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Previsioni Meteo

Previsioni Meteo

L’atmosfera dentro il PD senese è serena, frutto senza dubbio della bella Festa in Fortezza e dell’impegno dei volontari, così come del paziente lavoro politico che Elisa Meloni ha svolto da Giugno ad oggi. Non era scontato e non era facile, ma così come nel PD abbiamo criticato le lacune politiche del passato, dobbiamo onestamente riconoscere al segretario/a la capacità di tenere insieme il partito, le sue anime e le diversificate aspirazioni. Un partito correntizio non trasmette grande fascino ai propri iscritti. Se però le sensibilità diverse competono sul terreno dell’elaborazione politica, allora sono un ricchezza. Noi cercheremo di “strattonare” il PD sui temi che per noi rivestono un ruolo fondamentale per un partito che abbia l’aspirazione a modificare le condizioni sociali e dare spazio a chi non gode di rendite di posizione. Un partito che guardi al futuro, insomma, senza buttare ciò che di buono ha elaborato finora, ma consapevole che lo scenario nazionale (e anche locale) è profondamente mutato.

Se dunque il cielo sopra il PD senese volge al sereno, non  altrettanto può dirsi del PD nazionale, dove i dirigenti sembrano tuttora presi da manie di protagonismo che ormai, più che disorientare l’elettorato, lo infastidiscono fino a deprimerlo. Abbiamo più volte detto che occorre una nuova classe politica capace di interpretare i mutamenti avvenuti nella società e nel mondo del lavoro. Quello che sta accadendo con il mutamento delle relazioni industriali in Italia, impone una riflessione su come si esce dal pantano di una competizione al ribasso salariale a vantaggio di una delocalizzazione verso Est. Occorre capire come i mutamenti climatici influenzeranno i flussi dell’immigrazione e la distribuzione del cibo, e sarà necessario capire rapidamente quali tipologie  di infrastrutture dovremo privilegiare in previsione del progressivo mutare delle fonti energetiche, dei bisogni di trasporto, dello sviluppo abitativo. In campo sanitario occorrerà aumentare la qualità dei servizi diminuendo i costi collettivi, e quindi sarà importante privilegiare la prevenzione delle malattie che incidono su una società opulenta. Dovremo probabilmente mettere mano ad una nuova legislazione in tema alimentare, in modo da incoraggiare la qualità dei prodotti e al tempo stesso la sostenibilità alimentare delle produzioni ed il corretto uso di queste. E dovremo davvero promuovere l’istruzione e la conoscenza, perché questo è l’unico investimento su cui avremo sempre un ritorno economico e sociale.

Ecco, io non credo che la nostra classe politica nel suo complesso, non solo quella del PD, sia capace di promuovere queste riforme. Semplicemente non le sente urgenti, forse non le capisce o semplicemente non ne vede alcun ritorno. Evidentemente ci saranno singoli che potranno ben rappresentare le esigenze sopracitate, ma dubito che questi saranno i dirigenti attuali, a cui più o meno tutti siamo affezionati (forse perché ci ricordano la nostra infanzia e già li vedevamo in TV).

Ancora una volta la politica della Regione Toscana ci viene in aiuto, e risulta sempre più evidente la vicinanza di un presidente come Enrico Rossi alle esigenze del cittadino comune. Forse perché, molto semplicemente, anche lui è un cittadino comune, nato da una famiglia semplice e abituato a fare le cose normalmente.

Il PD deve essere il partito delle persone normali, che si stimano per i propri comportamenti, e in cui ci sia gusto ad essere “leali ma non conformisti”. Su questo, dobbiamo ancora lavorare, e se non è tardi, forse a Siena abbiamo imboccato la strada giusta. Si sa che un partito unito è la condizione prioritaria per affrontare le prossime campagne elettorali, ed è abbastanza certo che dovremo affrontarne sia di amministrative (previste) che di politiche (incombenti). Ma certo non basta per vincere le elezioni se il messaggio che trasmette all’esterno non è credibile o almeno un po’ convincente. La “svolta” di Bersani, da noi tanto invocata, forse è arrivata, con il suo richiamo al progetto Ulivo. Ci piace leggere questa svolta, come un richiamo allo “spirito dell’Ulivo” che permise ai partiti del 1996 di farsi portatori delle aspettative del proprio elettorato, ma molto di più, di farsi promotori di un senso comune di cittadinanza in uno stato sull’orlo del collasso. L’Ulivo guidato da Romani Prodi vedeva l’alleanza del Partito Democratico della Sinistra, del Partito Popolare, dei Verdi, Rinnovamento Italiano e l’accordo di desistenza con Rifondazione. Adesso il panorama politico è un po’ diverso: la pattuglia dei Diniani è alleata di Berlusconi, ed i Radicali, allora in qualche caso alleati con il centro-destra, hanno molto influenzato l’elaborazione del PD su temi importanti e sono nostri alleati leali. A Berlusconi hanno regalato Capezzone, brillante quanto disinvolto dal cambiare casacca in tempo reale. Allora il CCD, come adesso l’UDC esprimeva senza difficoltà posizioni tipicamente conservatrici (ovviamente a vantaggio di chi già gode di molti benefici). Casini e la sua pattuglia, così spregiudicati in Parlamento sono invece immobili nella società, ed esprimono visioni culturalmente analoghe a quelle del PDL, difficili quindi da coniugare con un’alleanza che vuole modificare questa società. Al di là della comunanza dei ruoli dei dirigenti politici nazionali, davvero non si capisce in cosa della nostra società potrebbe concretizzarsi un’azione di governo con l’UDC. Ne si capisce dove siano le ragioni di un terzo polo che abbia per protagonisti chi fino a qualche giorno o mese fa ha condiviso tutte le scelte di Berlusconi sui diritte, la giustizia, il lavoro.

Un questione questa della terzietà che si riproporrebbe anche in chiave locale se dovesse concretizzarsi un accordo con una forza che poco ha condiviso con la storia del centro sinistra e che e che incoraggerebbe l’IdV, nella campagna elettorale contro il PD.

Luigi Dallai

*Foto: Archivio Life

UNA TERRA AD ALTA DENSITÀ DEMOCRATICA

Siena, 1 giugno 2010

Piattaforma politico – programmatica dell’Area Marino per il congresso dell’Unione territoriale di Siena

IL NOSTRO CAPITALE

I risultati delle ultime elezioni regionali hanno visto la provincia di Siena confermare i suoi tratti di terra dei democratici. Un cittadino su due nella nostra provincia ha sostenuto il Partito Democratico. Il radicamento e l’esistenza stessa del Partito Democratico discendono dunque dalla fiducia espressa dagli elettori, prima ancora che dai suoi dirigenti e dai suoi iscritti. Una fiducia che garantisce il funzionamento e la rappresentatività delle istituzioni ma che da sola, senza il lavoro dei dirigenti nel coinvolgere gli iscritti e gli elettori nell’elaborazione della politica e nei processi decisionali, non riuscirebbe a mette al riparo il nostro radicamento da una lenta frantumazione.

Nel nostro territorio, come nel resto del nostro paese, sono in atto processi di cambiamento del tessuto sociale ed economico che ridisegnano profondante i tratti delle nostre comunità. A rischio, oggi, non è solo il consenso alle forze politiche di centro sinistra, ma l’insieme intero di relazioni e valori condivisi alla base della vita democratica.

Il Partito Democratico nel nostro territorio contribuisce assieme alle altre formazioni politiche all’esistenza di quelle reti sociali e di rapporti tra cittadini che hanno un valore collettivo fondamentale. Il Partito Democratico con i suoi circoli, le sue feste e le sue iniziative è un attore fondamentale nella produzione di quel capitale sociale che è componente chiave per la costruzione ed il mantenimento della democrazia.

Questo capitale sociale si nutre di partecipazione, per sostenerlo è necessario allargare la partecipazione dei nostri elettori e dei nostri iscritti anche al di fuori delle naturali scadenze elettorali attraverso l’istituzione e l’identificazione di forum tematici permanenti quale luogo di elaborazione e proposta politica del partito cui sia garantito il diretto collegamento con gli organismi dirigenti accanto ad una adeguata organizzazione del loro lavoro.

UNA CASA NUOVA PER TUTTI

Il Partito Democratico è una casa nuova per tutti. Lo è per gli elettori e gli iscritti provenienti dai due principali partiti fondatori come lo è per tutti coloro i quali si sono avvicinati ad un partito politico per la prima volta. Il Partito Democratico non è però nato da un semplice restauro di uno dei suoi soggetti fondatori, ma è un edificio nuovo, con sensibilità diverse ed espressioni plurali, dotato di regole certe date dai propri statuti.

Come per ogni trasferimento in una nuova abitazione è normale che vi sia un periodo di adattamento nel quale cercare le proprie coordinate, come è normale fare riferimento alla vecchia abitazione per cercare di orizzontarsi. Oggi dopo due anni e mezzo possiamo dire di conoscere le nostre nuove coordinate.

Possiamo dire che questa è la casa di tutti e che il Partito Democratico riconosce e favorisce la libertà e il pluralismo interno. Possiamo dire che il Partito Democratico, nella ricerca di soluzioni unitarie ed autorevoli per la guida del partito nei rispettivi livelli territoriali, riconosce fin dalla composizione degli organi esecutivi tutte le proprie sensibilità. Possiamo dire che nel Partito Democratico tutte le componenti culturali hanno pari dignità e partecipano all’elaborazione politica condividendo l’accesso a tutte le risorse del partito.

Il Partito Democratico è la nostra nuova casa e tutti ne abbiamo le chiavi.

PERSONE AL SERVIZI DEI CITTADINI

Dopo due anni mezzo dalla propria fondazione il Partito Democratico si avvia con i congressi locali a chiudere la lunga fare transitoria che ha visto un continuo ricambio del proprio gruppo dirigente al livello nazionale come a quello locale. La chiusura di questa stagione congressuale deve consegnare alle unioni territoriali e comunali un gruppo dirigente riconoscibile e condiviso da tutto il partito. Al segretario territoriale ed ai segretari comunali viene chiesto l’impegno alla guida del partito per la durata del mandato prevista dalle regole statutarie. Con l’elezione dei segretari territoriali e comunali, il Partito Democratico si avvia a coinvolgere i propri iscritti in scelte che potranno essere modificate solo attraverso una nuova consultazione degli iscritti.

I segretari ed i gruppi dirigenti delle unioni territoriali e comunali sono prima di tutto cittadini al servizio dei cittadini, cui è richiesto di rispettare le regole di incompatibilità previste dallo statuto nazionale e da quello regionale, accanto alla massima trasparenza riguardo alle eventuali appartenenze ad altra associazione e rispetto ad eventuali incarichi, pubblici e privati ricoperti al momento dell’incarico.

UNA RAPPRESENTANZA COSTRUITA INTORNO ALLA PERSONA

Il Partito Democratico ha negli organismi previsti dallo statuto nazionale e regionale la capacita di rappresentare i propri iscritti ed allo stesso tempo designare i necessari spazi e momenti di elaborazione politica e di confronto. Il largo numero dei componenti delle assemblee territoriali e comunali e della direzione provinciale ed il riequilibrio proporzionale previsto dai regolamenti congressuali corrono il rischio di disegnare organismi pletorici scarsamente frequentati e composti esclusivamente sulla base delle appartenenze alle differenti aree culturali.

Accanto alla necessaria rappresentanza di genere il Partito Democratico deve anche,  prendere in considerazione le diversità della nostra società, la voglia di mettersi a disposizione e le capacità dei singoli nella scelta dei candidati alle assemblee rappresentative ed ai direttivi. Il Partito Democratico nel farsi promotore del ricambio generazionale e della cultura del merito deve saper migliorarsi anche al proprio interno aprendosi alle migliori energie che la nostra società offre.

IL PARTITO DEI DIRITTI, D       ELL’AMBIENTE, DEL LAVORO

Il nostro territorio non è immune dai cambiamenti sociali ed economici che riguardano il nostro paese ed il mondo intero. Nuove tensioni politico sociale sono generate sia da fattori esterni al sistema locale sia interni.

Nella nostra provincia rispetto alla continua migrazione interna da altre aree del nostro paese si è innestata negli ultimi vent’anni una forte immigrazione da paesi stranieri. Oggi un residente su dieci nella nostra provincia ha origini straniere ed entro una generazione la geografia sociale del nostro territorio sarà profondamente mutata. Poiché l’immigrazione non può essere separata dalla questione della cittadinanza il Partito Democratico deve dotarsi di un forum provinciale permanente su diritti e cittadinanza e dove necessario deve coordinare eventuali tavoli comunali sullo stesso tema.

Accanto alla crisi finanziaria ed economica globale, la crisi dell’Università di Siena e la vera e propria emergenza nelle scuole dovuta ai tagli del Governo hanno messo in luce quanto la questione del lavoro riguardi anche nel nostro territorio le professioni intellettuali. Il Partito Democratico deve ripensare le questione lavoro confrontandosi con tutte le forme di precariato dotandosi di un forum tematico aperto a tutte le realtà contemporanee del lavoro e, dove necessario, ripensare il proprio approccio verso la scuola, l’università, la pubblica amministrazione.

La crescita economica nella nostra provincia ha troppo spesso sfruttato il consumo del territorio e cavalcato i movimenti del mercato immobiliare per creare nuova ricchezza. Il risultato è stato l’immissione di un numero considerevole di unità immobiliari, sopratutto nel capoluogo e nei comuni limitrofi senza risolvere il problema abitativo di molti cittadini. Il nostro territorio sconta ancora una fortissima carenza infrastrutturale con un dibattito che negli ultimi due anni e stato inutilmente prigioniero delle questione aeroporto. Il Partito Democratico deve subito dotarsi di uno strumento di confronto sulle questioni ambientali che si avvalga anche delle competenza scientifiche presenti sul territorio oltre che della partecipazione degli amministratori e delle forze imprenditoriali.

Oggi i temi ambientali si legano a quelli economici, in particolar modo in una fase di crisi economica e finanziaria dove il rapporto tra costi ambientali e benefici occupazionali delle tradizionali attività industriali è troppo elevato, e la pressione antropica sulle risorse (acqua, aria, energia) è probabilmente ad un limite. Il Partito Democratico deve dunque istituire un forum tematico relativo alle problematiche energetiche ed ambientali anche per il PD senese.

Chiediamo infine che i coordinatori dei forum tematici siano membri effettivi dell’esecutivo e che siano scelti sulla base di competenze e autorevolezza dimostrate nei ruoli svolti nella società e nella vita pubblica.

La scuola Possibile

La scuola Possibile

di Guido Leoncini – Nel libro “Manifesto per la felicità”, recentemente pubblicato da Donzelli Editore, Stefano Bartolini ha considerato la scuola come una delle istituzioni più importanti per lo sviluppo della società.

La sua analisi si inserisce all’interno della più ampia tesi che il benessere dipenda in modo fondamentale dal capitale sociale ed in particolare dalla qualità delle relazioni tra le persone. Da ciò discende che la sostenibilità dello sviluppo debba essere valutata non solo in termini di sostenibilità ambientale, ma anche relazionale.

L’aspetto che mi interessa adesso sottolineare è l’impatto di tale teoria sulle possibilità di cambiamento della scuola. Prima di proporre una politica, infatti, è necessario avere una “visione” della scuola. Le idee proposte da Bartolini possono rappresentare un interessante contributo a tale visione.

Il fattore più importante che influenza la qualità delle nostre relazioni è la cultura ed i principali responsabili della diffusione dei valori in una società sono il sistema economico e le istituzioni formative: la scuola, la famiglia ed i mezzi di comunicazione di massa.

Scelte culturali e formative sbagliate generano per i bambini e per gli adolescenti problemi di adattamento all’età adulta. Vediamo perché.

L’uomo è, per sua natura, un essere sociale. L’uomo possiede la caratteristica fondamentale di essere “cooperativo”. Tale cooperazione è distintiva, rispetto alle altre specie, per l’importanza che i valori etici hanno nel sostenerla. Infatti, gran parte della cooperazione tra esseri umani non può essere spiegata da soli motivi razionali strumentali di vantaggio personale. Le diverse forme di cooperazione sono sostenute dalla capacità umana di provare empatia, generosità, onestà, lealtà, vergogna, senso di colpa, ecc. Sono, in definitiva, basate sui caratteri distintivi della natura umana.

Inoltre, gli esseri umani hanno due capacità molto spiccate rispetto agli altri animali: la capacità di adattamento individuale a un dato ambiente (incluso quello economico e sociale) e la capacità di cambiare l’ambiente adattandolo alle proprie esigenze. Questa seconda capacità è stata definita senso della possibilità e deriva dal fatto che il cervello umano ha la capacità di immaginare e, quindi, di progettare cambiamenti. Il senso della possibilità è alla base del nostro successo evolutivo, perché ci ha resi capaci di adattare l’ambiente alle nostre necessità. Ci ha reso possibile inventare tecnologie, istituzioni, regole, ambienti sociali e culture che hanno lo scopo di migliorare la nostra vita: questa è una delle nostre peculiarità biologiche fondamentali.

Le istituzioni formative principali, la famiglia e la scuola, privilegiano, però, troppo spesso, la capacità di adattamento individuale (altre istituzioni, come i media commerciali, si occupano invece prevalentemente di confinare il senso della possibilità nella sfera del possesso materiale dei beni di consumo).

Quando agisce con questa logica, la scuola promuove: l’immobilità, la segregazione fisica, la subordinazione ad un potere che esclude gli studenti dalle decisioni rilevanti che li riguardano, i rapporti eccessivamente competitivi. Ma così s’insegna un’amputazione della possibilità umana di coniugare la produzione con la piacevolezza, la partecipazione e la collaborazione.

Un tale tipo di formazione impone ai nostri giovani la rinuncia alla dotazione biologica più spiccata della nostra specie. Per questo è così difficile diventare adulti, per questo i rapporti sono così conflittuali.

Ecco, dunque, che vengono delineate alcune idee utili a definire una visione complessiva della scuola:

Non si dovrebbe porre un’eccessiva concentrazione sui “risultati scolastici” tradizionali, perché implica la distruzione di altre forme di conoscenza. L’attenzione prevalente su esami, interrogazioni e “verifiche” (tanto peggio se basati sull’aspetto mnemonico) distrugge alcuni elementi basilari nell’apprendimento: il pensiero originale e critico, la sperimentazione, l’innovazione. In definitiva distrugge il senso della possibilità. La fretta generata da programmi estensivi e scadenze pressanti ha un effetto simile, in termini di distruzione delle capacità di riflessione.
Dovremmo, invece, promuovere l’apprendimento creativo ed esso richiede una varietà di possibilità di esprimere le proprie capacità e la propria preparazione. Oltre all’intelligenza cognitiva, abbiamo una varietà di intelligenze che dobbiamo coltivare, quella relazionale, sociale, fisica, emozionale, musicale… E’ necessario, quindi, aumentare le opportunità per gli sport, l’arte, il gioco, la creatività e la relazionalità. Ad esempio, una diminuzione della competizione ed un aumento del lavoro e delle valutazioni di gruppo dovrebbero promuovere le relazioni di cooperazione.
L’apprendimento creativo richiede che anche l’insegnante sia creativo. L’attuale pesante regime di obiettivi e prescrizioni centralizzate tende a demotivare la curiosità e l’immaginazione degli insegnanti. Dobbiamo arrivare alla consapevolezza che chi si prende cura dei giovani svolge un ruolo sociale importante e delicato.

L’apprendimento funziona molto meglio quando è associato ad emozioni positive. E’ necessario costruire programmi che siano interessanti per gli studenti. Anche il contenuto tecnico ed utile per il mondo del lavoro può essere insegnato congiuntamente alla parte più “interessante” della materia (stessa logica dovrebbe essere usata per sviluppare lo studio delle lingue straniere, dell’informatica, ecc). Quando non si applica questo approccio, gli

studenti sono chiamati a studiare non perché sia interessante in sé, ma per motivazioni esclusivamente estrinseche.

Ma una tale formazione, basata su idee del secolo scorso, si rivela anacronistica e produce effetti negativi sia dal punto di vista umano che economico. Infatti, le economie avanzate sono ormai in una fase in cui le determinanti decisive saranno la creatività e le relazioni umane, piuttosto che la “disciplina” della forza lavoro. I Paesi che lo capiranno per primi e riorganizzeranno la scuola di conseguenza, avranno grandi vantaggi competitivi.
Dovrebbero essere introdotti insegnamenti specifici riguardanti la vita sociale: educazione civica, diritto pubblico, ecc.

Uno dei tratti più sorprendenti della cultura dominante contemporanea è che il sistema sociale viene percepito come ingovernabile. Eppure la nostra cultura è largamente figlia dell’idea di progresso. Il senso più profondo di tale idea è che sia possibile agire per migliorare le cose. Ormai invece larga parte delle persone è dominata dalla percezione di una deriva sociale ineluttabile, della quale nessuno è veramente disposto a dichiararsi responsabile. Larga parte della cultura occidentale è diventata depressa, sperimenta un senso d’impossibilità di indirizzare le cose verso un miglioramento. Eppure l’ambiente economico e sociale è un prodotto umano e come tale può essere orientato verso il benessere.

E’ la limitazione del senso della possibilità che produce questa mancata consapevolezza. E’ per questo che ci troviamo a vivere, ognuno da solo, l’ineluttabilità di cose che sentiamo più grandi di noi, ma che in realtà minacciano la qualità della nostra vita e il futuro dei nostri figli.

E’ in tale contesto che le relazioni dei giovani si deteriorano. Bullismo, ribellismo, vandalismo hanno un andamento epidemico che segnala un crescente disagio relazionale.

Per questo la scuola deve essere il motore del cambiamento. Devono essere ripensati i metodi di insegnamento, i programmi, la gestione dell’istituzione e l’organizzazione degli spazi.

La scuola possibile
C’è una lunga storia di esperimenti scolastici con una forte enfasi sul rispetto delle esigenze fisiche e temporali degli studenti, sul loro benessere, sulla loro partecipazione, sul rilassamento della gerarchia tra docenti e discenti, sulla promozione della cooperazione e della creatività, sull’associare il piacere all’apprendimento.

Questo tipo di esperienze si sono concentrate prevalentemente sui bambini, ma anche nella scuola per i giovani ci sono esperimenti innovativi e di successo. Essi dimostrano che è possibile conciliare lo star bene con l’essere produttivi. Prova ne è, ad esempio, il successo sul mercato del lavoro degli studenti dei Liberal Arts Colleges, l’istituzione che più assomiglia al progetto delineato nel libro di Bartolini. Si tratta di università private americane, che producono laureati di ottimo livello, la cui filosofia può essere riassunta dalla presentazione che il Knox College fa di se stesso sul sito web: “Knox ha un’inclinazione unica per l’auto espressione, lo scambio d’idee e la discussione tollerante. Gli studenti sono incoraggiati a intraprendere i loro personali progetti di ricerca, partecipare a programmi fuori dal campus, progettare le loro specializzazioni (…). Gli studenti partecipano attivamente alla gestione dell’università e i problemi sono apertamente discussi dentro e fuori le classi. Acquisterai la libertà di sviluppare il tuo piano di studi personale, modellato unicamente sui tuoi fini formativi e sulle tue aspirazioni nella vita (…). Questo ti darà la completa padronanza della tua formazione”.

La domanda se la nostra scuola trasmetta un messaggio simile è ovviamente solo retorica.

La cosa Berlusconi

La cosa Berlusconi

di José Saramago

http://caderno.josesaramago.org/2009/06/08/a-coisa-berlusconi/

Questo articolo, con questo stesso titolo, è stato pubblicato ieri sul quotidiano spagnolo “El País”, che me lo aveva espressamente commissionato. Considerando che in questo blog ho lasciato alcuni commenti sulle prodezze del primo ministro italiano, sarebbe strano non mettere anche qui questo testo. In futuro ce ne saranno sicuramente altri, visto che Berlusconi non rinuncerà a quello che è e a quello che fa. Né lo farò anch’io.

La Cosa Berlusconi

Non trovo altro nome con cui chiamarlo. Una cosa pericolosamente simile a un essere umano, una cosa che dà feste, organizza orge e comanda in un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte morale del paese di Verdi se un profondo rigurgito non dovesse strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrodergli le vene distruggendo il cuore di una delle più ricche culture europee. I valori fondanti dell’umana convivenza vengono calpestati ogni giorno dalle viscide zampe della cosa Berlusconi che, tra i suoi vari talenti, possiede anche la funambolica abilità di abusare delle parole, stravolgendone l’intenzione e il significato, come nel caso del Polo della Libertà, nome del partito attraverso cui ha raggiunto il potere. L’ho chiamato delinquente e di questo non mi pento. Per ragioni di carattere semantico e sociale che altri potranno spiegare meglio di me, il termine delinquente in Italia possiede una carica più negativa che in qualsiasi altra lingua parlata in Europa. È stato per rendere in modo chiaro ed efficace quello che penso della cosa Berlusconi che ho utilizzato il termine nell’accezione che la lingua di Dante gli ha attribuito nel corso del tempo, nonostante mi sembri molto improbabile che Dante l’abbia mai utilizzato. Delinquenza, nel mio portoghese, significa, in accordo con i dizionari e la pratica quotidiana della comunicazione, “atto di commettere delitti, disobbedire alle leggi o a dettami morali”. La definizione calza senza fare una piega alla cosa Belusconi, a tal punto che sembra essere più la sua seconda pelle che qualcosa che si indossa per l’occasione. È da tanti anni che la cosa Belusconi commette crimini di variabile ma sempre dimostrata gravità. Al di là di questo, non solo ha disobbedito alle leggi ma, peggio ancora, se ne è costruite altre su misura per salvaguardare i suoi interessi pubblici e privati, di politico, imprenditore e accompagnatore di minorenni, per quanto riguarda i dettami morali invece, non vale neanche la pena parlarne, tutti sanno in Italia e nel mondo che la cosa Belusconi è oramai da molto tempo caduto nella più assoluta abiezione. Questo è il primo ministro italiano, questa è la cosa che il popolo italiano ha eletto due volte affinché gli potesse servire da modello, questo è il cammino verso la rovina a cui stanno trascinando i valori di libertà e dignità di cui erano pregne la musica di Verdi e le gesta di Garibaldi, coloro che fecero dell’Italia del secolo XIX, durante la lotta per l’unità, una guida spirituale per l’Europa e gli europei. È questo che la cosa Berlusconi vuole buttare nel sacco dell’immondizia della Storia. Gli italiani glielo permetteranno?
8 giugno 2009
Abbiamo scelto di pubblicare questo articolo come saluto allo scrittore.
La versione italiana e tratta dal quaderno di Saramago curato da Massimo Lafronza

http://quadernodisaramago.wordpress.com/2009/06/08/la-cosa-berlusconi/

Laicità, diritti civili e Biotestamento – note da Quartaia

Laicità, diritti civili e Biotestamento – note da Quartaia

Gli argomenti che sono stati trattati sabato scorso, durante l’iniziativa politica di Quartaia, riguardano la libertà ed i diritti di ognuno di noi e sono per questo molto sentiti dalla maggioranza degli italiani anche se purtroppo molto spesso non ci sono leggi specifiche che ci concedano la libertà di scegliere su questioni che riguardano solamente la nostra coscienza, il nostro corpo e la nostra anima.

Prima di tutto credo sia molto importante precisare che l’Italia è una Repubblica democratica ‘Laica’, come sancito dalla carta costituzionale, ma troppo spesso, soprattutto su questioni cosiddette ‘etiche’, il termine ‘Laico’ sembra scomparire dal vocabolario e dal pensiero di chi ci rappresenta in Parlamento. Essere laici, come precisa anche il giurista Stefano Rodotà in una recente intervista ad un quotidiano nazionale, non significa, essere ostili in via pregiudiziale ed immotivata alla Chiesa, al mondo cattolico e alla fede, quello si chiama laicismo ed è un pensiero estremista e di avversione alla fede ed alla Chiesa in generale.

Essere laico non ha nulla a che vedere con l’essere credenti o non credenti, ma significa credere fermamente nella divisione netta tra Stato e Chiesa, cosa peraltro detta e scritta anche nel Vangelo e dallo stesso Aldo Moro, che certo non era ateo, in un suo intervento al congresso della Democrazia Cristiana già nel lontano 1962.

E’ quindi con estrema laicità che dovremmo affrontare e regolamentare tutta una serie di problematiche che negli ultimi anni hanno avuto e continuano ad avere ripercussioni pesanti sia sulle libertà individuali di ognuno di noi sia sul più generale contesto delle ricerca scientifica. Mi riferisco a norme che regolamentino e puniscano l’omofobia, mi riferisco a leggi che regolamentino le unioni civili tra gay e a leggi che regolamentino il fine vita di ogni essere umano (il cosi detto testamento biologico).

Questi argomenti, come ribadisce anche il senatore Ignazio Marino nel suo ultimo libro, visti dall’ottica del cittadino e visti dall’ottica della maggioranza del Parlamento sono due cose diverse. Da una parte c’è chi chiede solo il rispetto dei diritti e della libertà, dalla’altra un mondo politico avvitato su se stesso che utilizza qualunque mezzo, in questo caso la legge, come un’arma da scagliare contro l’avversario politico, oppure come uno strumento per assecondare le pressioni di una parte della chiesa.

A causa dell’inerzia delle istituzioni nazionali a regolamentare tematiche delicate come queste, spesso sono le amministrazioni locali a sostituirsi con delibere specifiche. Questo è accaduto a Colle di Val d’Elsa sull’omofobia, sul testamento biologico e prima ancora sulle unioni civili ed è accaduto nella nostra Regione dove il neo governatore Rossi ha addirittura istituito un assessorato specifico contro l’omofobia.

E’ di questo e di molto altro che ne abbiamo parlate con Simone Siliani coordinatore regionale dell’area politica del PD – Cambia l’Italia, con Gabriele Marini presidente del consiglio comunale di Colle Val d’Elsa e con Niccolò Guicciardini consigliere provinciale e segretario provinciale dei Generazione Democratica.

Simone Siliani ha come sempre fatto un intervento superlativo su questioni delicate quali quelle della laicità, del testamento biologico, della bioetica e dei diritti civili in generale non mancando di attaccare anche una parte dei dirigenti del PD troppo spesso ambigui su queste questioni e troppo spesso autoreferenziali e pronti più a difendere i propri diritti che non quelli dei cittadini.

Gabriele Marini ha fatto una lucidissima relazione su quanto il comune di Colle Val d’Elsa dal 2005 ad oggi ha fatto su queste materie dimostrando una sensibilità notevole sulle questioni dei diritti dei cittadini.

Niccolò Guicciardini ha portato la sua testimonianza come referente dei giovani democratici su queste materie molto sentite dalle nuove generazioni invitando a sua volta tutto il PD a fare chiarezza su questi problemi molto sentiti dalla maggioranza degli italiani.

Leonardo Boschi
Cambia l’Italia Siena

L’acqua pubblica non si svende

L’acqua pubblica non si svende

Una recente legge del governo Berlusconi prevede l’affidamento della gestione di alcuni servizi pubblici locali a favore di imprenditori privati e la cessazione degli affidamenti a società interamente pubbliche e controllate dai Comuni entro il 31.12.2011. Il governo Berlusconi espropria così gli enti locali e le comunità locali della libertà della possibilità di scegliere la forma attraverso la quale gestire ed erogare i servizi pubblici locali.
La privatizzazione dell’acqua è un epilogo da scongiurare essendo l’acqua un bene comune e non un bene da commercializzare indipendentemente dalla sua tutela. L’utilizzo sostenibile delle risorse idropotabili del nostro territorio e l’ottimizzazione delle reti idriche sono necessariamente alternative al concetto di privatizzazione della gestione della risorsa. Per chi gestirà la distribuzione saranno infatti maggiori gli introiti quanta più acqua verrà consumata. Questo non può che portare ad un progressivo impoverimento delle risorse idropotabili a disposizione delle future generazioni, fenomeno già in atto a causa della diminuzione delle precipitazioni atmosferiche sul lungo periodo. Si dovranno invece gestire le risorse idriche in funzione di un miglior utilizzo e di una riduzione degli sprechi.
Nei Paesi della UE, dopo sporadici tentativi di privatizzazione di alcuni servizi pubblici locali e dopo aver constatato l’abbassamento della qualità dei servizi ed un vertiginoso incremento delle tariffe, si è registrata una decisa e ferma inversione di tendenza verso la ripubblicizzazione degli stessi (ad esempio il Comune di Parigi ha avviato l’iter di ripubblicizzazione del servizio idrico integrato).
Consapevoli che l’obbiettivo del quorum di ogni referendum sia difficile da raggiungere, riteniamo che questa battaglia in favore della gestione pubblica dell’acqua rappresenti l’occasione migliore per affermare un valore imprescindibile nelle politiche di sinistra e contrastare la privatizzazione dei beni primari operata dalla destra.
Riteniamo che l’iniziativa referendaria non sia in conflitto con il proposito di una legge di iniziativa popolare sull’acqua i cui tempi però saranno molto lunghi. Sollecitiamo dunque il PD a discutere al suo interno e con la società in merito alle modalità ottimali di gestione delle risorse idropotabili ed a farsi portatore in Parlamento di una nuova proposta di legge volta alla regolamentare della materia in oggetto.
Cambia l’Italia – PD Area Marino Siena

Democratici per i Referendum sull’Acqua Pubblica

Democratici per i Referendum sull’Acqua Pubblica

In questi giorni è partita la raccolta delle firme per i referendum abrogativi delle norme, volute dal governo, che – nella sostanza – impongono di collocare sul mercato la gestione di tutti i servizi pubblici essenziali locali, e che dunque determineranno anche per l’acqua gestioni ispirate a logiche privatistiche, con tutto quel che ne consegue.

Si tratta di una pessima legge, perché impone di vendere importanti quote pubbliche delle aziende erogatrici, anche contro la volontà delle comunità e delle istituzioni locali.

Non possiamo accettare la visione ideologica secondo la quale solo l’intervento del privato e il mercato possono garantire efficienza e funzionalità operative.

Al contrario, proprio sulla gestione dell’acqua occorre essere certi che a prevalere sia l’interesse pubblico, e che non si producano gli effetti distorsivi a danno degli utenti e dei consumatori che la ricerca del profitto inevitabilmente provoca, soprattutto in una situazione di assenza di concorrenza.

Come giustamente si dice, l’acqua è un bene comune, essenziale e insostituibile per la vita, deve essere garantita a tutti nel rispetto dei vincoli ambientali e al massimo livello di qualità, secondo principi di equità, solidarietà e sostenibilità.

Anche acquedotti, depuratori e fognature sono  beni pubblici, da gestire con criteri di efficienza ed economicità secondo logiche industriali in grado di assicurare costi sostenibili e qualità del servizio. E non può che spettare all’autonomia delle varie realtà locali decidere come meglio applicare questi principi, da cui però non si può derogare.

Bene ha fatto perciò il Partito Democratico ad opporsi con forza in Parlamento all’approvazione di queste norme, imposte solo attraverso l’ennesimo voto di  fiducia. Occorre portare questa battaglia ideale anche tra i cittadini.

Dobbiamo affermare con forza che solo i valori del servizio pubblico possono garantire una corretta gestione degli acquedotti e di tutte le aziende erogatrici di servizi pubblici, contrastando l’opinione – questa si tutta ideologica e politica – che la privatizzazione sia la panacea di tutti i mali della struttura pubblica.

Con altrettanta chiarezza diciamo anche che non ci accontentiamo del controllo pubblico sulla gestione, come non possiamo accettare localismi o visioni nostalgiche del buon “vecchio tempo antico”.

Vogliamo un servizio pubblico efficace come e più di un’impresa privata.

Chi ha a cuore l’interesse pubblico non deve avere nessuna remora verso processi di aggregazione capaci di assicurare alle aziende distributrici le dimensioni e le capacità necessarie per gestire, al meglio e nell’interesse dei cittadini, servizi così rilevanti ed importanti.

Altrettanto importante è la tutela dei diritti dei cittadini e degli utenti.

L’esperienza insegna che non basta la proprietà pubblica perché d’incanto spariscano i problemi delle aziende.

Né il pericolo della degenerazione burocratica del rapporto con i cittadini può esser evitato con i numeri verdi o insoddisfacenti  “call center”.

Occorre perciò pensare a forme nuove di tutela degli interessi degli utenti che servano da stimolo e controllo all’efficienza delle aziende erogatrici.

Riteniamo, perciò,  necessario introdurre forme di controllo sociale sull’attività ed i programmi delle aziende erogatrici, in cui sia possibile un confronto tra le istituzioni, gli utenti,  le organizzazioni dei consumatori e le categorie sociali.

Proponiamo anche di creare una struttura “amica” del cittadino, una figura di garante degli utenti,  eventualmente estendendo in modo incisivo i poteri dei Difensori Civici regionali, a cui qualunque utente  possa  rivolgersi  con forme semplici e senza spese  per  segnalare disservizi e chiedere la tutela dei propri diritti.

La società chiede alla politica di cambiare, di ritrovare una maggiore sintonia con i cittadini. Non è una richiesta da poco, ma la condizione necessaria per il PD e l’intero centrosinistra per vincere la sfida con la destra.

Si tratta di quella “buona politica” di cui il nostro paese ha un disperato bisogno.

Con convinzione, dunque, daremo il nostro contributo perché il PD dia vita ad una proposta di legge di iniziativa popolare per una completa e radicale riforma del servizio idrico.

Di questo impegno è parte anche l’appoggio, che oggi vogliamo manifestare, alla raccolta delle 500.000 firme necessarie per l’indizione dei referendum.

Per noi è la stessa battaglia, che chiediamo a tutti i cittadini di sostenere.

Daniela Lastri, Simone Siliani, Alessandro Lo Presti, Massimo Matteoli, Giuliano Gasparotti, Luigi Dallai, Simone Mangani, Samuele agostini, Margherita Rinaldi, Marina Manfrotto, Davide Leonelli, Giacomo Zucchelli, Donatella Becattini, Giorgio Pernisco, Anna Rita Panetta, David Corsi.

Il valore delle primarie: patto intoccabile tra democratici e cittadini

Il valore delle primarie: patto intoccabile tra democratici e cittadini

di Ivan Scalfarotto
(da l’Unità di oggi)

Da qualche giorno serpeggia nel PD il timore che la prossima Assemblea Nazionale possa votare modifiche statutarie che indeboliscano le primarie. L’allarme è stato lanciato da Salvatore Vassallo con un’email che si è diffusa in rete con un effetto a valanga che non mi ha certamente sorpreso. Le primarie costituiscono la parte più preziosa del DNA del Partito Democratico. Non tanto in sé, come rito catartico o usanza tribale, ma come elemento rappresentativo di ciò che più e meglio incarna l’essenza stessa di quello che è stato il progetto che ha dato vita al partito e che tante speranze e aspettative ha sollevato in tanta parte del Paese. Le primarie hanno un valore così caro al cuore dei democratici perché esse sono il modo in cui si declina e si materializza quell’apertura del partito nuovo alla società che è il motivo stesso per cui il PD è nato.

Un partito aperto, un partito il cui senso è superare il confine artificiale tra politica e società civile, un partito i cui circoli sono luoghi accoglienti e dove più si è meglio si sta (non il contrario), un partito che rappresenta uno strumento semplice e accessibile per il cittadino che decida di donare parte del proprio tempo alla comunità: è per questo che abbiamo fondato il PD. Non è stato un parto semplice, archiviare la storia dei partiti e le storie di vita di tanti militanti non è stato certamente un sacrificio banale da compiere, eppure la promessa che gli ultimi congressi dei DS e della Margherita fecero al Paese era proprio questa: riempire il vuoto e la distanza tra la politica e il paese, provare a tendere la mano ai tanti italiani che vivevano la politica come qualcosa di estraneo e di altro da sé, offrire uno strumento che interpretasse la complessità dei nostri tempi flettendosi all’esterno e provando ad andare incontro al Paese, invece di aspettare che per necessità o per mancanza di alternative il Paese si decidesse ad andargli incontro.

Tutto questo hanno finito col rappresentare le primarie: milioni di italiani che con la loro partecipazione civile hanno affermato il desiderio di contribuire al destino delle idee di progresso, di modernizzazione, di inclusione che tanta fatica hanno fatto in questi anni a trovare forza e cittadinanza in Italia. Qualsiasi cosa si decida in Assemblea, bisognerà ricordare che quel solenne patto di apertura sta al PD come i principi fondamentali della Costituzione stanno alla nostra Repubblica. Fondamentale come una pietra angolare, intoccabile come un pilastro.

SCONFITTA ED ERRORI PER IL PD. RESPONSABILITA’ DA NON ELUDERE

SCONFITTA ED ERRORI PER IL PD. RESPONSABILITA’ DA NON ELUDERE

Il commento del Sen. Ignazio Marino. Roma, 30 aprile – “Sarebbe un errore non fare autocritica oggi e non ammettere che il centro-sinistra esce sconfitto dalle elezioni regionali. Nel PD hanno prevalso le alchimie strategiche di un gruppo dirigente che opera senza ascoltare il paese, e infatti gli elettori non hanno capito e in molti casi hanno preferito un voto di protesta”. Così il senatore del PD Ignazio Marino commenta il risultato delle elezioni regionali.
“Va sottolineato il fallimento della classe dirigente del centro-sinistra nel sud, tranne in Puglia – afferma Marino – l’andamento caotico del PD in regioni come il Lazio e la Puglia, l’incapacità di interpretare le esigenze concrete del nord. Non si può pensare di trovare la soluzione ai problemi reali dei cittadini nel tatticismo delle alleanze. Le persone chiedono e meritano una visione più ampia e lungimirante della politica, fatta di programmi e idee concrete: dal no al nucleare a una politica che salvaguardi chi continua a perdere il posto di lavoro a una sanità trasparente e senza sprechi e poi diciamo una volta per tutte basta ad indagati nelle liste. Io credo che al centro-sinistra sia troppo vago nel progetto di società che propone: per esempio, sul lavoro Pierluigi Bersani aveva annunciato mesi fa la volontà di arrivare in tempi brevissimi a una posizione di sintesi per l’intero PD. Non se ne vede traccia. Lo stesso vale per i diritti o il welfare. Invece di compiacersi per la somma dei voti, si ammetta che non si è capito il Paese e si mettano in campo da oggi programmi concreti. Personalmente lavorerò con tutte le mie forze affinché questo avvenga ma dobbiamo voltare pagina senza esitazione”.
Quanto al risultato della Lega, Ignazio Marino conclude: “La Lega vince perché ha proposte chiare, sa dire sì o no, interpreta alcune esigenze delle persone. Io non condivido quasi nessun aspetto della politica della Lega ma non posso nascondere che il PD ha l’urgenza di recuperare sul territorio la fiducia della gente con determinazione e costruttiva autocritica. La politica di palazzo perde, sempre”.

Pane e Acqua

Pane e Acqua

di Concita De Gregorio* – Ripubblichiamo l’editoriale del direttore de l’Unità con una premessa: troppo spesso ci sentiamo dire che il successo della Lega deriva dal buon governo nei piccoli comuni del Nord e dal radicamento sulterritorio. Se questi sono gli esempi di buon governo e radicamento allora deve esserci un malinteso profondo su queste espressioni.

Qualche volta mi è capitato di dimenticare le rette scolastiche. La mensa, soprattutto. Quando i figli sono tutti piccoli, bollettini diversi scadenze diverse: le portano a casa negli zaini dicono mamma tieni, uno appoggia distratto il pezzo di carta sulla mensola, poi magari non si trova più, si perde in mezzo ad altre carte. Si paga in ritardo, con la penale, senza decreti ovviamente, e finisce lì. La prossima volta si sta più attenti. Non si pensa mai – e questo dipende dal fatto, credo, che siamo cresciuti, la mia generazione è cresciuta in un Paese dove la scuola pubblica specie quella elementare era fantastica, la cura dei bambini un bene superiore condiviso – che le colpe dei padri possano ricadere sui figli. C’entrano anche certi insegnamenti primari, certo, tipo questo. Perciò non succede niente, se un padre dimentica di pagare una retta di certo la scuola farà in modo che il bambino non sia neppure sfiorato da un pensiero che non saprebbe concepire. Se – più grave, più triste – i genitori non possono, invece, pagarla, la scuola – il comune, l’ente pubblico, lo Stato – si fa carico della debolezza dei grandi e protegge i piccoli. È ovvio che quando i bambini si siedono a tavola, a mensa, devono avere nei piatti tutti la stessa pasta al sugo. Non c’è nemmeno bisogno di spiegare perché. Perciò ci saranno cose più gravi ma mi dispiace, non riesco a pensare ad altro che a quei nove bambini che lunedì si sono seduti ai piccoli tavoli spostando le piccole sedie, hanno aspettato che arrivasse come ogni giorno la signora con carrello e hanno visto la pasta nei piatti degli altri, il pane nel loro. Scuola elementare di Montecchio Maggiore, provincia di Vicenza. Il comune (Lega, Pdl) aveva avvisato: questa la spiegazione. Sette bimbi stranieri, due italiani: pane e acqua. Riuscite a immaginarvi di avere sei anni, sedervi a tavola coi compagni, vedervi porgere un pezzo di pane, la pasta nei piatti degli altri e i loro sguardi su di voi? Sentire il compagno che chiede «perché tu mangi il pane», e non sapere cosa rispondere? Provate ad andare a ritroso negli anni, a mettervi in quelle scarpe e quei grembiuli: che cosa fareste? Piangereste, restereste in silenzio, mangereste il panino, dareste una spinta al compagno rovesciando il piatto? Ma che paese siamo diventati? Ma cosa ci è successo? Ma come è possibile che abbiamo smarrito persino l’istinto a tutelare l’innocenza, la cura dello sguardo di un bimbo, il suo valore? Cosa ci stiamo a fare, di cosa parliamo se non sappiamo sentire e insegnare questo? Da dove possiamo ripartire se non da qui?
Il resto, tutto il resto, ne consegue. Mille posti in meno alla Fiat, altre mille famiglie che presto non potranno pagare le rette. Andate a cercare la notizia nei giornali, nei tg. Cercate bene, poi fateci sapere. A qualcuno interessa se da domani ci saranno mille posti di lavoro in meno? Non tocca mai a noi, non è vero? Sono storie di poveri, una minoranza. E se nostro figlio è compagno di banco e di classe dei nove a pane e acqua alla fine sarà meglio cambiargli scuola, che magari poi fa domande a cui non sappiamo rispondere. È così imbarazzante sentire i bambini che domandano perché. Diamogli la play station, così stanno zitti.

* Tratto da L’Unità