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La scuola è il nostro primo bene comune

La scuola è il nostro primo bene comune

Pubblichiamo la relazione di Daniela Lastri all’Incontro sulla scuola del 17 Settembre 2011

Buongiorno a tutti!

Qualcuno si sarà chiesto che ci stiamo a fare qui, a discutere di scuola mentre fuori, nella politica, ne succedono di tutti i colori, e mentre le nostre istituzioni locali si trovano a fare i conti con i conti, con i bilanci che non quadrano, con le risorse che non si trovano, e se si trovano non si possono spendere.

Noi siamo qui – amministratori, dirigenti, iscritti del PD, operatori del settore – perché avvertiamo che l’Italia e le nostre comunità locali corrono il rischio di stare a guardare mentre le politiche pubbliche per la scuola deperiscono e si spengono, se va bene in attesa di tempi migliori. Vogliamo fare, dobbiamo fare qualcosa, invece, per contrastare questo declino. Perché il prezzo che la società è destinata a pagare per il declino della scuola è, anno dopo anno, più grande. La nostra non è una voce isolata, come dimostrano le proteste, motivate, circostanziate, delle istituzioni locali, dei sindacati, degli osservatori più avvertiti, della gente comune. Noi vogliamo, però, calcare la mano sulla questione scuola perché non sfugga a nessuno la partita in gioco.

La scuola – lo ricordo a me stessa e a tutti noi – è un grande motore dello sviluppo. C’è occupazione qualificata, si produce ricchezza materiale e linfa per la ricchezza futura, e si realizza al massimo livello l’inclusione sociale. La scuola è la prima fabbrica del benessere di una società. E’ il luogo delle relazioni, tra istituzioni, tra generazioni, tra mondo degli adulti e dei bambini, e tra tutti questi insieme. Se questa fabbrica non va, i problemi aumentano dovunque, con costi sociali immediati e costi sociali ed economici a lungo termine. Per questo, una buona politica scolastica non ammette sprechi, dentro e fuori la scuola. Uso consapevolmente l’immagine della scuola-fabbrica, perché sia chiaro che considero la scuola una istituzione che crea valore e in tutti i sensi.

Esagerando, volontariamente esagerando, diciamo che la scuola è il nostro primo bene comune. Ma in fondo non è proprio un’esagerazione. Certo, ci sono tante altre cose che sono beni comuni importantissimi. Però la scuola è un po’ il precipitato di tutti i beni comuni, è un modo per vederli tutti insieme, lì in quel microcosmo, in quel luogo di gestione quotidiana della vita comunitaria.

La scuola non possiamo perderla. Non possiamo accettare che nelle nostre città, nei nostri paesi, non si riconosca più l’edificio scolastico, quel luogo fisico che è parte della nostra immaginazione e storia collettiva, inconfondibile all’esterno e bello a vedersi all’interno, ricco di colori, attraversato dalla confusione e dalle tracce delle cose che si imparano e si sperimentano ogni giorno, dove si vivono i conflitti con la voglia di risolverli, eppure a suo modo un luogo ordinato e soprattutto sicuro per i bambini e i ragazzi. Non possiamo accettare di veder deperire le nostre scuole, e tra un po’ nasconderle con imbarazzo. Non possiamo accettare che diventino un grande parcheggio della gioventù, dove si passa un tempo indistinto che non si può trascorrere altrove. Un luogo nel quale non c’è più creatività, rigore nell’insegnamento, impegno a formare le persone del domani. Un luogo al quale nessuno più tiene.

Ho sempre pensato che un buon amministratore, un buon politico, dovrebbe occuparsi almeno per un po’ di scuola, non per sentito dire ma per operare scelte di governo. È un buon esercizio, aiuta a vivere una dimensione mite del potere. Quando ti occupi di scuola, la mattina sai cosa succede. Puoi anche pensare per un attimo di essere superfluo. Gran parte della città si sveglia con in testa la scuola, e perfino quelli che a scuola non ci vanno incontrano la scuola ad ogni angolo. Puoi non far niente: quel mondo si mette piano piano in moto da solo. Passa un’ora e ti rendi conto che solo una buona organizzazione è in grado di dare risposte alle tante domande che cominciano ad arrivare dalle scuole e dalle famiglie. Quel mondo che si è messo in moto da solo e che è in grado di andare avanti da solo per tutto il tempo scolastico, che ha le risorse umane e professionali per risolvere da sé tanti quotidiani problemi, ha bisogno di altro per funzionare bene. Se non sei pronto, anche le energie che è capace di mettere in moto da sé si spengono.

È quello che non capisce questo governo, non può capirlo, non ha la cultura della scuola, non riesce a misurare la grandezza e l’umanità della scuola: e se non sei pronto, se non dai risposte per far funzionare la scuola, la scuola non c’è più. Se umìli gli insegnanti, e li convinci ad essere macchine, li allontani da quella che sentono la loro missione professionale. Se li fai sorveglianti alla fine si convinceranno che questo è ciò che la società chiede loro, nulla di più. Se tratti i bambini disabili come un problema tra i tanti, se non addirittura come privilegiati da mettere sotto controllo, alla fine scaricherai sulle famiglie tutte le difficoltà della crescita, e loro non cresceranno come potrebbero fare. Se tratti i bambini immigrati come invasori, i conflitti invece di risolverli li moltiplicherai. E se fai tutto questo, vuol dire che della scuola pubblica non t’importa un bel niente. T’importa semmai, come diceva Calamandrei, di screditarla, di impoverirla, e di dirottare risorse fondamentali verso la privatizzazione dell’istruzione. Ti capita perfino, come ha fatto Berlusconi in uno dei suoi momenti di estasi, di farti scappare di bocca sincere parole di odio per la scuola di tutti, per la scuola pubblica!

Ma tutte queste cose le persone che sono qui le sanno. È tempo di dire cosa dobbiamo fare per convincere noi stessi e il mondo che ci sta intorno che una battaglia va data, per la scuola. Per darla bene abbiamo bisogno di iniziative rivolte al governo e al parlamento, e di rafforzare il nostro impegno sulle cose che noi stessi possiamo fare.

Metto le mani avanti: non è semplice dire cose nuove. C’è una importante elaborazione nazionale del PD, c’è l’impegno della Regione e degli enti locali, c’è un dibattito pedagogico molto vivo, c’è soprattutto una forte domanda sociale che viene dagli insegnati, dagli studenti, dalle famiglie. Gli argomenti sono veramente tanti, e a volerli mettere in fila con poche parole incombe il rischio di cadere nella banalità. Me ne sono accorta preparando questo nostro appuntamento, riflettendo sulle ricerche, le suggestioni, i dibattiti di questi anni e di questi giorni. Non vi aspettate, dunque, che io riesca a dare conto di tutto ciò. La mia intenzione è diversa: provare a convincere il PD, cioè me stessa e tutti voi, che una battaglia per la scuola va data, oggi, senza aspettare tempi migliori, e con tutta l’intelligenza di cui disponiamo. E sollecitare tutto il PD ad essere presente nei momenti cruciali nei quali questo impegno dovrà dimostrarsi concretamente, nelle manifestazioni di piazza come nei luoghi della costruzione della proposta di governo, a livello locale, regionale e nazionale, e infine nel momento in cui torneremo alla giuda di questo Paese. Vi invito, perciò, a fare una discussione aperta, che aiuti tutto il PD a dare spessore al suo impegno. Le proposte del PD Toscano le costruiremo insieme, da oggi e nelle occasioni che verranno.

1.
La prima battaglia che va data è per restituire alla ministra Gelmini la sua libertà. Tre anni sono troppi, per lei e per la scuola italiana. Finiamola dunque con questo stress, mandiamo a casa il governo, il padre padrone e tutti i suoi ministri. Il bilancio complessivo delle politiche scolastiche è dei peggiori della recente storia d’Italia.

Io penso che bisogna andare al più presto alle elezioni. Ma se questa strada fosse impedita dalla chiamata di responsabilità, per mettere mano alla crisi in modo appena decente, cerchiamo almeno di non farci intrappolare: teniamo ferma la necessità di andare al più presto ad elezioni, imponiamo la riforma della legge elettorale e un termine per ridare ai cittadini la parola. Il più presto possibile. Soprattutto, evitiamo che l’opposizione si frantumi in mille pezzi.

La battaglia per la scuola ha bisogno di un centro sinistra solido. E la qualità della scuola pubblica non può che essere un perno essenziale del suo programma. Aggiungo che il centro sinistra deve riuscire a fare un discorso di unità sulla scuola, un discorso nazionale, fatto di due capisaldi:
investire sulla scuola, e dunque invertire di 180 gradi la direzione assunta dalla politiche pubbliche di questo governo: la svolta deve essere decisa e radicale, con più risorse e qualità della spesa;
riconquistare il valore nazionale e ugualitario della scuola pubblica, e ridare certezza a chi oggi, insegnanti, alunni, famiglie, vede ormai nella scuola solo un problema in più.

Questi due capisaldi devono riuscire a farci mettere alle spalle l’approccio Gelmini-Tremonti, fondato su analisi sbagliate della competitività del sistema. Condivido perciò le proposte che il PD ha messo in campo a livello nazionale e raccomando vivamente di farle diventare un oggetto reale di confronto con le altre forze politiche. Esse riguardano, come sappiamo:
- la trasformazione del nido d’infanzia da servizio a domanda individuale a diritto educativo di ogni bambina e di ogni bambino, e la generalizzazione della scuola d’infanzia;
- la certezza di risorse alle scuole per innovare la didattica e funzionare bene;
- l’estensione del tempo pieno nella scuola primaria e del modulo a 30 ore per le compresenze;
- il trasferimento degli uffici scolastici regionali dal ministero alle regioni;
- il passaggio dai livelli essenziali delle prestazioni ai Livelli essenziali degli apprendimenti e delle competenze (Leac);
- la soluzione del problema del precariato;
- la lotta alla dispersione scolastica;
- l’investimento sull’istruzione tecnica e professionale di qualità;
- il piano straordinario per l’edilizia scolastica.

2.
La seconda battaglia che va data è proprio per l’edilizia scolastica. Qui ci sono gravissime colpe del governo, tra le quali spicca l’abbandono della legge 23 del 1996, l’uso dei fondi FAS, la centralizzazione parossistica delle scelte, l’abbandono dell’anagrafe dell’edilizia scolastica. È tempo, come chiede il PD, di costituire una commissione parlamentare d’inchiesta sui piani di intervento sull’edilizia scolastica. Queste cose le abbiamo dette proprio il 14 settembre, il giorno dell’apertura delle scuole in Toscana, approvando in Consiglio regionale una importante mozione.

Ma c’è anche un impegno nostro che va rimesso in campo con decisione. Non possiamo aspettare momenti migliori. Subito, dunque, si stabilisca quali sono gli investimenti che sono fuori dal patto di stabilità, e tra questi non può che esserci l’edilizia scolastica pubblica.

La messa in sicurezza delle scuole è un problema di tutti. E lo è anche in Toscana, che pure ha fatto in questi anni – enti locali e Regione – uno sforzo importante, segnalato dalla ricerca di Legambiente “Ecosistema scuola 2011”. Avremmo però bisogno di quasi un miliardo e mezzo di euro per l’edilizia scolastica, quasi 900 milioni solo per la messa in sicurezza degli edifici. Cifre da capogiro. Agiamo dunque di conseguenza, a partire dagli strumenti che abbiamo, per fare ciascuno la propria parte. È giusto che la Regione Toscana confermi l’impegno a mettere a disposizione degli enti locali risorse per l’edilizia e a fare in modo che queste siano utilizzabili. Ma sull’edilizia scolastica è tutto il sistema locale che deve mantenere viva l’attenzione, deve trovare le risorse nei bilanci, deve costruire un programma comune. Credo che dobbiamo riuscire ad intervenire con azioni congiunte e concordate sul territorio con accordi Regione-enti locali.

Dunque, abbiamo da svolgere una iniziativa generale, verso governo e parlamento, promuovendo prese di posizione delle istituzioni regionali e locali, facendo petizioni di cittadini e promuovendo incontri pubblici.
Poi, dicevo, dobbiamo impegnarci tra Regione e territorio per organizzare al meglio ciò che possiamo fare per l’edilizia scolastica.

3.
Giustamente, però, alcuni assessori all’istruzione di grandi comuni, tra cui il comune di Firenze, hanno posto il tema più generale del patto di stabilità sull’insieme della spesa per l’istruzione. Condivido questa richiesta, e penso che dobbiamo farla nostra. L’istruzione, come la sanità, riguarda servizi su cui la spesa non può arretrare. Aggiungo che andrebbe fatta una riflessione ancora più ampia, che coinvolga pressoché tutte le funzioni fondamentali dei comuni che attengono all’erogazione di servizi rilevanti per i cittadini.

4.
Il nostro impegno non può mancare, più in generale, sulla scuola dell’infanzia. Anzi, direi sull’educazione per i bambini da 0 a 6 anni, dunque nidi compresi. Abbiamo in questi anni costruito più occasioni e modalità di sviluppo dell’educazione dei più piccoli, ma resta l’esigenza imprescindibile di avere nel territorio una diffusa rete di nidi d’infanzia. Se non c’è questo, tutto il sistema dell’educazione dei più piccoli non regge, perché manca la cultura e l’attrezzatura minima, l’esperienza professionale necessaria per reggere un sistema fatto di più opportunità, anche del privato sociale. Il pubblico non coordina niente se non fa anche da sé. Fortificare la rete dei nidi, anche in una dimensione intercomunale, è un obiettivo realistico. Stesso discorso vale per le scuole dell’infanzia, che – io penso – in una prospettiva moderna dovrebbero essere generalizzate su tutto il territorio ed essere affidate alla gestione comunale. Sulla scuola dell’infanzia possiamo anzi avere un obbiettivo ambizioso, di procedere gradualmente ad una sempre più ampia responsabilità del sistema locale, così costruendo una prima importante attuazione del Titolo V della parte seconda della Costituzione.
Sulla scuola dell’infanzia la Regione ha fatto un investimento importante, raffrontato soprattutto alla difficile situazione finanziaria che attraversiamo. Certo, non possiamo arretrare. Allo stesso tempo non possiamo non denunciare che l’intervento regionale non può essere sempre sostitutivo, e che, ad un certo punto, bisogna decidersi a trasferire alla Regione, e dunque al sistema locale, il complesso delle risorse e delle competenze dello Stato. Del resto, la stessa Costituzione consente una autonomia più spinta delle Regioni, anche differenziata, che coinvolge anche le norme generali sull’istruzione.

Per inciso, sui servizi educativi per la prima infanzia siamo in Regione in prossimità degli obiettivi di Lisbona (nel 2009 al 31,7%, rispetto all’obiettivo del 33%). Però una parte del territorio ne è privo, le liste di attesa per gli asili nido crescono e hanno ormai superato quota 7.000 bambini. Possiamo lavorare in questa direzione, sviluppando almeno servizi gestiti a livello di area intercomunale? Possiamo, insieme a ciò, puntare di più sulla riduzione delle liste d’attesa? Questi due obiettivi (attrezzare tutto il sistema locale, ridurre le liste d’attesa) potrebbero costituire il nucleo dei nuovi criteri di riparto delle risorse regionali. Nel triennio passato, la Regione ha fatto scelte importanti, concentrando risorse per ben 73 milioni di euro. Ma lo Stato si è gravemente disimpegnato, e non sono più disponibili né le risorse del ministero della famiglia, né quelle del ministero delle pari opportunità.

5.
La riflessione che facevo sulla ricerca di una maggiore autonomia e valorizzazione della Regione e degli enti locali sulla scuola dell’infanzia introduce al tema più generale dell’attuazione del Titolo V della parte seconda della Costituzione sul punto dell’organizzazione scolastica. Nella cd. Carta delle autonomie (il ddl Calderoli oggi al Senato) è posto il tema del trasferimento delle funzioni statali alle Regioni, ma finora tutto si risolve in un rinvio a futuri provvedimenti legislativi. Bene: possiamo porre qui subito il tema dell’organizzazione scolastica? Anche prevedendo (come dicevo) trasferimenti differenziati, subito per le Regioni che sono in grado di provvedere?

Perché, se questo non è, se non c’è voglia di assumersi questa responsabilità (come invece in passato è avvenuto per il sistema sanitario), allora meglio rimettere tutto in discussione, le competenze della Regione, quelle degli enti locali, quelle dello Stato. Le scuole, gli insegnanti, le famiglie non possono essere tenuti a lungo così, senza un valido riferimento istituzionale sul da farsi. Nell’era della crisi finanziaria e fiscale non è più accettabile che si facciano manovre “a responsabilità limitata”, con uno Stato che taglia contando di scaricare su Regioni ed enti locali il peso delle sue inefficienze.

È venuto perciò il momento di prendere una iniziativa.

È importante che la Giunta regionale abbia deciso di impugnare le norme del decreto-legge 98/2011 sul dimensionamento scolastico, quelle che impongono la costituzione degli istituti comprensivi e l’accorpamento delle istituzioni esistenti in base al numero degli studenti (1000 o 500). Sono norme che stanno determinando situazioni paradossali e gestioni pesantemente inefficienti delle istituzioni scolastiche, di cui sono un evidente segno gli incarichi plurimi di dirigente scolastico. E’ importante che la Giunta regionale abbia approvato indirizzi per il dimensionamento scolastico che cercano di far fronte a questa paradossale situazione. Queste cose, però, ormai non bastano più. Tutti, credo, sentono una insoddisfazione per essere troppo al di qua del guado.

La Regione da tempo pone l’esigenza di dare piena attuazione al Titolo V della Costituzione, e su questo – secondo me – è bene mettere in campo un’azione decisa. Sappiamo che non è semplice, che il tema ha trovato soluzioni non sempre coerenti da parte della Corte Costituzionale, e che, infine, vi sono un grumo di problemi molto complessi da affrontare perché in gioco c’è anche l’attuazione del cd. federalismo fiscale, ci sono le funzioni fondamentali di comuni e province, ecc. Lucidamente, queste cose sono state messe in fila dal recente Rapporto 2010 dell’IRPET sull’istruzione in Toscana.

Però, penso che sia il tempo di elevare il contenzioso politico con lo Stato, perché l’azione regionale non è fatta solo di importanti risorse finanziarie che soccorrono il sistema locale e le scuole, è fatta anche di un essenziale contributo a sciogliere i problemi organizzativi della scuola, e dunque a dare certezze al sistema dell’istruzione pubblica.

Già: elevare il contenzioso politico, perché dell’attuazione del Titolo V al governo importa ben poco. L’ultimo NO pare sia venuto proprio di recente dal ministero, che comunque, sapendo di sposare una posizione insostenibile, ha costituito … un bel gruppo di lavoro!

In più, ritengo essenziale che la Regione pratichi pienamente il terreno dell’istruzione pubblica, e questo si fa solo se ci si sta dentro, se si acquisiscono competenze, se la cultura dell’organizzazione scolastica entra a pieno titolo nella vita della più importante istituzione della Toscana. Forse mi sbaglio, ma ritengo che in Toscana vi siano le condizioni per aprire una riflessione in più sui servizi erogati da comuni e province per la scuola, sulla sostenibilità o meno di un sistema con competenze frammentate tra scuola dell’obbligo e scuola secondaria di secondo grado. Abbiamo la capacità di trovare una nuova sintesi, nuove modalità di raccordo, o dobbiamo rassegnarci ad una latente conflittualità?

Nei passaggi più delicati, quando vengono in questione aspetti che incidono sulle strategie di fondo, il partito ha il dovere di sottoporre agli organi di governo regionale e locali problemi e domande che vengono dal confronto con la società e con le esperienze del territorio. Del resto, per noi, se assumeremo questa impostazione, non si tratta solo di sollecitare un impegno della Giunta regionale. Abbiamo da rivolgere la nostra azione anche a livello nazionale, contribuendo al dibattito generale del PD, e verso altri soggetti interessati, sindacali, associativi.

La Regione Toscana nel suo insieme ha, secondo me, l’esperienza e le qualità per affrontare il tema generale. E io penso che, a differenza del passato, c’è oggi bisogno di una legge regionale sull’istruzione, che migliori l’organizzazione pubblica e metta a profitto le cose importanti fatte finora. Che intanto definisca in modo organico il complesso delle azioni della Regione sulla scuola, e che apra la prospettiva di un più ampio disegno attuativo della Costituzione.

I temi che ho ricordato (battaglia contro questo governo, impegno deciso per l’edilizia scolastica, per la scuola dell’infanzia e per gli asili nido, per una scelta regionalista sull’organizzazione della scuola pubblica) non esauriscono il nostro impegno.

Un grande partito come il nostro non può rinunciare a svolgere una riflessione e una iniziativa sul ruolo degli insegnanti. Se ne parlerà in una sessione del Forum nazionale ad ottobre, ma intanto dobbiamo far sentire la nostra voce. E non possiamo tacere sulla grave situazione degli operatori ATA. I dati sono noti, come pure la volontà del ministro Gelmini di cancellare 67.000 posti docente e 33.000 posti ATA, con un provvedimento ora giudicato illegittimo e che ritorna alla valutazione delle Regioni. Mi aspetto che le Regioni si facciano sentire. La verità è che aumentano gli alunni e diminuiscono insegnati e amministrativi, e che ciò avviene con un governo del sistema del tutto inadeguato e al limite della improvvisazione. La verità è che aumenta il numero degli alunni per classe e in alcuni casi (le cd. classi-pollaio) con effetti disastrosi. Anche questo lo abbiamo stigmatizzato con una mozione approvata il 14 settembre dal Consiglio regionale su proposta del PD.

Tutto avviene in nome di una razionalizzazione che non si misura sulla qualità e sull’efficacia. Gli obiettivi della razionalizzazione, se non si alimentano di qualità, si riducono alla ricerca della mera riduzione della spesa e precipitano verso la consapevole de-scolarizzazione. Con il IV governo Berlusconi la miscela è diventata esplosiva. Rischiamo di perdere il meglio che abbiamo (la scuola primaria) e di abbattere definitivamente quello che avrebbe bisogno di maggiore innovazione.

A parte ogni considerazione sui metodi utilizzati normalmente per raffronti tra il nostro Paese e quelli dell’area OCSE e europei, il punto vero che è che la spesa complessiva per l’istruzione italiana non è per nulla squilibrata rispetto al PIL. Del resto, proprio in questi giorni l’OCSE è intervenuta ricordandoci a quale livello siamo:
- diplomati tra i 25 e i 34 anni: Italia 70,3% – paesi OCSE 81,5%; aumentiamo nelle classi più adulte, diminuiamo addirittura tra i giovanissimi;
- laureati delle classi giovani: Italia 32% – paesi OCSE 38,6%
- spesa per l’istruzione scolastica e universitaria: Italia 4,8% del PIL – paesi OCSE 6,1% del PIL (su 34 paesi siamo 29esimi);
- stipendi più bassi per gli insegnanti.

La replica della Gelmini non si è fatta attendere, ripetendo la litania del numero degli insegnanti per alunno, che in Italia è più alto sia della media OCSE che della media italiana. Eccola l’ossessione, unica, decisiva, qualificante tutto l’operato di questo governo. L’ossessione che ha fatto dare pirotecnici giri di numeri dai propagandisti governativi, arrivati perfino ad usare false cifre sui bidelli e a gridare che questi sono più dei carabinieri!

Un giorno spero, qualcuno farà i conti giusti, e dirà che nei nostri conti ci sono insegnanti che altrove non ci sono, come quelli di religione, come quelli per il sostegno ai disabili, questi ultimi destinati a crescere, e spiegherà che in Italia c’è un tempo scuola per ragazzi molto più elevato che altrove.

Il tempo scuola, la scolarizzazione, la de-scolarizzazione. Ogni ipotesi di razionalizzazione, che a noi non fa paura e che vogliamo porti a migliorare (pensiamo al ruolo delle nuove tecnologie) non a perdere la scuola, deve fare i conti con lo scenario che vogliamo immaginare per il futuro.

Se noi vogliamo seguire scenari di ri-scolarizzazione dobbiamo puntare su altre politiche rispetto a quelle messe in campo dalla destra italiana. Un buon governo si rimbocca le maniche e si mette a lavorare per la scuola! Un buon governo sa anche trovare la strada per un giusto rapporto tra la scuola pubblica e quella paritaria, sa cosa vuol dire la scuola paritaria dell’infanzia e come essa contribuisce, in un intenso rapporto di collaborazione con il pubblico e con la condivisione degli obiettivi pedagogici, al diritto all’istruzione dei bambini. Un buon governo sa qual è l’interesse da tutelare, e cosa significa la scuola per tutti. Un buon governo non taglia borse di studio (solo in Toscana quest’anno mancheranno 3 milioni!) e lascia nell’incertezza enti locali e famiglie sui buoni libro.

Sciorinare numeri non è il mio forte, e ammetto che i numeri in mano ai politici rischiano sempre di essere manipolati.

Mi appoggio allora a quelli dell’IRPET del rapporto 2011 che ho già citato, e che raccontano di in gap tra Italia e Europa ancora lontano da essere colmato, con alti divari di scolarizzazione superiore (in Toscana andiamo un po’ meglio che in Italia, siamo al 77% dei ragazzi tra i 20 e i 24 anni) e di abbandono precoce della scuola. In Toscana, in tutti i cicli scolastici, aumentano le classi (+7,5% in dieci anni) ma molto meno degli iscritti (13%), eppure quell’aumento è dovuto alle sezioni di scuola dell’infanzia (+20% rispetto al +26% di iscritti), mentre il divario tra classi e iscritti è forte nella scuola primaria (+2,4% classi, +12,7% di iscritti).

L’IRPET ha misurato anche il rendimento scolastico, segnalando che il 94% dei diplomati nei licei prosegue gli studi, che si mantiene alto il numero dei diplomati tecnici che vanno all’università (56%), mentre il 68% dei diplomati ai professionali interrompe gli studi dopo il diploma. Il sistema economico toscano premia di più i diplomati tecnici e professionali, ma questi ultimi – a differenza dei primi – trovano lavoro in attività che richiedono semplicemente la scuola dell’obbligo.

L’istruzione tecnica in Toscana subisce negli ultimi anni minore attrazione dei giovani, e soprattutto nelle aree urbane industriali, dove invece prevalgono scelte in favore dei licei.

Di rilievo sono poi i dati sulla presenza dei ragazzi stranieri nelle scuole secondarie (sono il 7,8% del totale), presenza che però è inferiore a quel 10% che sono tutti i ragazzi stranieri rispetto ai coetanei toscani. Gli studenti stranieri preferiscono gli istituti professionali (qui sono il 15% del totale), mentre sono poco presenti nei licei. Le migliori chances di inserimento lavorativo sembrano essere nelle aree urbane distrettuali.

Nell’ultimo anno è cresciuta, complessivamente, la nostra popolazione scolastica, che arriva a 463.666 alunni, 790 in più nella scuola dell’infanzia, 873 in più nella primaria, 1.846 nella secondaria di primo grado, 2.112 in quella di secondo grado. 3.000 insegnanti sono stati tagliati in due anni e 700 lavoratori ATA. Più puntualmente, i dati della CGIL toscana rivelano che dall’anno scolastico 2009/2010 all’a.s. 2011/2012 sono stati tagliati 5942 posti, 3757 docenti e 2185 ATA. 69 sono le direzioni scolastiche destinate ad essere soppresse. I dirigenti scolastici non vengono rinominati. Sono cifre importanti, che ci fanno preoccupare di cose avverrà in quest’anno e nei prossimi della scuola toscana, di quella delle città e soprattutto di quella delle zone montane.

Il ministero dell’istruzione pubblicizza in questi giorni 66.300 stabilizzazioni. Però tutti sanno che sono numeri sulla carta e che il processo di stabilizzazione avviato con il governo Prodi (e che oggi sarebbe concluso con successo) è ormai fortemente compromesso dalle iniziative della Gelmini.

Si discuterà ancora per qualche giorno di questi ed altri dati, la battaglia dei numeri è sempre sulle pagine dei giornali. Poi verrà la realtà, la resa dei conti vera, le difficoltà di gestione, i problemi di organizzazione quotidiani. La crisi finanziaria può fare il resto, se al governo resta questa classe dirigente dei fatti propri. Ma infine la Gelmini se ne andrà, e se ne andrà Tremonti e il capo padrone. Toccherà ad una nuova classe dirigente, toccherà al centro sinistra rimettere insieme i cocci, ricominciare a governare.

Si batte per sopravvivere, la scuola pubblica italiana!

C’è in giro una specie di de-costituzionalizzazione della scuola, che dovrebbe essere garantita a tutti e così non è. Come non c’è più il tempo pieno, quello vero, quello con le 40 ore che rispondevano prima di tutto ad una coerenza formativa. Non quello della propaganda governativa. Si accorpano scampoli di ore a più insegnanti, si frammenta l’offerta formativa, il maestro unico è un fallimento. Se non c’era la Corte Costituzionale, gli insegnanti di sostegno potevano starci o no, decideva Tremonti. Un taglietto di 8 miliardi di euro dal 2008, con i finanziamenti sulla legge per l’autonomia che passano da 258 milioni del 2001 a 88 milioni del 2011. Fondo di funzionamento ordinario azzerato nel 2009, ricostituito nel 2010 solo dopo i ricorsi. Quasi completa soppressione delle scuole serali. Coperta corta per gli studenti, che in assenza di insegnanti vanno in soprannumero in altre classi. Difficile combattere la dispersione scolastica. Mancano le risorse per pagare le ore di recupero degli studenti con debiti formativi (da 200 milioni nel 2007 si passa a 27 milioni di quest’anno). Chi copre la necessità di istruzione sulla lingua inglese?

Ogni volta che faccio mente locale su queste cose mi chiedo in nome di cosa sono state pensate e realizzate. Non so voi, ma io ci vedo solo una pervicace volontà di farla finita, una volta e per tutte, con la scuola pubblica, con la scuola di tutti. Il fatto è che non hanno nemmeno uno straccio di idea sulla scuola dei pochi, su quella competitiva, su quella della futura classe dirigente. Non hanno uno straccio di nulla …

Io ho concluso la lettura dei miei appunti. Se in alcuni momenti vi ho dato l’impressione dello scoramento (perché, lo confesso, a volta ti prende, e soprattutto quando al mondo della scuola senti di aver dato qualcosa di te stessa, al pari di tanti insegnanti e operatori), allora devo dirvi che non è così, non deve essere così. La battaglia per la scuola è apertissima, e il nostro compito è di tenerla sempre aperta, nonostante le Gelmini e i Tremonti. Tenerla aperta e rafforzarla perché deve essere vinta. Per me, per noi, il futuro della scuola è parte integrante di una nuova politica, più mite, più onesta, più concreta.

Dopo questo incontro organizzeremo altri momenti di riflessione tematici, aperti al contributo di tutti i soggetti interessati, anche riproponendo su scala regionale gli argomenti su cui è impegnato il Forum del PD sull’istruzione.

Vi invito, perciò, a dire la vostra, ad arricchire questa consapevolezza, e a farlo con l’esperienza e la voglia di cambiare che ci appartiene e che non ci abbandonerà mai.

Arrostire il Porcellum

Arrostire il Porcellum

Di Francesco Carnesecchi

La legge elettorale approvata alla fine del 2005 dal governo Berlusconi, ormai vicino al tracollo, aveva il solo scopo di evitare una sconfitta sicura, di assicurare l’instabilità del paese ed il pieno controllo sugli eletti attraverso il sistema di liste bloccate. Era l’ennesima legge ad personam, questa volta di tipo “elettorale”, tanto che è stato un esponente della maggioranza, Calderoli, a definirla “porcata”.

E’ stato aggredito il principio della rappresentanza: il rapporto tra eletti ed elettori si è stato tradito dalle liste chiuse e  senza possibilità di esprimere preferenze.

E’ peggiorata la  governabilità, come dimostrano le continue crisi dal 2006 ad oggi il sistema è stato incapace di produrre maggioranze stabili e durature. Con l’attuale sistema elettorale affinché la coalizione vincente abbia la stessa forza e la stessa rappresentanza in entrambe le camere  non solo deve conquistare la maggioranza relativa nel collegio nazionale, ma anche la maggioranza relativa in tutte le regioni, perché è al livello regionale che si determina l’attribuzione dei seggi al Senato.

In assenza di qualche tipo di revisione prima delle prossime consultazioni i cittadini italiani voteranno ancora una volta con il “Porcellum”.

Prima di affrontare la discussione su riforme istituzionali che prevedano la riduzione del numero dei parlamentari o la revisione dell’attribuzione dei poteri alle camere non bisogna mai prescindere dall’obiettivo di coniugare l’efficienza delle istituzioni, le legittime richieste di riforma da parte dei cittadini senza però ledere il principio della rappresentanza, chiave della legittimazione della politica e nesso tra cittadini e eletti.

La creazione di collegi di grandezza provinciale o sub – provinciale è la strada che consente una vicinanza concreta tra i rappresentanti in Parlamento ed il territorio, per questo crediamo che un ritorno al maggioritario attraverso referendum sia non solo uno strumento di pressione sul Parlamento a fare riforme ma anche un obiettivo legittimo di ritorno ad un sistema elettorale, che garantiva la rappresentanza molto meglio di quello attuale.

E’ molto condivisibile la scelta del Partito Democratico di presentare una propria proposta in Parlamento, tuttavia in assenza di un accordo tra le maggiori forze politiche di questo paese per una seria riforma del sistema elettorale e di quello istituzionale, la via referendaria è la strada più semplice per restituire ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti nel Parlamento.

Il Partito Democratico è anche figlio del sistema elettorale che negli anni ‘90 ha consentito la nascita dell’Ulivo e la costruzione del centro sinistra. Un sistema elettorale che soprattutto ha permesso il recupero del rapporto tra cittadini e classe politica, gravemente danneggiato negli anni di Tangentopoli.

Tornare indietro sarebbe allora tutt’altro che un ripiego.

Genova 10 anni dopo. Che resta di quei giorni

Genova 10 anni dopo. Che resta di quei giorni

Di Francesco Carnesecchi

Oggi, a 10 anni dai fatti di Genova molti di noi ricordano ancora la paura, lo sconforto, la rabbia di quei giorni confusi. Allora studiavo in Germania, a Bonn, ed i miei impegni personali sommati alla situazione oggettiva dei trasporti rendevano lo spostamento a Genova impossibile.

Restai a Bonn dove in quei giorni si stava svolgendo il vertice Onu sul clima. Presi parte ad una manifestazione che era originariamente pensata come strumento di pressione sugli Stati nazionali per fare di più per l’ambiente cercando un accordo più stringente sulla riduzione delle emissioni. La manifestazione, contemporanea a quelle di Genova, divenne invece un momento di dolore collettivo per l’aggressione della polizia italiana su un movimento mondiale e pacifico di cui, anche noi in Germania, ritenevamo di far parte.

La cosa che più mi colpì fu la possibilità che in poche ore dai fatti di Piazza Alimonda, a migliaia di kilometri di distanza, sulla Münsterplatz di Bonn, piazza principale di una città universitaria tedesca, i ragazzi posassero fiori e accendessero candele per ricordare Carlo Giuliani.

Questo episodio serve a spiegare come il nuovo mondo che apparve all’inizio del millennio non era quello che faceva ripiombare l’Italia ad una tensione che avevamo lasciato negli anni ’70 e portava nel mondo la minaccia del terrorismo globale. Quello del 2001 era un mondo dove non esistevano più i confini nazionali, non solo per i flussi di capitali e la merci, ma anche per le persone e le idee. Qualcuno lo aveva già compreso dopo il crollo del socialismo nell’Europa dell’est: di lì a pochi anni sarebbe nata una cittadinanza globale, capace di portare avanti le proprie istanze, organizzandosi in maniera completamente diversa rispetto ai grandi fenomeni di massa del novecento, sfruttando le nuove possibilità date dall’evoluzione dei mezzi di comunicazione.

Dunque ripensando a Genova oggi dovremmo cercare, per quanto sia difficile di separare le vicende giudiziarie legate alla gestione dell’ordine pubblico, su cui hanno una gravissima e responsabilità il Governo Berlusconi di allora, dalla politica. L’eredità di quei giorni dolorosi è invece il ruolo che questo grande movimento ha avuto nel mondo a partire dagli anni 90 nell’elaborazione di politiche nuove globali e nazionali. Dire “un altro mondo è possibile” sembrava allora un’affermazione estremista e radicale. Oggi potremmo dire che “un altro mondo è necessario” e troveremo d’accordo sia la sinistra riformista che una parte della destra liberale sulla necessità di ripensare il rapporto tra stato e mercato, la regolazione finanziaria ed infine il paradigma della crescita.

Alcune idee, certamente frammentate e sfumate su uno spettro di posizioni molto ampio, sembravano essere periferiche ed isolate. Oggi possiamo dire invece che queste idee sono divenute parte del discorso pubblico e in qualche caso dominanti, ovvero accettate e condivise dai cittadini come dalla élite politiche. E’ il caso ad esempio dei beni comuni e del recente risultato dei referendum abrogativi che hanno ricevuto un risultato impensabile 10 anni fa.

Una nuova maggioranza

Una nuova maggioranza

di Francesco Carnesecchi

Le sconfitte di solito sono orfane, le vittorie invece hanno sempre molti padri. I risultati di lunedì hanno portato, per la prima volta dopo sedici anni, i referendum ad essere di nuovo uno strumento di democrazia diretta, dove i cittadini possono intervenire nelle scelte pubbliche. Il governo si è comprensibilmente affrettato a minimizzare i risultati, separando il significato contingente da quello politico più generale. Se nessuno allora ha perso, i padri di questa vittoria sono molti: le opposizioni in senso plurale, i comitati per l’acqua che hanno lavorato per costruire una rete nazionale su un bene comune e soprattutto i singoli cittadini che hanno scelto di tornare ad essere protagonisti.

A Siena i sì all’abolizione della norma sulla retribuzione del servizio idrico, per dire, sono stati 25.524. Confrontando questo con i risultati delle ultime amministrative emerge come oltre 7 mila elettori che alle ultime elezioni avevano sostenuto forze alternative al centrosinistra hanno scelto di votare sì al referendum.

Il dato è ancora più rilevante al livello nazionale. Sempre nel referendum sulla tariffa del servizio idrico, quello che ha avuto l’affluenza più alta, i sì sono stati 26.130.637. Oltre 26 milioni di italiani insomma hanno riconosciuto questo tema, e gli altri, come proprio del dibattito nazionale, hanno compreso la rilevanza dei quesiti e si sono espressi in maniera netta. Un maggioranza nuova e larghissima, basti pensare che la coalizione a sostegno di Berlusconi nel 2008 aveva ottenuto alla Camera17.064.506 voti, quella a sostegno di Romano Prodi nel 2006, sempre alla Camera  ne aveva ottenuti 19.002.598.

Oggi, il primo sbaglio della politica sarebbe quello di considerare la consultazione di domenica e lunedì un referendum sul Governo, o meglio sul Presidente del Consiglio, una spiegazione semplicistica che nasce da una visione degli italiani incapaci di comprendere i quesiti referendari. C’è anche un segnale al Governo, ma non c’è solo questo, perché la vittoria referendaria non era una condizione necessaria per battere Berlusconi, ma soprattutto non è una condizione sufficiente a determinare una nuova alternativa di governo.

I referendum, e questi ultimi non sono stata un’eccezione, hanno una sia una portata limitata che una generale. Da una lato fanno sì che la “normativa di risulta” dopo l’abrogazione venga qualificata tra gli atti aventi forza di legge vincolando il Parlamento a non disciplinare in maniera identica la materia. Esiste poi una portata più generale e politica: consultare i cittadini su un determinato tema legato ma non necessariamente circoscritto al quesito dando un segnale sul sentimento del paese che le forze politiche non sempre sono in grado di cogliere.

Sull’acqua, l’energia, e la giustizia gli italiani si sono dunque espressi in maniera chiara. Se nel caso del nucleare, dopo i tristi fatti del Giappone, il risultato era abbastanza atteso non così nel caso dell’acqua. Eppure i referendum sull’acqua e sui servizi sono stati quelli che hanno avuto il quorum più alto e la percentuale di sì relativamente più alta. Si tratta di messaggi chiari, dopo anni in cui la gestione privata veniva presentata come l’unica strada possibile verso l’efficienza dei servizi pubblici ed il nucleare come il progresso, i cittadini hanno scelto diversamente.

Trasformare questa ritrovata maggioranza in una coalizione di governo non deve però tradursi in una discussione sulla geometria delle alleanze o sull’ingegneria istituzionale. Al contrario al centro sinistra tutto, ed  al Partito Democratico in particolare, spetta il compito di farsi interprete di questi segnali e lavorare ad un nuovo progetto per il paese. Un progetto culturalmente alternativo al centrodestra, ma profondamente diverso delle risposte offerte dal centrosinistra negli ultimi quindici anni.

Il vero segnale da cogliere da questo referendum, allora, è che cambiare il paese è ancora possibile.

Dare e Avere

Dare e Avere

di Luigi Dallai

Il ritornello dello scettico è lo stesso da anni: “Ti ammiro per l’impegno, ma non riuscirai a cambiare niente”. Dunque perché impegnarsi? Perché fare politica in un partito che in molti vorrebbero votare, in moltissimi sentono come il partito appropriato per rispondere alle sfide del presente, ma che sembra non riuscire a decollare? La risposta è semplice e sta esattamente nel credito ognuno dà all’attività politica. Se è ancora interessante dedicare tempo ed energie per cercare di cambiare le cose, ecco che lo si fa. Se al contrario si ritiene che le cose non siano modificabili e dunque non ci sia gusto a provarci, si fa altro. Mi domando quanti elettori del centrosinistra, in questi giorni a Milano, magari dopo anni di amarezza e disillusione, possano davvero essere tentati dal disimpegno. La sensazione è che siano pochi, e che davvero un uomo perbene come Pisapia, dopo aver ricreato armonia in un centrosinistra poco avvezzo alla discussioni politiche, possa smuovere il primo sassolino della valanga che travolgerà il berlusconismo. A Milano assistiamo alla lotta di Davide contro Golia, e con essa al confronto di due stili politici molto diversi. Sarebbe un bel segnale per l’Italia se vincessero la sobrietà e l’impegno al posto della ricchezza e delle promesse di appalti. Riporto dal sito di Giuliano Pisapia: “La cultura stimola la formazione di un pensiero critico autonomo nei cittadini, combatte l’assuefazione ai luoghi comuni, mette in movimento idee e pensieri.  Come l’ossigeno è indispensabile al cuore perché crea occasioni di felicità condivise, realizza un senso di appartenenza ad una comunità, indipendentemente da condizionamenti sociali o etnici, abitua al confronto e al dialogo”.

Noi che candidiamo Siena ad essere Capitale della Cultura del prossimo futuro dobbiamo assumere queste parole come impegno per il presente, perché le occasioni per una crescita economica della nostra città passano inevitabilmente dalla crescita sociale, e quindi culturale, dei singoli cittadini.

A Siena, nella civilissima Siena, anche se mascherato dall’attivismo pre-elettorale, permane un diffuso sentimento di distacco dalla partecipazione politica. Sembra incredibile che in una città dove l’associazionismo, le forme di aggregazione, la vicinanza cittadino-politica sono particolarmente pronunciate, il confronto politico rischi di essere poco percepito dalla maggioranza dei cittadini. Il PD ha cercato di mettere in campo i suoi uomini migliori. Franco Ceccuzzi è il candidato a Sindaco, e forse l’unico che poteva accettare una sfida così impegnativa. Non tanto per il valore degli avversari, purtroppo modesto nel progetto e nelle forme di aggregazione politica; quanto per le difficoltà che si troverà ad affrontare nella gestione del Comune una volta sperabilmente eletto. Dipenderà da lui il livello di progettualità che questa campagna elettorale saprà esprimere. La figura del nostro candidato sindaco ha sorpreso chi non lo conosceva, ed è cresciuta nel rapporto con i cittadini e con i bisogni della città. A suo sostegno le liste della coalizione, ma soprattutto la lista del PD, che davvero sembra competitiva. Dipenderà dal successo del PD la stabilità del Consiglio Comunale, e anche dal tasso di responsabilità che ogni candidato consigliere saprà esprimere nel corso della campagna elettorale, e anche dopo. E dunque dipenderà da ognuno di noi, che abbiamo deciso di impegnarci in questa difficile competizione. Poi, sarà compito del partito cittadino far sì che il gruppo consiliare traduca in atti amministrativi ciò che verrà elaborato e proposta a livello politico. Ovvero che il partito e il gruppo consiliare svolgano ruoli diversi ma complementari.

Il programma di Franco Ceccuzzi è quello di chi ha voluto calarsi nel ventre della città, di coglierne gli aspetti meno evidenti, che costituiscono l’anima di Siena: non solo gli argomenti da prima pagina, che pure ci sono e marcano una discontinuità con il recente passato, ma anche quella rete di attività sociali, culturali, economiche che si intrecciano ed il cui deteriorarsi ha contribuito alla mutazione di settori importanti della città, nel centro storico come nei quartieri esterni alle mura. Per dirla con una battuta, fare politica a livello amministrativo è più complesso che additare qualche comunità straniera come responsabile dell’impoverimento culturale e commerciale di Siena. I temi delle Amministrative si assomigliano in ogni città perché simili sono i problemi delle società moderne. Cambiano profondamente il livello da cui si parte per risolverli e la qualità degli amministratori. Pur con dei limiti oggettivi, negli anni passati a Siena è stato fatto molto per mantenere la città ad un alto grado di vivibilità. Adesso dobbiamo pensare alla Siena dei prossimi venti anni, e in primo luogo dobbiamo porci il problema di dove collocare la nostra città non solo in termini di bellezza e di vivibilità secondo i parametri del benessere e della qualità della vita definiti da altri. Dobbiamo infatti capire se i parametri che ci collocano ai vertici della vivibilità su scala nazionale tendano inevitabilmente a soddisfare  i bisogni presenti di fasce limitate (e privilegiate) della città. Dobbiamo cioè fare attenzione a non cadere in un ragionamento circolare secondo cui a Siena si deve produrre, culturalmente, socialmente, e dunque economicamente, soltanto quello che riusciamo ad immaginare per noi stessi. Il pericolo è quello di rimanere fiduciosi ed orgogliosi di ciò che siamo stati, ma inevitabilmente miopi di fronte ad un progresso che non riusciamo ad identificare nei suoi contorni. Nei prossimi decenni Siena sarà ciò che saremo capaci di pensare e di essere noi stessi in primo luogo. E dunque sarà quello che impareremo dalle risorse umane che riusciremo ad attrarre nel nostro territorio. Lo sforzo di Siena dovrà essere quello di una grande apertura culturale e tecnologica e al tempo stesso di una grande attenzione alla sua bellezza ed al suo ambiente. E per fare ciò è necessario rompere le rendite di posizione che favoriscono l’esatto opposto dei nostri bisogni: il consumo di territorio e l’omologazione culturale. Interroghiamoci su quale potrà essere il modello per i giovani senesi nei prossimi decenni, e a quali domande tale modello dovrà rispondere. Ognuno di noi avrà una propria risposta a questa domanda, ma ogni risposta dovrà tenere in considerazione la possibilità che i senesi possano giocare un ruolo in Italia e in Europa e non debbano rinchiudersi dentro una città che non hanno costruito loro. In definitiva, è solo un questione di valutare quanto ognuno di noi e di coloro che saremo chiamati a votare abbia dato e quanto preso da questa meravigliosa città.

*Foto Edgar Barany

Parola chiave: “Indignazione”

Parola chiave: “Indignazione”

di Giancarlo Pagliai

C’è un’Italia diversa da quella rappresentata dal Presidente del Consiglio e da i suoi mezzi di informazione.

C’è un paese che non è solo il paese di Scilipoti e di Borghezio.

Ci sono giovani che non credono che  partecipare a un reality  sia l’unico modo per vedere realizzati i propri sogni.

Ci sono tanti cittadini  profondamente indignati per tutto quello che sta succedendo intorno a loro.

Siamo indignati nel vedere un Parlamento ingessato a discutere solo e soltanto di quella, che con presunzione viene definita riforma della Giustizia, mascherando miseramente l’unico vero obiettivo, quello di salvare una sola persona dai processi in corso, causando danni irreversibili per tanti altri procedimenti penali, uno per tutti il processo sulla Strage alla stazione di Viareggio.

Quanti sono a conoscenza del pericolo che può arrivare per la nostra democrazia dalla prescrizione breve e dal bavaglio messo alle indagini della magistratura dalla assurda legge sulle intercettazioni?

Ormai Berlusconi è sempre più simile a Cluenzio, spero per il paese, anzi ne sono convinto, che l’avvocato Ghedini non è paragonabile a Marco Tullio Cicerone.

Siamo indignati nel vedere parlamentari che dovrebbero sventolare alta la bandiera dell’onestà e della moralità, far finta di credere, solo per il proprio tornaconto personale, che una giovane ragazza  viene pagata  per non indurla alla prostituzione, e pronti a credere alla ridicola versione che il Premier ha agito nel pieno rispetto delle sue funzioni perché convinto  si trattasse della nipote di Mubarak.

Nemmeno il grande Totò, nonostante la sua brillante fantasia sarebbe arrivato a tanto.

Siamo indignati nell’assistere al comportamento esecrabile di chi, anziché cercare di risolvere i problemi dei giovani, li invita a casa propria per esaudire le proprie maniache ossessioni o racconta loro aneddoti e barzellette che ormai fanno ridere solo lui, Emilio Fede e Lele Mora.

Siamo indignati sentendo ministri della Repubblica che risolverebbero il problema dei clandestini gettandoli in mare o sparando loro prima che approdino sulle nostre coste alimentando paura e violenza, così come sosteneva Don Luigi Ciotti dichiarando testualmente:

-È come se ci sentissimo tutti su una nave in balia delle onde, e sapendo che il numero delle scialuppe è limitato, il rischio di affondare ci fa percepire il nostro prossimo come un concorrente, uno che potrebbe salvarsi al nostro posto. La reazione è allora di scacciare dalla nave quelli considerati “di troppo”, e pazienza se sono quasi sempre i più vulnerabili.-

Ecco, io vorrei risolvere il problema aumentando il numero delle scialuppe e non diminuendo il numero di coloro che ne potrebbero usufruire.

Siamo indignati quando un gruppo di persone, che a mio parere non va frettolosamente derubricato come uno sparuto gruppo  di imbecilli, offende sistematicamente una giocatrice di basket solo perché ha una pelle di colore diverso dalla loro.

Pensate quanto è bello un abbraccio tra persone di etnia e di colore  diversi, è l’emblema dell’accoglienza e della contaminazione culturale, un arricchimento per tutti.

Siamo indignati per l’arroganza di questo governo che, con un atto di inaudito cinismo, ha istituito la Giornata degli Stati vegetativi  il 9 febbraio, cioè nello stesso giorno della ricorrenza della morte di Eluana Englaro, che in quel  tragico stato è stata per ben 6.233 lunghissimi giorni.

6.233 interminabili giorni vissuti con grande dignità dal padre Beppino e dalla Madre Saturna, ai quali va tutta la mia solidarietà e il mio affetto più sincero.

Siamo indignati  di fronte  alle dichiarazioni di un autorevole esponente politico  quando  paragona il Testamento Biologico alla famigerata RUPE TARPEA.

Tutto questo quando al Senato si sta discutendo una proposta di legge sulle volontà anticipate di fine vita presentata dal senatore Calabrò del PDL, nella quale si sostiene che la volontà espressa dal cittadino non è vincolante, dove si sostiene che è determinante  il parere del medico, dove si sostiene che non è possibile interrompere l’alimentazione e l’idratazione, omettendo molto spesso di aggiungere l’aggettivo artificiale, come se non si trattasse di una terapia ma di alimentare un malato in stato vegetativo con del cibo che si compra all’alimentari sotto casa.

Siamo indignati se a un disabile non viene garantito il rispetto, negandogli la possibilità di poter accedere là dove tutte la altre persone possono accedere.

Siamo indignati se una persona viene umiliata, offesa, picchiata solo perché di un orientamento sessuale diverso dal proprio. Perché Cardinale Bagnasco anziché sponsorizzare e sollecitare l’approvazione di una  legge aberrante come è quella presentata dal PDL sul Testamento biologico, non sponsorizza e sollecita l’approvazione di una legge contro l’omofobia, anziché considerare l’omosessualità una malattia degenerativa?  Dove è l’umana pietà che spesso predicate, ma non sempre applicate?

E si vergogni il sottosegretario Giovanardi che vede in un manifesto pubblicitario dell’Ikea un grave attentato alla Costituzione, quella stessa Costituzione che quotidianamente viene oltraggiata e vilipesa da autorevoli esponenti del governo e del suo stesso partito.

Siamo indignati se una donna non può avere le stesse opportunità di un uomo nella vita lavorativa:

- l’Italia, con il suo misero 2% è penultima in Europa, davanti solo al Portogallo per il numero di donne occupate nei CDA delle aziende quotate in Borsa, nonostante ricerche e statistiche dimostrino che le aziende guidate da una donna funzionano e rendono  meglio di quelle guidate da uomini-.

Siamo indignati se una coppia di conviventi che si ama, così come si ama una coppia regolarmente sposata, non può avere i loro stessi diritti, quale è la differenza tra di loro, perché discriminare anche gli affetti?

Oggi quando esco da qui potrei essere una donna, un omosessuale, una persona con la pelle nera, un convivente, un disabile, un malato terminale in stato vegetativo, ebbene in nessuna di queste identità vedrei tutelati i miei diritti più naturali.

Per questo io sono profondamente indignato,  e  VOI??

Giancarlo Pagliai

(Responsabile PD Siena per i Diritti civili)

Una giornata di neve sulla politica

Una giornata di neve sulla politica

Di Luigi Dallai

Le previsioni davano neve e puntualmente la neve è arrivata determinando la giornata campale di un sistema di trasporti ormai al collasso. Le strade toscane, quelle su cui l’ANAS vuole mettere il pedaggio, chiuse per impraticabilità.

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Repressione

Repressione

Di Manuel Menzocchi

L’idea che, proprio ieri, il nostro gioioso Ministro del Welfare abbia rabbiosamente tuonato REPRESSIONE ci induce ad una serie di considerazioni che portano in primo piano anche questioni di politica locale.

Ma andiamo per ordine. Ci sono delle giornate particolari, sono quelle che per la loro intensità estendono la propria durata ed incarnano, manifestandoli, tanto lo spirito, quanto le contraddizioni di un intero periodo; sono momenti in cui le immagini e gli eventi perdono il freddo incedere della cronaca per far emergere riflessioni più profonde e normalmente trascurate. La giornata di ieri può essere, a pieno titolo, considerata una di queste ed adesso, prescindendo la puntuale presentazione degli eventi, ci apprestiamo a ricercare nessi, legami, collegamenti che costituiscono la polpa della conoscenza.

Partiamo da qualche immagine e dalla già citata parola REPRESSIONE: le conversioni inaspettate al rifiuto della sfiducia, il tabellone con i risultati della votazione, la tarantella della Mussolini e fuori studenti, aquilani, operai, precari, donne e uomini che sfilano, poi Roma e i bastoni, le auto che bruciano, i manganelli, una pistola. AMAREZZA, è questo il primo sentimento, ma è intimo e deve essere superato, anche se ricompreso nell’analisi.

Se da una parte ieri è andata in scena l’estrema e grottesca resistenza di un governo che, con l’esperta arte dell’illusionismo, ha costantemente ignorato e deformato le questioni sociali che la crisi ha prodotto o esacerbato, un governo che ha ingessato e plasmato il paese agli interessi ed alle beghe del CAPO, che ha anestetizzato e incanalato una disorientata opposizione sui suoi strumenti, sul suo linguaggio, sulla sua esistenza. Dall’altra abbiamo visto e vissuto un’Italia meno pasciuta e più disperata, il suo dolore e la sua protesta, accompagnata dall’esplodere della violenza dei volti coperti e dei bastoni branditi di alcuni gruppi di persone.

Ormai da qualche anno le richieste di giustizia, trasformazione, aiuto, disperazione di alcuni settori della società italiana trovano come possibili risposte da parte del Governo: politiche che accentuano le disuguaglianze; chiusura fatta di accuse di disfattismo, pessimismo, conservatorismo o ottusità (come è successo agli studenti che hanno inutilmente e reiteratamente richiesto un incontro con Ministro dell’Istruzione); splendidi sorrisi e promesse pronunciate con tono caldo e rassicurante dando il proprio lato migliore alle telecamere, salvo poi essere puntualmente disattese nel mondo vero che, come si sa, non è poi così importante.

Il PD, dal canto suo, qualcosa fa, ma timidamente: incontra, sostiene, scrive, ma manca del coraggio di promuovere un progetto  alternativo, realistico, deciso, complessivo che tenti di affrontare la fitta e complessa società contemporanea ascoltando prima di tutto i deboli, quelli che nella superficiale e cinica Italia berlusconiana trovano posto solo come oggetti della magnanima carità del capo. Pensiamo ad Ed Miliband che ha affermato la necessità di costruire un complessivo progetto di governo già nei suoi primi momenti da leader dei laburisti inglesi all’opposizione e facciamo nostro l’impegno di trasformare tensioni e depressioni in speranza, in progetto condiviso, partecipato, raccontato, se non nel luccicante mondo della televisione, nei mille ambienti della realtà.

Avevamo iniziato con il Ministro del Welfare che dissennatamente invoca la REPRESSIONE ed adesso capiamo che, una sottile e pervasiva repressione è già in atto e si concretizza in quel rapporto di forza perpetuo che ci invita ad ignorare pubblicamente le reali questioni sociali in campo, le proposte di chi sopravvive nella realtà, le richieste di trasformazione che provengono da precisi settori sociali e ci spinge privatamente nella logica del farci i fatti nostri di cui il Presidente del Consiglio appare un fulgido campione.

Individui invisibili e mansueti o singoli devianti, questo nella logica della repressione devono diventare i precari a vita, gli aquilani che hanno visto uccisa due volte la loro città, gli operai che perdono diritti e lavoro, i giovani, le donne e gli uomini disoccupati, gli studenti medi e quelli universitari che difendono l’istruzione pubblica, i ricercatori che sono la fonte dell’innovazione nel paese, i campani che continuano ad essere sommersi dalla spazzatura, i disabili che vedono eroso il loro diritto allo studio ed all’integrazione, gli immigrati e i poveri, nuovi o vecchi che siano.

Allora proprio partendo dalla realtà locale, dalla quotidianità più vicina dobbiamo opporci alla repressione attraverso politiche attente che mirino alla partecipazione come fondamento di un programma amministrativo orientato al miglioramento della città. Contro l’anestesia mediatica dobbiamo sentire che ci interessa il generale miglioramento della qualità della vita, lo stato di noi stessi e del nostro prossimo, i progetti di trasformazione delle nostre istituzioni o della nostra città, certo, è faticoso, ma ci interessa, nella convinzione che i grandi miglioramenti si conquistano insieme.

Ed ancora, contro la repressione, potremmo cominciare ad informarci e ad incontrare gli studenti denunciati a Siena nei giorni scorsi per occupazione o blocco del traffico e cercare di creare un terreno di comunicazione che ci aiuti a capire la loro distanza dai partiti; potremmo intervenire come amministrazione, come partito o come singoli per risolvere il problema di quelle famiglie che vivono nelle roulottes, anche a Siena; potremmo accompagnare il percorso della Consulta dell’handicap nella sua battaglia per il diritto all’Integrazione, fino alla Corte Europea se necessario; potremmo tenere vivo quello spirito di attenzione e partecipazione che la città già in passato ha mostrato, ad esempio contro la pena di morte, per dare il nostro particolare contributo ad una politica migliore.

Foto: Rai News

La città dei democratici

La città dei democratici

Il percorso che il Partito Democratico della città ha scelto per individuare il proprio candidato a Sindaco, ha visto la convocazione dei 17 circoli della città per pronunciarsi sui nomi dei possibili candidati e per proporre idee per la città. Abbiamo elaborato un documento con le nostre proposte che abbiamo presentato in diversi circoli e i cui contenuti sono serviti da spunto per molti interventi.

Qui sotto trovate la versione che è stata presentata alla direzione comunale del PD e che è stata pubblicata nel Corriere di Siena di domenica 28 novembre.

Clicca qui per la versione più lunga che è stata sottoposta agli organismi dirigenti del PD e al candidato a sindaco

Nella primavera del 2011 i senesi eleggeranno un nuovo governo della città, in uno scenario caratterizzato da condizioni economiche e sociali ben diverse rispetto al passato. Il voto delle elezioni amministrative avverrà in un quadro politico nazionale confuso, dove il governo Berlusconi, incapace di affrontare i problemi del paese, avrà forse preso atto del proprio fallimento.
Sappiamo che esiste un elettorato progressista critico nei confronti del dibattito politico, propenso all’astensione oppure orientato verso un voto di protesta.

Noi crediamo che il Partito Democratico possa ancora essere il progetto che riporti gli italiani a credere nella politica come strumento per cambiare le cose e migliorare la vita delle persone. Noi pensiamo che forza di governo del centro sinistra che amministrerà la città, ed il paese, dipendano dalla forza e dal successo del Partito Democratico.

Queste sono alcune proposte discusse nelle assemblee di circolo di questi giorni e che vorremmo sottoporre all’attenzione dell’Assemblea Comunale del Partito Democratico

Un nuovo governo della città. Come affermato nel documento approvato dalla Direzione Comunale, il PD della città dovrà sottoporre “al giudizio elettorale della città una nuova classe dirigente che si misuri per la prima volta con il governo cittadino”. Chiediamo al candidato sindaco parità di genere nella composizione della giunta comunale, e che quest’ultima sia anagraficamente, socialmente e culturalmente eterogenea.

Il Partito Democratico ha un codice etico chiaro che garantisce i nostri elettori rispetto all’autonomia della politica dagli interessi privati e garantisce candidature limpide tramite un sistema di condizioni ostative. Nell’attuazione del codice etico chiediamo di seguire quella che è una prassi di molti paesi europei: domandare ai propri amministratori e rappresentanti di sottoscrivere all’atto della candidatura una dichiarazione sulla propria situazione lavorativa, patrimoniale e associativa.

Sapere e conoscenza, chiave del nostro sviluppo. I tagli alla cultura, alla scuola, all’Università, mostrano l’incapacità del governo nazionale di lavorare per il futuro del Paese. Le città italiane, e Siena in particolare, sono da sempre città dei saperi e delle conoscenze. La ripresa economica e la creazione di nuova occupazione non può che passare dall’investimento nella cultura, intesa nel suo significato plurale di conservazione, produzione e trasmissione. Questo comprende la valorizzazione dei beni artistici ed architettonici, la tutela del paesaggio, la difesa dei prodotti agroalimentari tradizionali ed ad indicazione geografica tipica. Cultura significa anche creazione di nuova conoscenza attraverso la ricerca, quindi rilanciando i settori più dinamici della nostra comunità a cominciare dai nostri due atenei, laboratorio del nostro futuro. Cultura che passa anche dal sostegno alla scuola pubblica, che il Comune, nel rispetto delle proprie prerogative, deve garantire nella forma di servizi a tariffe agevolate, e dove necessario, nell’attivazione di forme di supporto alle famiglie e ai  bambini in difficoltà. Cultura infine intesa come trasmissione della conoscenza e del sapere, quindi attraverso politiche capaci di promuovere le nostre eccellenze nel mondo.

Il lavoro, motore della crescita. Siena è destinata a dover affrontare una fase in cui sia i trasferimenti da parte dello stato sia le erogazioni della Fondazione MPS saranno inferiori a quanto ricevuto finora. Di fronte a risorse limitate Siena dovrà necessariamente mantenere i servizi essenziali senza deprimere l’economia.

La generosità dei senesi rispetto alle generazioni future  destinerà le erogazioni della Fondazione per investimenti produttivi piuttosto che per il bilancio corrente. Lo sforzo che la politica dovrà fare sarà dunque quello di sostenere le imprese che potranno garantire un’offerta lavorativa a figure altamente professionalizzate e specializzate. Pensiamo che Siena possa ospitare incubatori scientifici rivolti a discipline diverse, che attraggano dalla Toscana le competenze migliori.

I diritti della persona al centro della politica. Siena è una città democratica ed accogliente. In nessun caso potranno essere tollerate le politiche discriminatorie che troppo spesso ricorrono nel dibattito politico nazionale. Anche gli immigrati che scelgono di vivere nella nostra città devono sentirsi i genitori dei senesi di domani. A loro va garantita una piena integrazione. La società italiana sta mutando profondamente, e anche a Siena non deve mancare particolare attenzione ai diritti, uguali per tutti: senza discriminazioni di genere, di religione, orientamento sessuale, salute. Anche a Siena come in altri comuni della nostra provincia sia istituito un registro delle volontà di fine vita.

Il nostro territorio, la nostra ricchezza. Siena è cresciuta e continuerà a crescere nei prossimi anni. Tuttavia se è vero che una parte cospicua delle nuove costruzioni realizzate dovranno intervenire su un mercato insostenibile anche per le famiglie medie, dobbiamo rilevare che a fronte della presenza sul mercato di nuove strutture non si è rilevata una vera crescita dei residenti né determinando l’effetto calmieratore atteso.

In un momento in cui molti comuni hanno deciso di sviluppare piani senza consumo del territorio, Siena deve chiedersi se davvero una ulteriore e massiccia immissione sul mercato di nuove abitazioni nei prossimi anni come previsto dagli strumenti approvati o in corso di approvazione da parte del Consiglio comunale, sia necessaria, o se invece impoverirà il patrimonio paesaggistico che costituisce il componente fondamentale della nostra ricchezza.

La politica come servizio civico. Come ha affermato il presidente della regione Toscana Enrico Rossi, dobbiamo tornare a concepire la politica come “servizio civico”. Questo significherà sostituire le indennità con gettoni di presenza ma soprattutto ripensare i criteri di selezione per scegliere i componenti nominati dalla pubblica amministrazione, facendo prevalere il merito.

Noi sosteniamo l’attuale forma statutaria della Fondazione MPS e crediamo che spetti al Sindaco motivare le proprio scelte sulla composizione della deputazione e allo stesso temo crediamo chi è indicato per nomina pubblica debba rendere trasparenti i propri atti e sottoporli alla valutazione dei cittadini.

*Foto Edgar Barany

Siena 2011, la città dei democratici



Cittadini e politica: leali ma non conformisti

1. La politica come “servizio civico”.

2. Il nostro codice etico.

I contenuti:

1. Ambiente e territorio

2. Lavoro e Sviluppo

3. Conoscenza e sapere

4. La persona e la politica.

Cittadini e politica: leali ma non conformisti

Cittadini e politica

  • La politica come “servizio civico”
  • Limiti nelle retribuzioni e nel cumulo degli incarichi
  • Rispetto e promozione del codice etico.
  • Ricambio e rispetto della parità generi nella composizione del consiglio comunale

Il Partito Democratico è nato con lo scopo di riportare tra gli italiani la fiducia nella politica. In un momento in cui i partiti politici non godono di particolare fiducia tra i cittadini, dopo un decennio di campagne mediatiche di Berlusconi condotte cavalcando l’antipolitica, dopo la constata impossibilità per l’Italia di riconoscersi in un governo di centrosinistra stabile a causa della frammentazione del nostro schieramento, un nuovo progetto politico doveva riportare i democratici e i riformisti sotto le stesse bandiere, rispondendo alle esigenze del paese di unità e ritrovata governabilità.

Oggi dopo tre segretari ed una serie di sconfitte elettorali questo progetto è messo a dura prova. Eppure noi continuiamo a credere che un Partito Democratico forte sia l’unica alternativa al governo delle destre e all’ingovernabilità della vecchia coalizione di centro sinistra.

Sappiamo che esiste un elettorato progressista critico nei confronti del nostro partito, propenso all’astensione oppure orientato verso un voto di protesta in favore di liste che impropriamente cercano di connotarsi alternative al sistema, ma che finiscono per parlare il linguaggio delle destre ed in qualche caso di esprimere contenuti simili alle stesse.

I risultati delle ultime elezioni regionali hanno mostrato che prima ancora dei confini delle alleanze del centrosinistra è il consenso verso il PD a determinare la vittoria del centrosinistra. Dove il PD riesce a recuperare il suo elettorato critico il centrosinistra vince.

Oggi di fronte alla crisi della maggioranza parlamentare che sostiene Berlusconi, solo un Partito Democratico capace di mobilitare intorno ad un progetto riformista gli italiani altrimenti orientati verso l’astensione o il voto di protesta possiamo costruire l’alternativa ad un ennesimo governo delle destre.

Nella prossima primavera, indipendentemente dal destino del governo Berlusconi, i cittadini senesi saranno chiamati ad elegge i governo della città.

Noi crediamo che per il radicamento sul territorio, per il numero di iscritti, le responsabilità di governo, e per il dialogo intessuto con i cittadini, il Partito Democratico sia davvero il partito della città. Pensiamo che  un dibattito aperto tra militanti e dirigenti sia indispensabile per consolidare il PD nei luoghi di lavoro e sul territorio.

Per noi è evidente come la sfida lanciata a Siena da forze che si presentano con tanta disinvoltura come il cambiamento sia invece lo strumento di riproposizione di facce ben conosciute in città.

Noi crediamo che al partito della città spetti nei prossimi mesi sfidare l’opinione spesso diffusa che la politica sia utilizzata per l’affermazione di gruppi o per la promozione personale piuttosto che come amministrazione della cosa pubblica.

Noi pensiamo che sia compito del Partito Democratico dimostrare che la politica è fatta di contenuti e di proposte, che queste possano essere discusse in modo “leale ma non conformista”, e che solo con un Partito Democratico aperto, libero e forte avremo una Siena migliore.

Abbiamo identificato alcuni elementi che riguardano il rapporto tra cittadini e politica ed alcuni contenuti che proponiamo alla valutazione delle assemblee di circolo perché diventino patrimonio comune nel sostegno al candidato sindaco:

1. La politica come “servizio civico”.

Come ha affermato il presidente della regione Toscana Enrico Rossi, dobbiamo tornare a concepire la politica come “servizio civico”. Questo non significherà soltanto sostituire le indennità con gettoni di presenza come giustamente ha fatto il presidente Rossi, ma anche ripensare i criteri di selezione per scegliere i componenti dei consigli di amministrazione di fondazioni, società ed enti collegati alle amministrazione locale, criteri che devono essere fondati su dimostrate competenze, evitando allo stesso tempo il cumulo degli incarichi.

Per non lasciare inevasa una questione molto spesso usata strumentalmente, noi sosteniamo l’attuale forma statutaria della Fondazione MPS, perché riteniamo che i principi che l’hanno ispirata siano tuttora validi e rispondano all’esigenza di una gestione della Fondazione orientata agli interessi della collettività. Pensiamo che spetti al Sindaco motivare le scelta sulla composizione della deputazione e che chi è indicato per nomina pubblica debba rendere trasparenti i propri atti e sottoporli alla valutazione dei cittadini nelle forme che il Sindaco ed il Consiglio Comunale riterranno idonee.

Il percorso di costruzione della coalizione di centro-sinistra che il Segretario del PD cittadino sta perseguendo tende in maniera chiara a delineare un governo della città che si regga su una solida alleanza delle forze riformiste. Come sottolineato nel documento approvato dalla Direzione Comunale, il PD della città dovrà sottoporre “al giudizio elettorale della città una nuova classe dirigente che si misuri per la prima volta con il governo cittadino”.

Chiediamo al candidato sindaco parità di genere nella composizione della giunta comunale, e che quest’ultima sia anagraficamente, socialmente e culturalmente eterogenea.

2. Il nostro codice etico.

Il Partito Democratico ha un codice etico chiaro che garantisce i nostri elettori rispetto all’autonomia della politica dagli interessi privati e garantisce candidature limpide tramite un sistema di condizioni ostative alla candidatura. Nell’attuazione del codice etico chiediamo di seguire quella che è una prassi di molti paesi europei: domandare ai propri amministratori di sottoscrivere una dichiarazione sulla propria situazione lavorativa, associativa e patrimoniale. Poiché riteniamo che il rapporto di fiducia tra appartenenti allo stesso partito sia prioritario, chiediamo che siano i candidati stessi a valutare autonomamente e dunque a fornire in piena coscienza le informazioni che ritengono di stretta pertinenza con i ruoli politico-amministrativi a cui si candidano. A nostro avviso queste informazioni possono essere le medesime che vengono comunque rese accessibili anche in Italia nel momento in cui il candidato viene eletto nell’ente di riferimento.

  • Al fine di marcare la differenza tra i candidati del PD e quelli degli altri partiti, noi proponiamo dunque che i nostri candidati nelle liste per il Consiglio Comunale alle elezioni amministrative del 2011 rendano disponibili in forma pubblica alcune informazioni sul proprio profilo già in campagna elettorale.
  • Nel rispetto del codice etico del nostro partito chiediamo ai candidati di dichiarare eventuali questioni aperte con la giustizia.
  • Al fine di rendere di candidature libere da ogni condizionamento chiediamo ai nostri candidati di dichiarare eventuali nomi di finanziatori o sottoscrittori alla propria campagna elettorale.
  • Ai nostri candidati chiediamo inoltre di chiarire se la propria situazione lavorativa e/o patrimoniale possano sollevare eventuali conflitti di interesse con il proprio mandato e quale modalità intendano perseguire per affrontare la questione.
  • Chiediamo di dichiarare gli incarichi lavorativi e l’eventuale presenza in cariche di nomina pubblica, e di  menzionare l’eventuale adesione ad associazioni e l’iscrizione a sindacati.
  • Nel caso in cui il candidato fosse anche datore di lavoro chiediamo lui di dichiarare di essere in regola con tutte le norme che tutelano i diritti dei lavoratori.

I contenuti: territorio, lavoro, conoscenza, diritti.

Territorio, lavoro, conoscenza, diritti

  • Valorizzare la bellezza come origine della nostra ricchezza e chiave del nostro futuro
  • Fondare il futuro della città sul lavoro e l’impresa piuttosto che sulla crescita immobiliare
  • Rivolgere le risorse esterne disponibili in investimenti piuttosto che per compensare il bilancio corrente.
  • Siena, città dei saperi e delle conoscenze
  • Siena città dei diritti, aperta ed accogliente

1. Ambiente e territorio

Prima dei candidati, dei partiti o delle coalizioni vengono i contenuti e le politiche. Noi crediamo che sia stata riposta troppa fiducia da parte delle amministrazioni passate nella crescita continua del valore immobiliare quale volano per la crescita economica complessiva.

Di fronte a una popolazione cittadina sempre più anziana e sempre più bisognosa di servizi dedicati è stato giusto cercare di riequilibrare la bilancia demografica dando possibilità ai giovani e alla nuove famiglie di trasferirsi nel comune di Siena piuttosto che nei comuni limitrofi. Tuttavia se è vero che una parte cospicua delle nuove costruzioni realizzate e via di realizzazione dovevano intervenire su un mercato (quello della compravendita immobiliare e degli affitti) insostenibile anche per le famiglie medie, dobbiamo rilevare che a fronte della presenza sul mercato di nuove strutture non si è rilevata una vera crescita dei residenti.

La crescita dell’offerta immobiliare è avvenuta senza però determinare un vero effetto calmieratore sul prezzo delle case e senza produrre un aumento significativo della popolazione residente. Questa constatazione ci consente di fare due osservazioni importanti che spingono nella direzione di una revisione delle politiche abitative e della gestione dell’ambiente e del territorio.

La prima osservazione è che probabilmente molte delle nuove costruzioni non hanno avuto la destinazione sperata. Si sono invece trasformate in beni di investimento per privati, residenti e non, e per società che hanno considerato il territorio senese come un’appetibile opportunità speculativa. Si tratta dunque di una politica distributiva dove gli spazi del territorio appartenenti al pubblico o ai privati vengono trasformati in volumi destinati ad un mercato particolarmente redditizio, creando ricchezza per i proprietari dei terreni, per i costruttori e infine per gli investitori. Se questa politica distributiva ha portato risorse necessarie nelle casse comunali sotto forma di oneri di urbanizzazione e di tassazione sui nuovi immobili, non ha tuttavia contribuito a creare una ricchezza che rimanesse davvero nel territorio: le imprese di costruzione si affidano a manodopera esterna, magari subappaltando in quel mercato che potremmo definire “grigio” che è l’edilizia, non fanno crescere la professionalità delle imprese locali e alimentano un mercato al ribasso della manodopera.

La seconda osservazione che possiamo fare è che probabilmente la domanda di nuove costruzioni da parte di singole famiglie a scopo abitativo era quantomeno sovrastimata. Siena ha perso tra gli anni ‘70 e l’inizio degli anni 2000 quasi 10.000 residenti. E’ stato imputato l’esodo dei cittadini anche al costo degli immobili e all’assenza di contratti di locazione a buon mercato. In realtà la popolazione residente è invecchiata, e l’indice di natalità è tendenzialmente basso. A differenza di alcuni comuni limitrofi (Val d’Elsa, Val d’Arbia) Siena non ha visto l’arrivo di una popolazione immigrata di dimensioni considerevoli. Ma a Siena, l’invecchiamento demografico della popolazione è stato causato anche da un silenzioso esodo di giovani e adulti in cerca di lavoro. Nonostante la presenza di importanti istituzioni bancarie, di grandi aziende del settore bio-medicale, di un grande ospedale, e di un ateneo di medie dimensioni Siena non è stata in grado di offrire opportunità a tutti i giovani che sono entrati nel mercato del lavoro, sia diplomati che laureati.

Al di là dei progetti previsti di espansione nel territorio sud del comune, Siena deve oggi più che mai guardarsi allo specchio e riconoscere che la sua ricchezza architettonica deriva dall’unicità del rapporto tra edifici (nuovi e antichi) e verde antropizzato, combinazione che crea scenari straordinari tanto da rendere il nostro comune e la nostra provincia uno dei luoghi più ambiti per abitare al mondo. Siena deve chiedersi se davvero una ulteriore e massiccia immissione sul mercato di nuovi appartamenti nei prossimi cinque – dieci anni, come prevista dal nuovo Regolamento Urbanistico, sia necessaria, quando anche comuni vicini alla nostra realtà (es. Firenze) hanno deciso di sviluppare piani senza consumo del territorio. Siena deve inoltre chiedersi se questa espansione creerà davvero opportunità abitative per i giovani, se aumenterà il livello qualitativo di quartieri già densamente urbanizzati, se produrrà innovazione tecnologica nel settore edilizio, o se invece impoverirà il patrimonio paesaggistico che costituisce il componente fondamentale della propria ricchezza.

E’ dunque necessario muoversi verso un modello dove la ricchezza non sia più generata dalla crescita continua del valore immobiliare o da redditi derivanti da locazioni particolarmente alte nel nostro Comune. E’ necessaria una virata, dobbiamo far dipendere la nostra crescita dal lavoro e dalla capacità di inventare nuove forme di occupazione, piuttosto che dalla rendita.

2. Lavoro e Sviluppo

La nostra amministrazione ha potuto beneficiare oltre che del proprio normale bilancio anche di importantissimi trasferimenti da parte della Fondazione Monte dei Paschi. Oggi sappiamo che questi trasferimenti non saranno una certezza nei prossimi anni. La certezza che abbiamo è invece che i trasferimenti da parte del governo centrale saranno inferiori a quanto ricevuto finora, anche nell’ipotesi sperata di un governo di centro-sinistra alla guida del paese.

Di fronte a risorse inferiori la sfida dovrà necessariamente essere quella di mantenere servizi essenziali senza deprimere l’economia.

Partendo dalla preziosa indagine che il partito democratico ha svolto tramite la recente campagna di ascolto  dei cittadini senesi “Diccene Quattro” possiamo trarre alcuni suggerimenti. Una delle domande del questionario era infatti relativa alle priorità di erogazione delle risorse della Fondazione MPS. Ebbene la risposta che ha avuto la frequenza più alta tra i senesi è quella che chiede che queste risorse siano destinate al sostegno a nuovi investimenti per lo sviluppo, risposta seguita immediatamente da quella che chiede che queste risorse siano utilizzate con funzione calmieratrice delle tariffe dei servizi sociali.

Noi crediamo di interpretare la generosità dei senesi rispetto alle generazioni future quando diciamo che le erogazioni della Fondazione e di altre istituzioni dovranno essere utilizzate principalmente per investimenti produttivi. Dobbiamo valutare con lucidità quali servizi debbano essere prioritari per una società che investe poco nella formazione, cresce poco demograficamente e tende ad invecchiare con una rete di protezione sociale spesso non sufficiente. Dobbiamo chiederci se la scelta di rivedere le tariffe dei servizi comunali (es. mense scolastiche) sia prioritarie rispetto al rendere più efficiente la macchina pubblica. Siena vive per larga parte del settore terziario avanzato; dunque puntare alla più alta efficienza nel settore dei servizi pubblici è imprescindibile per una forza politica progressista.

Come sottolineato in precedenti elaborazioni del Partito Democratico gli effetti della crisi sono ancora largamente in atto e ci portano a pensare che il panorama economico del nostro paese, e quindi anche del nostro territorio, non sarà più lo stesso. Sappiamo che la Banca Monte dei Paschi e le altre istituzioni bancarie non saranno in grado di garantire l’offerta occupazionale degli anni passati. La crisi profonda del nostro Ateneo preoccupa tutta la città e le sue conseguenze non sono ancora completamente prevedibili. Sappiamo che si sono perse occasioni lavorative per le fasce più deboli della società che offrivano manodopera presso l’ateneo tramite cooperative sociali e di servizi. Inoltre alcuni ruoli tecnici amministrativi non hanno visto rinnovato il proprio contratto di lavoro. Molte posizioni di ricerca come dottorati e assegni di ricerca sono scomparse nell’ultimo anno accademico,  molte collaborazioni come i contratti di docenza sono state cancellate e in alcuni casi sono stati unilateralmente ridotti gli stipendi. Lo sforzo che la politica dovrà fare sarà dunque quello di sostenere le imprese private che possono garantire un’offerta lavorativa a figure altamente professionalizzate e specializzate. Pensiamo che Siena possa ospitare incubatori scientifici rivolti a discipline diverse, non esclusivamente biomedicali, che attraggano dalla Toscana le competenze migliori.

Per fare tutto questo sono necessari investimenti e capacità di valutazione. Dunque nel momento in cui le risorse sono minori diventa ancora più importante valutare bene le proprie scelte. Questo è il compito della politica intesa nel senso più alto della parola. Siena necessita di coinvolgere sul tema dello sviluppo le forze produttive della città con particolare attenzione a quei privati che potrebbero investire nel nostro territorio e a quei giovani che godono di formazione, capacità e idee, ma non dispongono degli strumenti e delle risorse economiche per attivare nuove attività imprenditoriali.

Come abbiamo sottolineato per la gestione del territorio, la nuova amministrazione non si troverà semplicemente di fronte alla domanda di un cambio di passo, ma di fronte alla necessità di un cambio di paradigma, ovvero al ripensamento dei riferimenti culturali, dei modelli di sviluppo e delle politiche di stimolo alla crescita.

3. Conoscenza e sapere

I tagli alla cultura, alla scuola, all’Università, mostrano ancora una volta la miopia del governo nazionale. Le città italiane, e Siena in particolare, sono da sempre città dei saperi e delle conoscenze. La ripresa economica e la creazione di nuova occupazione non può che passare dall’investimento nella cultura, cultura deve essere intesa nel suo significato plurale.

Il percorso di investimento comprende naturalmente la valorizzazione dei beni artistici ed architettonici, la tutela del paesaggio, la difesa dei prodotti agroalimentari tradizionali ed quelli ad indicazione geografica tipica. Dalla compresenza del patrimonio di beni, territorio e saperi diffusi dipendono le attività turistiche commerciali ed artigianali della nostra città e della nostra provincia. Si tratta di un delicato equilibrio che dobbiamo proteggere non solo come risorsa economica, ma come nostro tratto identificativo.

Ma il termine cultura non deve essere inteso solo come conservazione ma anche come creazione di nuova conoscenza attraverso la ricerca, rilanciando i settori più dinamici della nostra comunità a cominciare dai nostri due atenei laboratorio del nostro futuro. Pensiamo che l’Università debba essere più trasparente nel suo rapporto con le istituzioni, e debba tornare a far crescere culturalmente la città, piuttosto che trarre da essa finanziamenti per progetti locali di corto respiro. L’Università ben governata può essere un grande motore di sviluppo culturale e scientifico per la nostra città. Può tornare ad essere un polo di attrazione per studiosi non senesi, piuttosto che luogo per comodi impieghi sotto casa. Ma può e, secondo noi, deve farlo compatibilmente con le necessità di una ristrutturazione economica, in virtù delle proprie capacità e non in funzione del tessuto economico della società senese. Per essere più chiari, non ha senso pensare ad una ristrutturazione regionale delle università e una non meglio precisata idea di redistribuzione delle facoltà sulla base della presenza locale di una banca o di un’industria. Le scelte possono essere operate soltanto sulla base delle competenze presenti a livello dipartimentale. Ciò implica un percorso di trasparenza da parte dell’Università “da dentro a fuori” ed un percorso di curiosità della città verso il suo Ateneo “da fuori a dentro”. Perché le competenze di alto livello sono difficili da acquisire ed ancor più da diffondere in un tessuto cittadino da troppo tempo abituato a valutare più le tradizioni ed i titoli onorifici che il merito.

Cultura deve infine essere intesa come contenitore di trasmissione della conoscenza e del sapere. Le politiche culturali della nostra città devono essere capaci di promuovere le nostre eccellenze ben oltre i confini locali. In questo senso la candidatura di Siena a “Capitale Europea della Cultura 2019” rappresenta oltre che una sfida anche una occasione per riflettere su come viene comunicata nel modo la città.

4. La persona e la politica.

Siena è una città democratica ed accogliente. A Siena non può mancare una particolare attenzione ai “Diritti civili”, che devono essere uguali per tutti e non speciali per qualcuno, non possiamo più accettare discriminazioni e ingiustizie sociali che quotidianamente si consumano nel nostro Paese. Particolare attenzione va quindi rivolta alle donne, agli anziani, ai bambini, ai diversamente abili, al fine vita con l’istituzione dei Registri per il Testamento biologico, alle unioni civili anche tra persone dello stesso sesso (gli stessi diritti che ha una coppia eterosessuale unita in matrimonio, devono valere per ogni alta forma di convivenza). Una città come Siena non può tollerare le politiche berlusconiane sulla scuola, e tantomeno accettarle passivamente. In particolare, per quanto riguarda il settore della formazione scolastica, noi riteniamo che il Comune di Siena debba integrare, nelle forme che considererà legalmente percorribili, il supporto didattico necessario ai bambini in difficoltà e, nel rispetto delle proprie prerogative, monitorare la qualità dell’offerta didattica nella nostra città.

Particolare sensibilità e attenzione va rivolta agli immigrati, in particolare a coloro che scelgono di vivere nella nostra città, e che dunque costituiscono un arricchimento culturale e sociale a cui va garantita una piena integrazione. Anche questa, a nostro avviso, passa da una migliore efficienza della macchina pubblica.