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Tre lettere per tre segretari

Tre lettere per tre segretari

Verso una improbabile riforma elettorale

Nell’ultimo scorcio di agosto tre protagonisti della recente storia del centro sinistra italiano hanno scritto al Corriere della Sera e a La Repubblica portando le proprie preoccupazioni e proponendo alcune soluzioni alla crisi politica che caratterizza da mesi, o da anni, il nostro paese.

Tralasciando le critiche che da più parti sono venute rispetto all’opportunità ed alla forma degli interventi, le lettere di Veltroni (link), Bersani (link) e Rutelli (link) sono comunque dei validi tentativi di analisi e di proposta. Il terreno di confronto per tutte e tre sembra essere il sistema politico italiano, in particolare il sistema dei partiti ed il rapporto di questo con la legge elettorale.

Cominciando in ordine strettamente cronologico, Veltroni nella seconda parte della sua lunga lettera al Corriere porta avanti una strenua difesa del bipolarismo caratterizzato da “schieramenti fondati sulla comunanza dei valori e dei progetti”, un sistema rispetto a cui Berlusconi è stato “un limite drammatico”.

Bersani propone invece uno schema più complesso dove il bipolarismo e l’alternanza sono l’approdo finale di un processo politico, meta che però prevede prima una fase costituente in cui oltre alle forze progressiste tutte  le “forze contrarie al berlusconismo” possano convergere in una alleanza capace di riformare le istituzioni democratiche, cominciando dalla legge elettorale. Insomma secondo il segretario del Partito Democratico, poiché il superamento del berlusconismo non è possibile attraverso una “semplice alternanza di governo” è necessario il superamento almeno temporaneo del bipolarismo stesso.

Francesco Rutelli attraverso un semplice elenco puntato illustra quali saranno gli scenari futuri del paese. Anche se non è chiaro dove sia il nesso logico nei quattro punti illustrati propone una visione dell’Italia nuova e imputa proprio nel bipolarismo la principale causa dell’attuale crisi politica, concludendo con quello che sembra essere un auspicio piuttosto che una osservazione basata sui fatti: “un nuovo Polo politico nascerà. Nascerà su un coraggioso programma di governo”.

Il terreno di confronto è dunque ancora una volta il sistema dei partiti ed il suo rapporto con la società. Sebbene nelle scienze sociali parlare di leggi richieda una certa cautela, leggi intese come proposizioni derivanti da un sistema di assiomi e sottoposte ad una sistematica verifica empirica, esiste comunque un importante bagaglio di conoscenza accumulata sul rapporto tra istituzioni e sistemi politici.

Parlando di sistemi elettorali in particolare, l’insieme di proposizioni note come legge di Duverger, dal nome del sociologo francese, individuano, tra l’altro, una forte relazione tra il ricorso al sistema maggioritario ed la presenza di due grandi partiti. Più generalmente possiamo parlare di un approccio istituzionale che vede il sistema di partiti quale conseguenza della legge elettorale, cui si contrappone un approccio che invece cerca le principali spiegazioni al sistema di partiti nella natura dei partiti stessi e nelle spettro ideologico che caratterizza la società. Senza dover cercare di dimostrare la validità di questi approcci attraverso gli ultimi due decenni di storia politica italiana possiamo però fare alcune semplici osservazioni partendo dai risultati ottenuti dalle forze politiche dal 1994 ad oggi.

La prima è che pur rimanendo il nostro sistema politico quanto mai frammentato, la maggioranza degli italiani si è collocata dal 1994 in poi su due schieramenti ben definiti. Lo ha fatto con una legge elettorale mista di proporzionale e maggioritario, il Mattarellum dove i tre quarti dei deputati venivano celti in collegi uninominali e lo ha fatto sotto il sistema elettorale voluto da Berlusconi nel 2005 simpaticamente ribattezzato Porcellum, proporzionale con premio di maggioranza per la colazione vincente.

La seconda osservazione riguarda il rapporto tra partiti e cittadini. La nostra Costituzione individua proprio nei partiti il ruolo di tramite tra società e politica. Le forze politiche possono anche nascere in Parlamento, ma senza un confronto vero con i cittadini rimangono strumenti tattici per la creazione, o soprattutto lo sfascio, di maggioranze parlamentari, prive della legittimazione del voto popolare. In questi mesi si sta consolidando una forza politica di centro l’Alleanza per l’Italia nata da una mini scissione dal PD. All’inizio di settembre dovrebbe nascere Futuro e Libertà per l’Italia sostenuta da una pattuglia di deputati vicini al presidente della Camera Gianfranco Fini. E’ una importante conseguenza del divieto di mandato imperativo per i parlamentari, principio rivoluzionario che solo Berlusconi, dimostrandosi ancora una volta il contrario di un vero liberale, si affretta a stigmatizzare. Ora però per entrambe queste forze politiche la sfida dovrà essere anche forze nel paese per questo non sarà sufficiente soltanto una nuova legge elettorale proporzionale, sarà importante una proposta seria ai cittadini, senza di questa, ed i sondaggi parlano chiaro, il consenso di queste due nuove forze politiche sembra piuttosto limitato.

La terza osservazione è che la legge elettorale non può essere varata sull’emergenza di una crisi dei rapporti tra partiti e con lo scopo di favorirne alcuni rispetto ad altri. Questo è già accaduto nel 2005, la legge approvata infatti dal governo Berlusconi, ormai in evidente crisi di consensi, aveva infatti un obiettivo chiaro: garantire in qualche modo la tenuta del bipolarismo, assicurando però la rappresentanza politica delle formazioni più piccole a condizione che queste si alleino in coalizioni più grandi. Il risultato è stato quello di mantenere inalterata la riottosità delle forze politiche facendo aumentare, piuttosto che diminuire, i soggetti dotati di ciò che Sartori ha definito il “potenziale di ricatto”. Oltretutto la legge ha riposto completamente nelle mani delle segreterie dei partiti la scelta dei parlamentari, eletti in liste bloccate su base ragionale o sub regionale.

Per uscire dall’impasse che sembra imprigionare anche l’opposizione in uno dibattito sterile è bene ricordarsi che qualunque accordo politico sulle riforme istituzionali deve avere come obiettivo primario ricostruire il rapporto tra eletti ed elettori e tra società e partiti. Un rapporto talmente deteriorato che neanche la classe dirigente del nostro paese riconosce ai partiti alcun ruolo, come emerge chiaramente leggendo il testo di questo appello per l’uninominale firmato, forse distrattamente, anche da autorevoli esponenti del centro sinistra che nella foga di restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti vorrebbe togliere ai partiti il ruolo di tramite tra cittadini e politica che la costituzione stessa assegna loro.

Se questo accordo politico non dovesse, come sembra, essere all’orizzonte di fronte al rischio evidente che la crisi di governo paralizzi per mesi il nostro paese, il Partito Democratico nel prepararsi alle elezioni si prenda cura di ristabilire il principio della rappresentanza e di promuovere il rinnovamento della classe dirigente anche in assenza di riforme. In questa direzione è il caso di prendere seriamente in considerazione la proposta fatta il direttore de l’Unita, Concita De Gregorio per primarie in tutti i collegi. Una misura che non richiede una nuova maggioranza parlamentare e che, come scrive il direttore, farebbe in modi di restituire nelle mani dei cittadini la scelta dei candidati.

Francesco C.

*Foto Archivio Life

Previsioni Meteo

Previsioni Meteo

L’atmosfera dentro il PD senese è serena, frutto senza dubbio della bella Festa in Fortezza e dell’impegno dei volontari, così come del paziente lavoro politico che Elisa Meloni ha svolto da Giugno ad oggi. Non era scontato e non era facile, ma così come nel PD abbiamo criticato le lacune politiche del passato, dobbiamo onestamente riconoscere al segretario/a la capacità di tenere insieme il partito, le sue anime e le diversificate aspirazioni. Un partito correntizio non trasmette grande fascino ai propri iscritti. Se però le sensibilità diverse competono sul terreno dell’elaborazione politica, allora sono un ricchezza. Noi cercheremo di “strattonare” il PD sui temi che per noi rivestono un ruolo fondamentale per un partito che abbia l’aspirazione a modificare le condizioni sociali e dare spazio a chi non gode di rendite di posizione. Un partito che guardi al futuro, insomma, senza buttare ciò che di buono ha elaborato finora, ma consapevole che lo scenario nazionale (e anche locale) è profondamente mutato.

Se dunque il cielo sopra il PD senese volge al sereno, non  altrettanto può dirsi del PD nazionale, dove i dirigenti sembrano tuttora presi da manie di protagonismo che ormai, più che disorientare l’elettorato, lo infastidiscono fino a deprimerlo. Abbiamo più volte detto che occorre una nuova classe politica capace di interpretare i mutamenti avvenuti nella società e nel mondo del lavoro. Quello che sta accadendo con il mutamento delle relazioni industriali in Italia, impone una riflessione su come si esce dal pantano di una competizione al ribasso salariale a vantaggio di una delocalizzazione verso Est. Occorre capire come i mutamenti climatici influenzeranno i flussi dell’immigrazione e la distribuzione del cibo, e sarà necessario capire rapidamente quali tipologie  di infrastrutture dovremo privilegiare in previsione del progressivo mutare delle fonti energetiche, dei bisogni di trasporto, dello sviluppo abitativo. In campo sanitario occorrerà aumentare la qualità dei servizi diminuendo i costi collettivi, e quindi sarà importante privilegiare la prevenzione delle malattie che incidono su una società opulenta. Dovremo probabilmente mettere mano ad una nuova legislazione in tema alimentare, in modo da incoraggiare la qualità dei prodotti e al tempo stesso la sostenibilità alimentare delle produzioni ed il corretto uso di queste. E dovremo davvero promuovere l’istruzione e la conoscenza, perché questo è l’unico investimento su cui avremo sempre un ritorno economico e sociale.

Ecco, io non credo che la nostra classe politica nel suo complesso, non solo quella del PD, sia capace di promuovere queste riforme. Semplicemente non le sente urgenti, forse non le capisce o semplicemente non ne vede alcun ritorno. Evidentemente ci saranno singoli che potranno ben rappresentare le esigenze sopracitate, ma dubito che questi saranno i dirigenti attuali, a cui più o meno tutti siamo affezionati (forse perché ci ricordano la nostra infanzia e già li vedevamo in TV).

Ancora una volta la politica della Regione Toscana ci viene in aiuto, e risulta sempre più evidente la vicinanza di un presidente come Enrico Rossi alle esigenze del cittadino comune. Forse perché, molto semplicemente, anche lui è un cittadino comune, nato da una famiglia semplice e abituato a fare le cose normalmente.

Il PD deve essere il partito delle persone normali, che si stimano per i propri comportamenti, e in cui ci sia gusto ad essere “leali ma non conformisti”. Su questo, dobbiamo ancora lavorare, e se non è tardi, forse a Siena abbiamo imboccato la strada giusta. Si sa che un partito unito è la condizione prioritaria per affrontare le prossime campagne elettorali, ed è abbastanza certo che dovremo affrontarne sia di amministrative (previste) che di politiche (incombenti). Ma certo non basta per vincere le elezioni se il messaggio che trasmette all’esterno non è credibile o almeno un po’ convincente. La “svolta” di Bersani, da noi tanto invocata, forse è arrivata, con il suo richiamo al progetto Ulivo. Ci piace leggere questa svolta, come un richiamo allo “spirito dell’Ulivo” che permise ai partiti del 1996 di farsi portatori delle aspettative del proprio elettorato, ma molto di più, di farsi promotori di un senso comune di cittadinanza in uno stato sull’orlo del collasso. L’Ulivo guidato da Romani Prodi vedeva l’alleanza del Partito Democratico della Sinistra, del Partito Popolare, dei Verdi, Rinnovamento Italiano e l’accordo di desistenza con Rifondazione. Adesso il panorama politico è un po’ diverso: la pattuglia dei Diniani è alleata di Berlusconi, ed i Radicali, allora in qualche caso alleati con il centro-destra, hanno molto influenzato l’elaborazione del PD su temi importanti e sono nostri alleati leali. A Berlusconi hanno regalato Capezzone, brillante quanto disinvolto dal cambiare casacca in tempo reale. Allora il CCD, come adesso l’UDC esprimeva senza difficoltà posizioni tipicamente conservatrici (ovviamente a vantaggio di chi già gode di molti benefici). Casini e la sua pattuglia, così spregiudicati in Parlamento sono invece immobili nella società, ed esprimono visioni culturalmente analoghe a quelle del PDL, difficili quindi da coniugare con un’alleanza che vuole modificare questa società. Al di là della comunanza dei ruoli dei dirigenti politici nazionali, davvero non si capisce in cosa della nostra società potrebbe concretizzarsi un’azione di governo con l’UDC. Ne si capisce dove siano le ragioni di un terzo polo che abbia per protagonisti chi fino a qualche giorno o mese fa ha condiviso tutte le scelte di Berlusconi sui diritte, la giustizia, il lavoro.

Un questione questa della terzietà che si riproporrebbe anche in chiave locale se dovesse concretizzarsi un accordo con una forza che poco ha condiviso con la storia del centro sinistra e che e che incoraggerebbe l’IdV, nella campagna elettorale contro il PD.

Luigi Dallai

*Foto: Archivio Life

Il momento è ora

Il momento è ora

Riflessioni sull’ennesima annunciata crisi del berlusconismo.

Le evidenti difficoltà del Presidente del Consiglio nel tenere insieme la maggioranza di questo paese utilizzando il Parlamento come uno strumento per la difesa dei propri interessi ha visto negli ultimi anni l’allontanamento prima dell’UdC di Pier Ferdinando Casini ed oggi del Presidente della Camera, Gianfranco Fini, che seguito da una pattuglia di parlamentari, ha appena costituito un nuovo gruppo parlamentare e si prepara a fondare un nuovo partito politico di centrodestra.

L’uscita di Fini dal PdL rischia di trasformarsi prima ancora che in una crisi di governo in una crisi istituzionale. Da un lato infatti l’uscita dei deputati dal gruppo della PdL cancella la vasta maggioranza di parlamentari conquistata con le elezioni del 2008 e rende molto più difficoltoso il cammino parlamentare del Governo, soprattutto la realizzazione dell’agenda personale del presidente del consiglio. Dall’altro il doppio ruolo di Gianfranco Fini di leader di una nuova formazione politica e Presidente della Camera dei Deputati lo hanno reso bersaglio di attacchi che si sono trasformati in spallate alle istituzioni repubblicane, prima la Presidenza della Camera, poi il Parlamento, ora il Presidente della Repubblica.

Di fronte alle indebite pressioni sul Presidente della Repubblica, tese ad allontanare ogni possibile ipotesi di governo alternativo, è utile una rapida rilettura della contestata legge Calderoli che al terzo comma dell’art 3 prevede che :

Contestualmente al deposito del contrassegno di cui all’articolo 14, i partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica. I partiti o i gruppi politici organizzati tra loro collegati in coalizione che si candidano a governare depositano un unico programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come unico capo della coalizione.

Restano ferme le prerogative spettanti al Presidente della Repubblica previste dall’articolo 92, secondo comma, della Costituzione

L’ultimo passaggio non di questo articolo non è affatto superfluo, ma sta anzi a ricondurre la legge Calderoli nei profili costituzionali di una repubblica parlamentare.

Dunque se la maggioranza dovesse dissolversi del tutto sarà dovere del Presidente della Repubblica verificare la possibilità di formare un governo sostenuto da una maggioranza effettivamente alternativa.

Esistono però anche ragioni di opportunità politica, l’Italia oggi ha più che mai bisogno di una guida autorevole. Tuttavia noi crediamo che una maggioranza sostenuta dalle forze di opposizione in appoggio a chi è stato per quasi due decenni alleato di Berlusconi e che ne condivide le proposte in materia di immigrazione, lavoro, ambiente, informazione, giustizia non sarebbe meno traballante del teatrino cui gli italiani stanno assistendo in questi giorni. Un eventuale governo alternativo non potrebbe che essere di transizione con pochi punti precisi quali una seria riforma della legge elettorale e delle regole dell’informazione.

Un compito non affatto semplice vista la distanza tra le posizioni della forze politiche. Lasciando da parte la questione dell’informazione, data l’impossibilità di un accordo che trovi una maggioranza nell’attuale parlamento, resta la discussione sull’eventualità di un accordo di scopo con il compito di gestire l’adozione una nuova legge elettorale.

Berlusconi e larga parte della maggioranza si limitano a proporre una modifica al premio di maggioranza al Senato per renderlo, come alla camera, nazionale. Questo garantirebbe alla coalizione più forte, probabilmente la sua, la maggioranza per governare a patto che non si verifichi un risultato come quello del 2006 dove Senato e Camera avrebbero prodotto due maggioranze diverse.

Dunque, al di là dei dettagli tecnici, oggi certamente Berlusconi può essere collocato nel campo dei difensori del bipolarismo, così come Di Pietro e fino a qualche settimana fa Fini. Tra i sostenitori di un sistema proporzionale senza vincoli di coalizione o premi di maggioranza c’è l’UdC oltre ad alcune forze della sinistra non rappresentate oggi in Parlamento. Ed il Partito Democratico?

Il Partito Democratico che nei prossimi mesi si troverà di fronte alla richiesta, da parte delle altre forze politiche, di un confronto sulla legge elettorale, di fronte alle probabili divisione anche interne su questa materia, deve far riferimento alle linee programmatiche già discusse in occasione dell’ultima Assemblea nazionale.

Nelle “linee per la modernizzazione e la riforma democratica dell’ordinamento costituzionale” la legge elettorale viene inquadrata all’interno di una più profonda riforma istituzionale dove è previsto un riequilibrio di poteri tra le due camere. In questa chiave il Partito Democratico ha individuato il un sistema “di impianto maggioritario fondato sui collegi uninominali” quale quello più indicato per garantire agli italiani il diritto di scegliere davvero i propri rappresentanti ed allo stesso tempo consentire la formazione di una solida maggioranza di governo.

In questo quadro il Partito Democratico si troverà a dover mediare tra un sostanziale status quo e le forze favorevoli alla chiusura della stagione bipolare.

Di fronte alle ipotesi di un ritorno ad un sistema proporzionale simile quello cui sono stati i scelti i nostri rappresentati fino al 1992, magari in questo caso senza la reintroduzione delle preferenze, il Partito Democratico dovrà sostenere le ragioni dei cittadini e difendere la necessita che il voto abbia valore e sia allo stesso tempo utile, quindi che il voto sia determinante nello scegliere il candidato percepito come più vicino alle proprie posizioni ed allo stesso tempo che questo possa contribuire alla formazione di una maggioranza stabile. Né le modifiche alla attuale legge elettorale, né il nostalgico ritorno al passato garantirebbero queste due caratteristiche del voto. Non solo, con il ritorno al proporzionale si incoraggerebbero le fughe centrifughe e verrebbero meno le condizioni che hanno visto la nascita del nostro partito: la necessità di riunire tutte le forze democratiche e riformiste dentro un grande progetto unitario superando i particolarismi.

Questa crisi non riguarda ormai soltanto il governo, ma coinvolge le istituzioni del nostro paese e rischia di minare le premesse per l’esistenza di una opposizione capace davvero di diventare alternativa, destinando il governo del paese ad accordi tattici tra segreterie di partito.

Il Partito Democratico si adoperi dunque a cercare una soluzione condivisa che restituisca ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti anche in assenza di una crisi formale, dove questo non fosse possibile e di fronte ad una maggioranza lacerata si presenti di fronte agli italiani preparandosi alle elezioni scegliendo il propri candidati con lo strumento che lo ha caratterizzato fin dalla sua fondazione: le primarie. E tuttavia, anche su queste, dovremo fare una riflessione seria. La promuoviamo noi che abbiamo appoggiato Ignazio Marino al congresso del PD, e che abbiamo fatto delle primarie uno dei valori fondativi del nostro partito. Si percepisce infatti, all’interno del PD e soprattutto tra gli iscritti al partito, una certa stanchezza per questo modi di selezionare i candidati alle varie cariche amministrative. Ovverosia, si percepisce molta stanchezza nel “ratificare” mediante finte primarie scelte già avvenute. Da qui, la critica alle primarie, forse perché strumento “meno consolidato” e quindi “corpo ancora estraneo” rispetto ad accordi di partito, criticabili, ma pur sempre “tradizionali” e comunque operati secondo il principio di delega degli iscritti ai dirigenti. Forse chi aveva in mente le primarie, pensava anche ad un partito più vivo, ed è probabilmente per questo, che l’ondata emotiva che ha fatto crescere il PD degli inizi, si è poi affievolita con le modifiche progressive del partito, della sua natura, del suo statuto.

*Foto: Campagna elettorale 1948, archivio Life

La capacità di indignarsi

La capacità di indignarsi

di Giancarlo Pagliai

Esiste ancora la capacità di indignarsi? A mio avviso è troppo blando il rumore e l’indignazione dei cittadini rispetto a situazioni e scelte scellerate effettuate dall’attuale Governo.

Come è possibile accettare la dichiarazione di “tutti” i telegiornali nazionali secondo i quali è stato un grande senso di responsabilità quello che ha spinto il neo-ministro Brancher a rassegnare le proprie dimissioni davanti ai giudici di un Tribunale, Tribunale nel quale “si trovava per una casualità dovuta al fato”.

Come è possibile accettare con una sorta di arrendevolezza la gabella del pedaggio sui raccordi Autostradali in base ad una percorrenza presunta, il richiamo al Medio Evo mi sembra appropriato, una rivoluzione culturale sarebbe opportuna e necessaria, ma quanti sono disposti a farla??

Quanti percepiscono il pericolo che può arrivare per la nostra democrazia dal bavaglio messo all’informazione dalla assurda legge sulle intercettazioni?

Ancora una volta appare chiara l’anomalia italiana, dove un Presidente del Consiglio è possessore di quasi tutti i mezzi di informazione e ne manipola quotidianamente le notizie da dare ai cittadini, tanto da creare un appiattimento generale e una sorta di soap-opera dove tutto sembra andare bene.

Difendiamoci da questa sorta di sonnifero culturale creando dibattiti e confronti su temi importanti quali sono il lavoro, l’ambiente, i diritti civili, l’informazione, la cultura; combattiamo quotidianamente l’attuale sistema.

Chiudo con una citazione di Flaiano che ben rappresenta l’attuale Governo: “Questa è una banda di incapaci, capace di tutto”.

*Nella foto: protesta studentesca a Yale. Archivio Life

La cosa Berlusconi

La cosa Berlusconi

di José Saramago

http://caderno.josesaramago.org/2009/06/08/a-coisa-berlusconi/

Questo articolo, con questo stesso titolo, è stato pubblicato ieri sul quotidiano spagnolo “El País”, che me lo aveva espressamente commissionato. Considerando che in questo blog ho lasciato alcuni commenti sulle prodezze del primo ministro italiano, sarebbe strano non mettere anche qui questo testo. In futuro ce ne saranno sicuramente altri, visto che Berlusconi non rinuncerà a quello che è e a quello che fa. Né lo farò anch’io.

La Cosa Berlusconi

Non trovo altro nome con cui chiamarlo. Una cosa pericolosamente simile a un essere umano, una cosa che dà feste, organizza orge e comanda in un paese chiamato Italia. Questa cosa, questa malattia, questo virus minaccia di essere la causa della morte morale del paese di Verdi se un profondo rigurgito non dovesse strapparlo dalla coscienza degli italiani prima che il veleno finisca per corrodergli le vene distruggendo il cuore di una delle più ricche culture europee. I valori fondanti dell’umana convivenza vengono calpestati ogni giorno dalle viscide zampe della cosa Berlusconi che, tra i suoi vari talenti, possiede anche la funambolica abilità di abusare delle parole, stravolgendone l’intenzione e il significato, come nel caso del Polo della Libertà, nome del partito attraverso cui ha raggiunto il potere. L’ho chiamato delinquente e di questo non mi pento. Per ragioni di carattere semantico e sociale che altri potranno spiegare meglio di me, il termine delinquente in Italia possiede una carica più negativa che in qualsiasi altra lingua parlata in Europa. È stato per rendere in modo chiaro ed efficace quello che penso della cosa Berlusconi che ho utilizzato il termine nell’accezione che la lingua di Dante gli ha attribuito nel corso del tempo, nonostante mi sembri molto improbabile che Dante l’abbia mai utilizzato. Delinquenza, nel mio portoghese, significa, in accordo con i dizionari e la pratica quotidiana della comunicazione, “atto di commettere delitti, disobbedire alle leggi o a dettami morali”. La definizione calza senza fare una piega alla cosa Belusconi, a tal punto che sembra essere più la sua seconda pelle che qualcosa che si indossa per l’occasione. È da tanti anni che la cosa Belusconi commette crimini di variabile ma sempre dimostrata gravità. Al di là di questo, non solo ha disobbedito alle leggi ma, peggio ancora, se ne è costruite altre su misura per salvaguardare i suoi interessi pubblici e privati, di politico, imprenditore e accompagnatore di minorenni, per quanto riguarda i dettami morali invece, non vale neanche la pena parlarne, tutti sanno in Italia e nel mondo che la cosa Belusconi è oramai da molto tempo caduto nella più assoluta abiezione. Questo è il primo ministro italiano, questa è la cosa che il popolo italiano ha eletto due volte affinché gli potesse servire da modello, questo è il cammino verso la rovina a cui stanno trascinando i valori di libertà e dignità di cui erano pregne la musica di Verdi e le gesta di Garibaldi, coloro che fecero dell’Italia del secolo XIX, durante la lotta per l’unità, una guida spirituale per l’Europa e gli europei. È questo che la cosa Berlusconi vuole buttare nel sacco dell’immondizia della Storia. Gli italiani glielo permetteranno?
8 giugno 2009
Abbiamo scelto di pubblicare questo articolo come saluto allo scrittore.
La versione italiana e tratta dal quaderno di Saramago curato da Massimo Lafronza

http://quadernodisaramago.wordpress.com/2009/06/08/la-cosa-berlusconi/

L’acqua pubblica non si svende

L’acqua pubblica non si svende

Una recente legge del governo Berlusconi prevede l’affidamento della gestione di alcuni servizi pubblici locali a favore di imprenditori privati e la cessazione degli affidamenti a società interamente pubbliche e controllate dai Comuni entro il 31.12.2011. Il governo Berlusconi espropria così gli enti locali e le comunità locali della libertà della possibilità di scegliere la forma attraverso la quale gestire ed erogare i servizi pubblici locali.
La privatizzazione dell’acqua è un epilogo da scongiurare essendo l’acqua un bene comune e non un bene da commercializzare indipendentemente dalla sua tutela. L’utilizzo sostenibile delle risorse idropotabili del nostro territorio e l’ottimizzazione delle reti idriche sono necessariamente alternative al concetto di privatizzazione della gestione della risorsa. Per chi gestirà la distribuzione saranno infatti maggiori gli introiti quanta più acqua verrà consumata. Questo non può che portare ad un progressivo impoverimento delle risorse idropotabili a disposizione delle future generazioni, fenomeno già in atto a causa della diminuzione delle precipitazioni atmosferiche sul lungo periodo. Si dovranno invece gestire le risorse idriche in funzione di un miglior utilizzo e di una riduzione degli sprechi.
Nei Paesi della UE, dopo sporadici tentativi di privatizzazione di alcuni servizi pubblici locali e dopo aver constatato l’abbassamento della qualità dei servizi ed un vertiginoso incremento delle tariffe, si è registrata una decisa e ferma inversione di tendenza verso la ripubblicizzazione degli stessi (ad esempio il Comune di Parigi ha avviato l’iter di ripubblicizzazione del servizio idrico integrato).
Consapevoli che l’obbiettivo del quorum di ogni referendum sia difficile da raggiungere, riteniamo che questa battaglia in favore della gestione pubblica dell’acqua rappresenti l’occasione migliore per affermare un valore imprescindibile nelle politiche di sinistra e contrastare la privatizzazione dei beni primari operata dalla destra.
Riteniamo che l’iniziativa referendaria non sia in conflitto con il proposito di una legge di iniziativa popolare sull’acqua i cui tempi però saranno molto lunghi. Sollecitiamo dunque il PD a discutere al suo interno e con la società in merito alle modalità ottimali di gestione delle risorse idropotabili ed a farsi portatore in Parlamento di una nuova proposta di legge volta alla regolamentare della materia in oggetto.
Cambia l’Italia – PD Area Marino Siena

RIFLESSIONI SUL DOPO VOTO

RIFLESSIONI SUL DOPO VOTO

di Luigi Dallai. La premessa è che siano inevitabilmente più vicini a Vendola che a Casini, e quindi a D’Alema…, ma che nemmeno il buon Nichi avrebbe vinto se l’UDC si fosse schierata con il PDL. E’ un fatto che Adriana Poli Bortone abbia determinato consapevolmente la sconfitta del centrodestra pugliese, nella sola regione, forse insieme a Lazio e Marche, dove gli elettori dell’UDC possono davvero considerarsi l’ago della bilancia tra centrodestra e centrosinistra. Altrove, l’elettorato UDC sembra naturalmente incline a supportare il centrodestra, del quale condivide programmi e principi, e solo quando raggiunge percentuali rilevanti il suo elettorato diventa anche di opinione e antiberlusconiano. Come facilmente sperimentabile in Toscana, i progetti politici di PD e UDC sono per larga parte alternativi. Forse converrebbe discuterli nel merito evitando tatticismi che sfociano nel ridicolo e cercando di vedere se è possibile far coesistere le aspirazioni della gente di sinistra con le posizioni centriste. Altrimenti molto meglio lasciar perdere. Non sarebbero invece alternativi ai nostri i programmi dell’IdV, formazione spesso priva di grossa visibilità a livello locale, ma che prende percentuali significative un po’ dovunque sfruttando le incertezze del PD. Davvero si rischia di essere ripetitivi dicendo che la proposta politica del PD è contraddittoria.

Pierluigi Bersani ha ribadito più volte la volontà di parlare delle questione vere che interessano la gente, ma è stato il primo a lasciare questa affermazione priva di contenuti. A dire il vero non siamo affatto sicuri che il PD abbia una politica nazionale che possa affrontare i problemi della gente. Probabilmente non è facile averla, e certo non è facile averla se gli uomini che la rappresentano sono da decenni gli stessi, pur al mutare delle condizioni culturali, politiche ed economiche del paese. Essi basano la loro forza su rendite di posizione certe senza mai mettersi in discussione.

Ciò che appare chiaro è che senza una valutazione degli atti politici e/o amministrativi compiuti a livello locale, regionale, nazionale, non esisteranno mai figure nuove e dirompenti all’interno del PD. E’ sintomatico che di fronte agli scempi di questo governo in tema di scuola, ricerca, diritti, economia, ambiente, nessuno abbia potuto rivendicare gli atti compiuti dal governo Prodi. L’esempio contrario e virtuoso ce l’ha offerto Enrico Rossi, che ha più volte rivendicato le scelte compiute dalla giunta regionale di cui faceva parte. Ce l’ha offerto Nichi Vendola, che pure ha avuto una gestione regionale travagliata; e ce lo aveva offerto Renato Soru, tempo fa, ed in condizioni diverse. Si può gestire il potere in molti modi; chi ha amministrato la Regione Toscana l’ha utilizzato per migliorare le condizioni di vita di molte fasce di cittadini ed è riuscito a mantenere il consenso politico senza inseguire le parole d’ordine del momento. Chi ha amministrato la Puglia è passato indenne dal ciclone degli scandali sanitari perché è risultato chiaro chi faceva affari e chi no, anche all’interno di una stessa giunta. Chi ha amministrato la Sardegna è caduto per cause più interne alla nostra coalizione che esterne, e certo rimane uno dei simboli della possibile rinascita di una regione difficile e di un modo diverso di fare politica. La capacità di dare credibilità politica ad una proposta amministrativa sta tutta nella possibilità di rivendicare le scelte fatte, oppure criticare, con onestà intellettuale ma apertamente, le scelte non condivise. Non fare questo, significa spianare la strada ai movimenti di protesta ed in fin dei conti, abdicare all’orgoglio di un partito e di una tradizione che ha fatto del buon governo il caposaldo del proprio consenso. In Toscana lo abbiamo fatto, a Siena ancora no.

Il Governo della Toscana

Il Governo della Toscana

Di Francesco C. Enrico Rossi è stato presente in questi giorni a diverse iniziative nella nostra provincia. Chi ha già avuto modo di seguire Enrico Rossi in una delle sue tappe, dovrebbe aver cominciato a familiarizzare con l’approccio pragmatico e poco retorico del candidato alla presidenza. Un atteggiamento orientato a considerare le politiche pubbliche come strumento di soluzione dei problemi dei cittadini infatti gli incontri con Rossi hanno sopratutto rappresentato un’occasione importate per capire in quale direzione andrà il governo della nostra regione. Una questione di non poco conto, visto che le regione Toscana ha avuto e continuerà ad avere, insieme alle altre istituzioni del nostro territorio, un compito di supplenza obbligato dalla quasi completa assenza del governo nazionale. Un esempio per tutti è dato dall’acquisto del policlinico Le Scotte recentemente deliberato dalla giunta regionale che rappresenta un trasferimento quasi diretto di risorse al nostro ateneo attraversato dalla crisi di liquidità che tutti conosciamo.
Ma le politiche regionali non sono fatte solo di trasferimenti di risorse destinate a salvare situazioni in crisi. Le politiche regionali devono intervenire sul nodo principale che il governo Berlusconi non vuol affrontare o forse preferisce incoraggiare: quello della disuguaglianza.
L’immagine dell’Italia come una società immobile sembra essere ormai un noioso ritornello. Oggi però dovremmo cambiare parole perché le scelte fatte dal legislatore negli ultimi dieci anni più che rallentare la mobilità sociale hanno aumentato il divario tra ricchi e poveri. La società che ci lascerà in eredità il governo Berlusconi è quella delle barriere all’ingresso nella scuola, nel mondo del lavoro e nelle professioni.
La regione Toscana dovrà allora, nei limiti delle sue competenze, continuare a sostenere quelle politiche pubbliche che, specie in assenza di crescita economica, garantiscono il pieno sviluppo della persona: scuole di qualità , sanità e politiche della salute universali, università aperte e pubbliche. Farlo non vuol dire semplicemente chiedere più risorse, ma riflettere su come queste risorse sono allocate. Non è un compito semplice da affrontare, ma se l’esempio che verrà seguito sarà quello delle politiche della salute allora la strada giusta è già stata intrapresa.
Delineate queste sfide, le scelte che la Toscana farà nei prossimi dieci anni dipenderanno da una valida squadra di governo. Il nostro augurio è che l’impegno di Rossi a fare scelte in piena autonomia sia rispettato e che nel futuro governo della regione oltre alla fondamentale necessità di parità di genere il solo criterio di scelta sia dato dalle capacità dimostrate nei ruoli svolti nella società e nella vita pubblica.

Area Marino – Cambia l’Italia

Interpretazione Autentica (ed Infallibile)

Interpretazione Autentica (ed Infallibile)

In queste ore il nostro partito insieme alle altre forze dell’opposizione si sta mobilitando in tutta Italia. Di seguito il testo del decreto.

6 MARZO 2010

Decreto legge recante interpretazione autentica di disposizioni del procedimento elettorale e relativa disciplina di attuazione

ARTICOLO 1
Interpretazione autentica degli articoli 9 e 10 della legge 17 febbraio 1968 n. 108

1.Il primo comma dell’articolo 9 della legge 17 febbraio 1968, n. 108, si interpreta nel senso che il rispetto dei termini orari di presentazioni delle liste si considera assolto quando, entro gli stessi, i delegati incaricati della presentazione delle liste muniti della prescritta documentazione hanno fatto ingresso nei locali del Tribunale o della Corte d’appello. La presenza entro il termine di legge nei locali del Tribunale o della Corte d’appello dei delegati può essere provata con ogni mezzo idoneo.

2.Il terzo comma dell’articolo 9 della legge 17 febbraio 1968 n. 108 si interpreta nel senso che le firme si considerano valide anche se l’autenticazione non risulti corredata da tutti gli elementi richiesti dall’articolo 21, comma 2, ultima parte, del decreto del presidente della Repubblica 28 dicembre 2000 n. 445, purché tali dati siano comunque desumibili in modo univoco da altri elementi presenti nella documentazione prodotta. In particolare, la regolarità dell’autenticazione delle firme non è comunque inficiata dalla presenza di un’irregolarità meramente formale quale la mancanza o la non leggibilità del timbro dell’autorità autenticante, del luogo di autenticazione nonché della qualità dell’autorità autenticante.

3.Il quinto comma dell’articolo 10 della legge 17 febbraio 1968, n. 108, si interpreta nel senso che le decisioni di ammissione di liste di candidati o di singoli candidati da parte dell’ufficio centrale regionale sono definitive, non revocabili o modificabili dallo stesso ufficio. Contro le decisioni di ammissione può essere proposto esclusivamente ricorso al giudice amministrativo solo da chi vi abbia interesse. Contro le decisioni di eliminazioni di liste di candidati oppure di singoli candidati è invece ammesso ricorso allo stesso ufficio centrale regionale, che può essere presentato, entro 24 ore dalla comunicazione, solo dai delegati della lista alla quale la decisione si riferisce.

4.Le disposizioni del presente articolo si applicano anche alle operazioni e ad ogni altra attività relative alle elezioni regionali, in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto legge. Ai fini dell’applicazione del comma 1 la presentazione delle liste può essere effettuata dalle ore 8 alle ore 16 del primo giorno non festivo a quello di entrata in vigore del presente decreto.

ARTICOLO 2
Norma di coordinamento
del procedimento elettorale
1. Limitatamente alle consultazioni per il rinnovo degli organi delle regioni a statuto ordinario fissate per il 28 e 29 marzo 2010, l’affissione del manifesto recante le liste e le candidature ammesse deve avvenire a cura dei sindaci, non oltre il sesto giorno antecedente la data della votazione.

ARTICOLO 3
Entrata in vigore
Il presente decreto entra in vigore il giorno stesso della sua pubblicazione nella «Gazzetta Ufficiale» della Repubblica italiana e sarà presentato alle Camere per la conversione in legge.
Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sarà inserito nella raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. É fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e farlo osservare.

Bersani, Sanremo e La Musica

Bersani, Sanremo e La Musica

di Simone Siliani. Sabato sera abbiamo imparato che a Pierluigi Bersani, segretario del partito al quale sono iscritto, piace la musica. A me verrebbe subito da commentare: “Bene, e allora cosa c’entra Sanremo?”, che, al massimo stando al suo nome, è il festival della canzone italiana, cioè di una forma particolare e ben limitata della musica. Ora, anche ammesso che non di una furbizia elettoralistica o d’immagine non si sia trattato bensì di una genuina passione per la musica, ci sarebbe da trarre qualche considerazione non sui gusti ma sulla reale competenza in relazione alla musica – che pure dichiara di amare – del segretario del Pd. A costo di essere etichettato come snob dal mio segretario, vorrei dire che, siccome Bersani fa di mestiere il politico e dice di amare la musica, allora spenda la sua immagine pubblica per difendere e diffondere davvero la musica. Vada a qualche teatro d’opera, quelli che il goveno Berlusconi sta mettendo sul lastrico tagliando selvaggiamente il Fondo Unico per lo Spettacolo (a dire il vero, non è che i Governi del Centrosinistra abbiamo dimostrato di tenerci molto); oppure vada a visitare qualche conservatorio o scuola di musica (parimenti massacrati da una politica colpevolmente sorda alla musica e ai giovani musicisti) e dica qualcosa di intelligente per difenderle; ancora, faccia qualcosa per i giovani che tentano o stentano a trovare luoghi dove suonare, registrare, produrre la loro musica. Se davvero Bersani ama la musica, faccia qualcosa per essa, invece di servirsi di un suo simulacro preso a pretesto per mettere in scena uno spettacolo di mediocre livello televisivo e di nessun valore culturale (così, per essere snob fino in fondo, mi sembra di poter definire Sanremo). Già, la cultura: per essere “popolari” secondo la vulgata bersaniana bisogna piegarsi a questi miserevoli livelli. Ma la cultura popolare ha ben altre profondità e anche attualità che forse il nostro segretario neppure immagina. Siccome Bersani sarà a Firenze il prossimo 15 marzo, potrebbe cogliere l’opportunità per farsi un giro della musica (popolare e non, ma purtroppo per lui la musica è… musica e basta, senza aggettivi) nella nostra città; magari fare un salto a visitare l’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, oppure alla Scuola di Musica di Fiesole, o all’Orchestra Regionale Toscana, oppure al Pinocchio Jazz festival, o al Musicus Concentus, o a qualche concerto al Mandela Forum; se restasse ancora un paio di giorni potrebbe andare a sentire Nicola Piovani al Teatro Puccini. Insomma, potrebbe scoprire se la Canzone Popolare ha ancora qualcosa da dirci (come cantava il buon Fossati e con lui l’Ulivo qualche anno fa), ma non lo avrà certo scoperto a Sanremo.

La politica dovrebbe avere, in questo momento così difficile per il paese e per i suoi cittadini, ben altro da fare che non prestarsi ad operazioni di dubbio gusto per promuovere una propria immagine da rotocalco o da gossip del giorno dopo. Dopo Sanremo, proseguendo per questa strada “popolare” cosa c’è? “Amici”, il “Grande Fratello”, “l’isola dei famosi”? La musica, caro Pierluigi, è una cosa troppo seria per essere lasciata ad improvvisati estimatori: occupati sì della musica, ma getta la tua autorevolezza e il tuo partito in una battaglia culturale per la promozione dei luoghi, delle istituzioni, dei progetti che producono la cultura musicale di questo paese.

Due ultime considerazioni. Non mi pare che la battuta “Mi fa piacere che salgano sul palco gli operai di Termini Imerese: perché costringerli a salire sul tetto? Portiamoli a Sanremo” sia stata particolarmente felice. E, in ogni caso, dopo la salita sul proscenio sanremese di una delegazione degli operai, non mi pare che si sia risolto alcunché, perché questo dovrebbe essere il compito della politica che non può pensare di delegare allo share televisivo quello che non riesce a fare con le armi che le sono proprie.

Infine, già che eri a Sanremo, forse potevi anche dire che le parole (non la musica, non l’intonazione) della canzone di Emanuele Filiberto-Pupo erano incostituzionali e comunque inaccettabili nel paese che i Savoia hanno lasciato in mano al fascismo e all’invasore nazista il paese e che quando hanno avuto la grazia di poterci ritornare, la prima cosa che ha pensato di fare è stata quella di chiedere un indennizzo economico. Non sarebbe stato un atteggiamento snob, anzi molto popolare direi.
Tratto dal Blog di Siliani