguenza del divieto di mandato imperativo per i parlamentari, principio rivoluzionario che solo Berlusconi, dimostrandosi ancora una volta il contrario di un vero liberale, si affretta a stigmatizzare. Ora però per entrambe queste forze politiche la sfida dovrà essere anche forze nel paese per questo non sarà sufficiente soltanto una nuova legge elettorale proporzionale, sarà importante una proposta seria ai cittadini, senza di questa, ed i sondaggi parlano chiaro, il consenso di queste due nuove forze politiche sembra piuttosto limitato.
La terza osservazione è che la legge elettorale non può essere varata sull’emergenza di una crisi dei rapporti tra partiti e con lo scopo di favorirne alcuni rispetto ad altri. Questo è già accaduto nel 2005, la legge approvata infatti dal governo Berlusconi, ormai in evidente crisi di consensi, aveva infatti un obiettivo chiaro: garantire in qualche modo la tenuta del bipolarismo, assicurando però la rappresentanza politica delle formazioni più piccole a condizione che queste si alleino in coalizioni più grandi. Il risultato è stato quello di mantenere inalterata la riottosità delle forze politiche facendo aumentare, piuttosto che diminuire, i soggetti dotati di ciò che Sartori ha definito il “potenziale di ricatto”. Oltretutto la legge ha riposto completamente nelle mani delle segreterie dei partiti la scelta dei parlamentari, eletti in liste bloccate su base ragionale o sub regionale.
Per uscire dall’impasse che sembra imprigionare anche l’opposizione in uno dibattito sterile è bene ricordarsi che qualunque accordo politico sulle riforme istituzionali deve avere come obiettivo primario ricostruire il rapporto tra eletti ed elettori e tra società e partiti. Un rapporto talmente deteriorato che neanche la classe dirigente del nostro paese riconosce ai partiti alcun ruolo, come emerge chiaramente leggendo il testo di questo appello per l’uninominale firmato, forse distrattamente, anche da autorevoli esponenti del centro sinistra che nella foga di restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti vorrebbe togliere ai partiti il ruolo di tramite tra cittadini e politica che la costituzione stessa assegna loro.
Se questo accordo politico non dovesse, come sembra, essere all’orizzonte di fronte al rischio evidente che la crisi di governo paralizzi per mesi il nostro paese, il Partito Democratico nel prepararsi alle elezioni si prenda cura di ristabilire il principio della rappresentanza e di promuovere il rinnovamento della classe dirigente anche in assenza di riforme. In questa direzione è il caso di prendere seriamente in considerazione la proposta fatta il direttore de l’Unita, Concita De Gregorio per primarie in tutti i collegi. Una misura che non richiede una nuova maggioranza parlamentare e che, come scrive il direttore, farebbe in modi di restituire nelle mani dei cittadini la scelta dei candidati.
Francesco C.
*Foto Archivio Life