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Sognavamo questa roba. Ora ce la fanno costruire, mica male!

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Idee ed innovazione in un ricordo di Steve Jobs

di Francesco Carnesecchi

Tutto il mondo in queste ore piange Steve Jobs, il “genio visionario e creativo” appena scomparso. La vita di tutti noi, anche di chi come il sottoscritto non ha mai avuto un prodotto Apple, è certamente stata cambiata dalle sue intuizioni.

Leggendo le tante ricostruzione della sua vita e della sua impresa c’è un dettaglio che colpisce profondamente. Nella complessità dell’economia e della comunicazione globale, Steve Jobs ha stranamente  dovuto “viaggiare poco” nelle propria vita. Nato a San Francisco, adottato da una famiglia di Mountain View,  ha fatto le scuole superiori a Cupertino, si è avvicinato alle prime esperienze con le tecnologie lavorando d’estate alla Hewlett-Packard di Palo Alto, ed è a Cupertino dove oggi si trovano i quartieri generali della Apple, tutto nel raggio di pochi chilometri.

Sarebbe stato possibile un Jobs nato e cresciuto altrove?

Probabilmente sì: decine di migliaia di talenti creativi sono stati attratti in questi ultimi trent’anni dalla California del Nord e dall’area intorno a Boston.

I temi dell’innovazione e della produzione della conoscenza sono intrinsecamente legati alla possibilità che un ambiente possa o meno favorire la trasformazione delle idee innovative in capitale intellettuale a beneficio della società. Realizzare le grandi idee senza un contesto, avere uno Steve Jobs senza California non è affatto una cosa semplice.

Anche nel dibattito pubblico presente nel nostro paese sulla economia della conoscenza (traduzione di knowledge based economy) ci si concentra troppo spesso sui sugli obiettivi e sulle risorse disponibili. Poca attenzione viene data invece il ruolo che la conoscenza gioca davvero nell’economia e allo studio dei contesti in cui questa agisce.

Diversi studiosi di scienze sociali negli anni più recenti hanno cominciato a sviluppare  ricerche che partivano proprio da una spiegazione adeguata del concetto di conoscenza per comprendere come questa interagisca con gli individui e con le società. Rooney e Schneider, coautori del Handbook On The Knowledge Economy hanno tentato una lettura socio-economica del termine spiegando come questo debba essere riferito sia ad un insieme di processi, mentali e sociali, sia agli artefatti prodotti dalla società. Sia un prodotto dunque, gli artefatti, sia un fattore produttivo, le relazioni, le idee e la creatività. Una definizione molto larga ma utile per cominciare a formulare delle politiche pubbliche in questo settore che abbiano migliori chance di successo.

Oggi una delle grandi questioni che gli amministratori e gli imprenditori si trovano di fronte è proprio il nesso tra politiche pubbliche e conoscenza e innovazione. Spesso questo rapporto viene affrontato limitandosi alla tecnologia e l’ingegneria senza però considerare tutte le altre aree della conoscenza non tecniche. È un errore, perché la conoscenza è nella cultura, nelle arti, nelle scienze sociali, nello spettacolo e in tutte le altre aree della vita quotidiana che tuttavia non vengono considerate come centrali delle politiche pubbliche legate all’innovazione.

Questo accade, perché esiste la presunzione che la conoscenza abbia solo valore strumentale e che quindi serva ai fini dello sviluppo industriale. Si tratta però di un approccio sbagliato perché le radici della conoscenza sono più profonde e si nutrono di cultura, del capitale sociale e della comunicazione. Tornando oltreoceano, nelle università della California così come a quelle Massachusetts  non si studia solo i computer science!

Per questo imprese e politiche di investimento nella ricerca e nell’innovazione sono destinate a fallire senza quell’ambiente culturale profondo e diffuso che funziona da incubatore per le idee davvero rivoluzionarie.

Ricordando a Steve Jobs, un recente articolo di Malcolm Gladwell sul The New Yorker, pubblicato anche sul numero 914 della rivista Internazionale, ci racconta proprio quale sia il valore dell’ambiente nello sviluppo delle idee e di singole persone. L’articolo comincia con un aneddoto, quasi leggendario, di un giovane di Steve Jobs che -  avrebbe permesso alla Xerox di comprare centomila azioni della sua azienda per un milione di dollari – all’attesissima quotazione in borsa mancava solo un anno – a patto che il Parc “gli aprisse un po’ le sue stanze segrete”-.

La storia prosegue raccontando l’incontro tra Jobs ed computer Xerox Alto, una delle costosissime meraviglie tecnologiche dell’epoca, come un’illuminazione che avrebbe spinto la Apple a cercare di produrre un elaboratore con le stesse caratteristiche ma capace di una diffusione finalmente ampia: il moderno personal computer. Un punto di svolta dunque nella storia tecnologia della fine del secolo scorso che avrebbe cambiato la vita di tutti i noi.

Ma è proprio dall’incontro tra importanti istituti di ricerca, imprese tradizionali, come la gigantesca dell’epoca la Xerox delle fotocopiatrici e della stampanti laser, ed imprese dinamiche come la Apple si sarebbero create le condizioni queste ed altre innovazioni.

Dunque cultura, ricerca avanzata, tessuto industriale ed idee innovative. Oltre agli investimenti e di programmi di sviluppo è necessaria un’infrastruttura umana, ed un ambiente di ricerca che spesso non è direttamente legate ad uno specifico settore ma che consenta alle idee davvero innovative di emergere e realizzarsi.

Concludendo l’omaggio al visionario Steve Jobs è importante ricordare quanto l’educazione, la cultura e la ricerca siano fondamentali per il benessere collettivo, quanto queste vadano promosse anche quando non sembrino essere immediatamente rilevanti e non necessariamente legate al sistema economico locale.

La lezione umana di Steve Jobs è che gli individui possono cambiare il mondo solo se troveranno le condizioni sociali ed il contesto per farlo. In Italia tutto questo sembra molto difficile.

*Traduzione del titolo da: We used to dream about this stuff. Now, we get to build it. It’s pretty neat.

La scuola è il nostro primo bene comune

La scuola è il nostro primo bene comune

Pubblichiamo la relazione di Daniela Lastri all’Incontro sulla scuola del 17 Settembre 2011

Buongiorno a tutti!

Qualcuno si sarà chiesto che ci stiamo a fare qui, a discutere di scuola mentre fuori, nella politica, ne succedono di tutti i colori, e mentre le nostre istituzioni locali si trovano a fare i conti con i conti, con i bilanci che non quadrano, con le risorse che non si trovano, e se si trovano non si possono spendere.

Noi siamo qui – amministratori, dirigenti, iscritti del PD, operatori del settore – perché avvertiamo che l’Italia e le nostre comunità locali corrono il rischio di stare a guardare mentre le politiche pubbliche per la scuola deperiscono e si spengono, se va bene in attesa di tempi migliori. Vogliamo fare, dobbiamo fare qualcosa, invece, per contrastare questo declino. Perché il prezzo che la società è destinata a pagare per il declino della scuola è, anno dopo anno, più grande. La nostra non è una voce isolata, come dimostrano le proteste, motivate, circostanziate, delle istituzioni locali, dei sindacati, degli osservatori più avvertiti, della gente comune. Noi vogliamo, però, calcare la mano sulla questione scuola perché non sfugga a nessuno la partita in gioco.

La scuola – lo ricordo a me stessa e a tutti noi – è un grande motore dello sviluppo. C’è occupazione qualificata, si produce ricchezza materiale e linfa per la ricchezza futura, e si realizza al massimo livello l’inclusione sociale. La scuola è la prima fabbrica del benessere di una società. E’ il luogo delle relazioni, tra istituzioni, tra generazioni, tra mondo degli adulti e dei bambini, e tra tutti questi insieme. Se questa fabbrica non va, i problemi aumentano dovunque, con costi sociali immediati e costi sociali ed economici a lungo termine. Per questo, una buona politica scolastica non ammette sprechi, dentro e fuori la scuola. Uso consapevolmente l’immagine della scuola-fabbrica, perché sia chiaro che considero la scuola una istituzione che crea valore e in tutti i sensi.

Esagerando, volontariamente esagerando, diciamo che la scuola è il nostro primo bene comune. Ma in fondo non è proprio un’esagerazione. Certo, ci sono tante altre cose che sono beni comuni importantissimi. Però la scuola è un po’ il precipitato di tutti i beni comuni, è un modo per vederli tutti insieme, lì in quel microcosmo, in quel luogo di gestione quotidiana della vita comunitaria.

La scuola non possiamo perderla. Non possiamo accettare che nelle nostre città, nei nostri paesi, non si riconosca più l’edificio scolastico, quel luogo fisico che è parte della nostra immaginazione e storia collettiva, inconfondibile all’esterno e bello a vedersi all’interno, ricco di colori, attraversato dalla confusione e dalle tracce delle cose che si imparano e si sperimentano ogni giorno, dove si vivono i conflitti con la voglia di risolverli, eppure a suo modo un luogo ordinato e soprattutto sicuro per i bambini e i ragazzi. Non possiamo accettare di veder deperire le nostre scuole, e tra un po’ nasconderle con imbarazzo. Non possiamo accettare che diventino un grande parcheggio della gioventù, dove si passa un tempo indistinto che non si può trascorrere altrove. Un luogo nel quale non c’è più creatività, rigore nell’insegnamento, impegno a formare le persone del domani. Un luogo al quale nessuno più tiene.

Ho sempre pensato che un buon amministratore, un buon politico, dovrebbe occuparsi almeno per un po’ di scuola, non per sentito dire ma per operare scelte di governo. È un buon esercizio, aiuta a vivere una dimensione mite del potere. Quando ti occupi di scuola, la mattina sai cosa succede. Puoi anche pensare per un attimo di essere superfluo. Gran parte della città si sveglia con in testa la scuola, e perfino quelli che a scuola non ci vanno incontrano la scuola ad ogni angolo. Puoi non far niente: quel mondo si mette piano piano in moto da solo. Passa un’ora e ti rendi conto che solo una buona organizzazione è in grado di dare risposte alle tante domande che cominciano ad arrivare dalle scuole e dalle famiglie. Quel mondo che si è messo in moto da solo e che è in grado di andare avanti da solo per tutto il tempo scolastico, che ha le risorse umane e professionali per risolvere da sé tanti quotidiani problemi, ha bisogno di altro per funzionare bene. Se non sei pronto, anche le energie che è capace di mettere in moto da sé si spengono.

È quello che non capisce questo governo, non può capirlo, non ha la cultura della scuola, non riesce a misurare la grandezza e l’umanità della scuola: e se non sei pronto, se non dai risposte per far funzionare la scuola, la scuola non c’è più. Se umìli gli insegnanti, e li convinci ad essere macchine, li allontani da quella che sentono la loro missione professionale. Se li fai sorveglianti alla fine si convinceranno che questo è ciò che la società chiede loro, nulla di più. Se tratti i bambini disabili come un problema tra i tanti, se non addirittura come privilegiati da mettere sotto controllo, alla fine scaricherai sulle famiglie tutte le difficoltà della crescita, e loro non cresceranno come potrebbero fare. Se tratti i bambini immigrati come invasori, i conflitti invece di risolverli li moltiplicherai. E se fai tutto questo, vuol dire che della scuola pubblica non t’importa un bel niente. T’importa semmai, come diceva Calamandrei, di screditarla, di impoverirla, e di dirottare risorse fondamentali verso la privatizzazione dell’istruzione. Ti capita perfino, come ha fatto Berlusconi in uno dei suoi momenti di estasi, di farti scappare di bocca sincere parole di odio per la scuola di tutti, per la scuola pubblica!

Ma tutte queste cose le persone che sono qui le sanno. È tempo di dire cosa dobbiamo fare per convincere noi stessi e il mondo che ci sta intorno che una battaglia va data, per la scuola. Per darla bene abbiamo bisogno di iniziative rivolte al governo e al parlamento, e di rafforzare il nostro impegno sulle cose che noi stessi possiamo fare.

Metto le mani avanti: non è semplice dire cose nuove. C’è una importante elaborazione nazionale del PD, c’è l’impegno della Regione e degli enti locali, c’è un dibattito pedagogico molto vivo, c’è soprattutto una forte domanda sociale che viene dagli insegnati, dagli studenti, dalle famiglie. Gli argomenti sono veramente tanti, e a volerli mettere in fila con poche parole incombe il rischio di cadere nella banalità. Me ne sono accorta preparando questo nostro appuntamento, riflettendo sulle ricerche, le suggestioni, i dibattiti di questi anni e di questi giorni. Non vi aspettate, dunque, che io riesca a dare conto di tutto ciò. La mia intenzione è diversa: provare a convincere il PD, cioè me stessa e tutti voi, che una battaglia per la scuola va data, oggi, senza aspettare tempi migliori, e con tutta l’intelligenza di cui disponiamo. E sollecitare tutto il PD ad essere presente nei momenti cruciali nei quali questo impegno dovrà dimostrarsi concretamente, nelle manifestazioni di piazza come nei luoghi della costruzione della proposta di governo, a livello locale, regionale e nazionale, e infine nel momento in cui torneremo alla giuda di questo Paese. Vi invito, perciò, a fare una discussione aperta, che aiuti tutto il PD a dare spessore al suo impegno. Le proposte del PD Toscano le costruiremo insieme, da oggi e nelle occasioni che verranno.

1.
La prima battaglia che va data è per restituire alla ministra Gelmini la sua libertà. Tre anni sono troppi, per lei e per la scuola italiana. Finiamola dunque con questo stress, mandiamo a casa il governo, il padre padrone e tutti i suoi ministri. Il bilancio complessivo delle politiche scolastiche è dei peggiori della recente storia d’Italia.

Io penso che bisogna andare al più presto alle elezioni. Ma se questa strada fosse impedita dalla chiamata di responsabilità, per mettere mano alla crisi in modo appena decente, cerchiamo almeno di non farci intrappolare: teniamo ferma la necessità di andare al più presto ad elezioni, imponiamo la riforma della legge elettorale e un termine per ridare ai cittadini la parola. Il più presto possibile. Soprattutto, evitiamo che l’opposizione si frantumi in mille pezzi.

La battaglia per la scuola ha bisogno di un centro sinistra solido. E la qualità della scuola pubblica non può che essere un perno essenziale del suo programma. Aggiungo che il centro sinistra deve riuscire a fare un discorso di unità sulla scuola, un discorso nazionale, fatto di due capisaldi:
investire sulla scuola, e dunque invertire di 180 gradi la direzione assunta dalla politiche pubbliche di questo governo: la svolta deve essere decisa e radicale, con più risorse e qualità della spesa;
riconquistare il valore nazionale e ugualitario della scuola pubblica, e ridare certezza a chi oggi, insegnanti, alunni, famiglie, vede ormai nella scuola solo un problema in più.

Questi due capisaldi devono riuscire a farci mettere alle spalle l’approccio Gelmini-Tremonti, fondato su analisi sbagliate della competitività del sistema. Condivido perciò le proposte che il PD ha messo in campo a livello nazionale e raccomando vivamente di farle diventare un oggetto reale di confronto con le altre forze politiche. Esse riguardano, come sappiamo:
- la trasformazione del nido d’infanzia da servizio a domanda individuale a diritto educativo di ogni bambina e di ogni bambino, e la generalizzazione della scuola d’infanzia;
- la certezza di risorse alle scuole per innovare la didattica e funzionare bene;
- l’estensione del tempo pieno nella scuola primaria e del modulo a 30 ore per le compresenze;
- il trasferimento degli uffici scolastici regionali dal ministero alle regioni;
- il passaggio dai livelli essenziali delle prestazioni ai Livelli essenziali degli apprendimenti e delle competenze (Leac);
- la soluzione del problema del precariato;
- la lotta alla dispersione scolastica;
- l’investimento sull’istruzione tecnica e professionale di qualità;
- il piano straordinario per l’edilizia scolastica.

2.
La seconda battaglia che va data è proprio per l’edilizia scolastica. Qui ci sono gravissime colpe del governo, tra le quali spicca l’abbandono della legge 23 del 1996, l’uso dei fondi FAS, la centralizzazione parossistica delle scelte, l’abbandono dell’anagrafe dell’edilizia scolastica. È tempo, come chiede il PD, di costituire una commissione parlamentare d’inchiesta sui piani di intervento sull’edilizia scolastica. Queste cose le abbiamo dette proprio il 14 settembre, il giorno dell’apertura delle scuole in Toscana, approvando in Consiglio regionale una importante mozione.

Ma c’è anche un impegno nostro che va rimesso in campo con decisione. Non possiamo aspettare momenti migliori. Subito, dunque, si stabilisca quali sono gli investimenti che sono fuori dal patto di stabilità, e tra questi non può che esserci l’edilizia scolastica pubblica.

La messa in sicurezza delle scuole è un problema di tutti. E lo è anche in Toscana, che pure ha fatto in questi anni – enti locali e Regione – uno sforzo importante, segnalato dalla ricerca di Legambiente “Ecosistema scuola 2011”. Avremmo però bisogno di quasi un miliardo e mezzo di euro per l’edilizia scolastica, quasi 900 milioni solo per la messa in sicurezza degli edifici. Cifre da capogiro. Agiamo dunque di conseguenza, a partire dagli strumenti che abbiamo, per fare ciascuno la propria parte. È giusto che la Regione Toscana confermi l’impegno a mettere a disposizione degli enti locali risorse per l’edilizia e a fare in modo che queste siano utilizzabili. Ma sull’edilizia scolastica è tutto il sistema locale che deve mantenere viva l’attenzione, deve trovare le risorse nei bilanci, deve costruire un programma comune. Credo che dobbiamo riuscire ad intervenire con azioni congiunte e concordate sul territorio con accordi Regione-enti locali.

Dunque, abbiamo da svolgere una iniziativa generale, verso governo e parlamento, promuovendo prese di posizione delle istituzioni regionali e locali, facendo petizioni di cittadini e promuovendo incontri pubblici.
Poi, dicevo, dobbiamo impegnarci tra Regione e territorio per organizzare al meglio ciò che possiamo fare per l’edilizia scolastica.

3.
Giustamente, però, alcuni assessori all’istruzione di grandi comuni, tra cui il comune di Firenze, hanno posto il tema più generale del patto di stabilità sull’insieme della spesa per l’istruzione. Condivido questa richiesta, e penso che dobbiamo farla nostra. L’istruzione, come la sanità, riguarda servizi su cui la spesa non può arretrare. Aggiungo che andrebbe fatta una riflessione ancora più ampia, che coinvolga pressoché tutte le funzioni fondamentali dei comuni che attengono all’erogazione di servizi rilevanti per i cittadini.

4.
Il nostro impegno non può mancare, più in generale, sulla scuola dell’infanzia. Anzi, direi sull’educazione per i bambini da 0 a 6 anni, dunque nidi compresi. Abbiamo in questi anni costruito più occasioni e modalità di sviluppo dell’educazione dei più piccoli, ma resta l’esigenza imprescindibile di avere nel territorio una diffusa rete di nidi d’infanzia. Se non c’è questo, tutto il sistema dell’educazione dei più piccoli non regge, perché manca la cultura e l’attrezzatura minima, l’esperienza professionale necessaria per reggere un sistema fatto di più opportunità, anche del privato sociale. Il pubblico non coordina niente se non fa anche da sé. Fortificare la rete dei nidi, anche in una dimensione intercomunale, è un obiettivo realistico. Stesso discorso vale per le scuole dell’infanzia, che – io penso – in una prospettiva moderna dovrebbero essere generalizzate su tutto il territorio ed essere affidate alla gestione comunale. Sulla scuola dell’infanzia possiamo anzi avere un obbiettivo ambizioso, di procedere gradualmente ad una sempre più ampia responsabilità del sistema locale, così costruendo una prima importante attuazione del Titolo V della parte seconda della Costituzione.
Sulla scuola dell’infanzia la Regione ha fatto un investimento importante, raffrontato soprattutto alla difficile situazione finanziaria che attraversiamo. Certo, non possiamo arretrare. Allo stesso tempo non possiamo non denunciare che l’intervento regionale non può essere sempre sostitutivo, e che, ad un certo punto, bisogna decidersi a trasferire alla Regione, e dunque al sistema locale, il complesso delle risorse e delle competenze dello Stato. Del resto, la stessa Costituzione consente una autonomia più spinta delle Regioni, anche differenziata, che coinvolge anche le norme generali sull’istruzione.

Per inciso, sui servizi educativi per la prima infanzia siamo in Regione in prossimità degli obiettivi di Lisbona (nel 2009 al 31,7%, rispetto all’obiettivo del 33%). Però una parte del territorio ne è privo, le liste di attesa per gli asili nido crescono e hanno ormai superato quota 7.000 bambini. Possiamo lavorare in questa direzione, sviluppando almeno servizi gestiti a livello di area intercomunale? Possiamo, insieme a ciò, puntare di più sulla riduzione delle liste d’attesa? Questi due obiettivi (attrezzare tutto il sistema locale, ridurre le liste d’attesa) potrebbero costituire il nucleo dei nuovi criteri di riparto delle risorse regionali. Nel triennio passato, la Regione ha fatto scelte importanti, concentrando risorse per ben 73 milioni di euro. Ma lo Stato si è gravemente disimpegnato, e non sono più disponibili né le risorse del ministero della famiglia, né quelle del ministero delle pari opportunità.

5.
La riflessione che facevo sulla ricerca di una maggiore autonomia e valorizzazione della Regione e degli enti locali sulla scuola dell’infanzia introduce al tema più generale dell’attuazione del Titolo V della parte seconda della Costituzione sul punto dell’organizzazione scolastica. Nella cd. Carta delle autonomie (il ddl Calderoli oggi al Senato) è posto il tema del trasferimento delle funzioni statali alle Regioni, ma finora tutto si risolve in un rinvio a futuri provvedimenti legislativi. Bene: possiamo porre qui subito il tema dell’organizzazione scolastica? Anche prevedendo (come dicevo) trasferimenti differenziati, subito per le Regioni che sono in grado di provvedere?

Perché, se questo non è, se non c’è voglia di assumersi questa responsabilità (come invece in passato è avvenuto per il sistema sanitario), allora meglio rimettere tutto in discussione, le competenze della Regione, quelle degli enti locali, quelle dello Stato. Le scuole, gli insegnanti, le famiglie non possono essere tenuti a lungo così, senza un valido riferimento istituzionale sul da farsi. Nell’era della crisi finanziaria e fiscale non è più accettabile che si facciano manovre “a responsabilità limitata”, con uno Stato che taglia contando di scaricare su Regioni ed enti locali il peso delle sue inefficienze.

È venuto perciò il momento di prendere una iniziativa.

È importante che la Giunta regionale abbia deciso di impugnare le norme del decreto-legge 98/2011 sul dimensionamento scolastico, quelle che impongono la costituzione degli istituti comprensivi e l’accorpamento delle istituzioni esistenti in base al numero degli studenti (1000 o 500). Sono norme che stanno determinando situazioni paradossali e gestioni pesantemente inefficienti delle istituzioni scolastiche, di cui sono un evidente segno gli incarichi plurimi di dirigente scolastico. E’ importante che la Giunta regionale abbia approvato indirizzi per il dimensionamento scolastico che cercano di far fronte a questa paradossale situazione. Queste cose, però, ormai non bastano più. Tutti, credo, sentono una insoddisfazione per essere troppo al di qua del guado.

La Regione da tempo pone l’esigenza di dare piena attuazione al Titolo V della Costituzione, e su questo – secondo me – è bene mettere in campo un’azione decisa. Sappiamo che non è semplice, che il tema ha trovato soluzioni non sempre coerenti da parte della Corte Costituzionale, e che, infine, vi sono un grumo di problemi molto complessi da affrontare perché in gioco c’è anche l’attuazione del cd. federalismo fiscale, ci sono le funzioni fondamentali di comuni e province, ecc. Lucidamente, queste cose sono state messe in fila dal recente Rapporto 2010 dell’IRPET sull’istruzione in Toscana.

Però, penso che sia il tempo di elevare il contenzioso politico con lo Stato, perché l’azione regionale non è fatta solo di importanti risorse finanziarie che soccorrono il sistema locale e le scuole, è fatta anche di un essenziale contributo a sciogliere i problemi organizzativi della scuola, e dunque a dare certezze al sistema dell’istruzione pubblica.

Già: elevare il contenzioso politico, perché dell’attuazione del Titolo V al governo importa ben poco. L’ultimo NO pare sia venuto proprio di recente dal ministero, che comunque, sapendo di sposare una posizione insostenibile, ha costituito … un bel gruppo di lavoro!

In più, ritengo essenziale che la Regione pratichi pienamente il terreno dell’istruzione pubblica, e questo si fa solo se ci si sta dentro, se si acquisiscono competenze, se la cultura dell’organizzazione scolastica entra a pieno titolo nella vita della più importante istituzione della Toscana. Forse mi sbaglio, ma ritengo che in Toscana vi siano le condizioni per aprire una riflessione in più sui servizi erogati da comuni e province per la scuola, sulla sostenibilità o meno di un sistema con competenze frammentate tra scuola dell’obbligo e scuola secondaria di secondo grado. Abbiamo la capacità di trovare una nuova sintesi, nuove modalità di raccordo, o dobbiamo rassegnarci ad una latente conflittualità?

Nei passaggi più delicati, quando vengono in questione aspetti che incidono sulle strategie di fondo, il partito ha il dovere di sottoporre agli organi di governo regionale e locali problemi e domande che vengono dal confronto con la società e con le esperienze del territorio. Del resto, per noi, se assumeremo questa impostazione, non si tratta solo di sollecitare un impegno della Giunta regionale. Abbiamo da rivolgere la nostra azione anche a livello nazionale, contribuendo al dibattito generale del PD, e verso altri soggetti interessati, sindacali, associativi.

La Regione Toscana nel suo insieme ha, secondo me, l’esperienza e le qualità per affrontare il tema generale. E io penso che, a differenza del passato, c’è oggi bisogno di una legge regionale sull’istruzione, che migliori l’organizzazione pubblica e metta a profitto le cose importanti fatte finora. Che intanto definisca in modo organico il complesso delle azioni della Regione sulla scuola, e che apra la prospettiva di un più ampio disegno attuativo della Costituzione.

I temi che ho ricordato (battaglia contro questo governo, impegno deciso per l’edilizia scolastica, per la scuola dell’infanzia e per gli asili nido, per una scelta regionalista sull’organizzazione della scuola pubblica) non esauriscono il nostro impegno.

Un grande partito come il nostro non può rinunciare a svolgere una riflessione e una iniziativa sul ruolo degli insegnanti. Se ne parlerà in una sessione del Forum nazionale ad ottobre, ma intanto dobbiamo far sentire la nostra voce. E non possiamo tacere sulla grave situazione degli operatori ATA. I dati sono noti, come pure la volontà del ministro Gelmini di cancellare 67.000 posti docente e 33.000 posti ATA, con un provvedimento ora giudicato illegittimo e che ritorna alla valutazione delle Regioni. Mi aspetto che le Regioni si facciano sentire. La verità è che aumentano gli alunni e diminuiscono insegnati e amministrativi, e che ciò avviene con un governo del sistema del tutto inadeguato e al limite della improvvisazione. La verità è che aumenta il numero degli alunni per classe e in alcuni casi (le cd. classi-pollaio) con effetti disastrosi. Anche questo lo abbiamo stigmatizzato con una mozione approvata il 14 settembre dal Consiglio regionale su proposta del PD.

Tutto avviene in nome di una razionalizzazione che non si misura sulla qualità e sull’efficacia. Gli obiettivi della razionalizzazione, se non si alimentano di qualità, si riducono alla ricerca della mera riduzione della spesa e precipitano verso la consapevole de-scolarizzazione. Con il IV governo Berlusconi la miscela è diventata esplosiva. Rischiamo di perdere il meglio che abbiamo (la scuola primaria) e di abbattere definitivamente quello che avrebbe bisogno di maggiore innovazione.

A parte ogni considerazione sui metodi utilizzati normalmente per raffronti tra il nostro Paese e quelli dell’area OCSE e europei, il punto vero che è che la spesa complessiva per l’istruzione italiana non è per nulla squilibrata rispetto al PIL. Del resto, proprio in questi giorni l’OCSE è intervenuta ricordandoci a quale livello siamo:
- diplomati tra i 25 e i 34 anni: Italia 70,3% – paesi OCSE 81,5%; aumentiamo nelle classi più adulte, diminuiamo addirittura tra i giovanissimi;
- laureati delle classi giovani: Italia 32% – paesi OCSE 38,6%
- spesa per l’istruzione scolastica e universitaria: Italia 4,8% del PIL – paesi OCSE 6,1% del PIL (su 34 paesi siamo 29esimi);
- stipendi più bassi per gli insegnanti.

La replica della Gelmini non si è fatta attendere, ripetendo la litania del numero degli insegnanti per alunno, che in Italia è più alto sia della media OCSE che della media italiana. Eccola l’ossessione, unica, decisiva, qualificante tutto l’operato di questo governo. L’ossessione che ha fatto dare pirotecnici giri di numeri dai propagandisti governativi, arrivati perfino ad usare false cifre sui bidelli e a gridare che questi sono più dei carabinieri!

Un giorno spero, qualcuno farà i conti giusti, e dirà che nei nostri conti ci sono insegnanti che altrove non ci sono, come quelli di religione, come quelli per il sostegno ai disabili, questi ultimi destinati a crescere, e spiegherà che in Italia c’è un tempo scuola per ragazzi molto più elevato che altrove.

Il tempo scuola, la scolarizzazione, la de-scolarizzazione. Ogni ipotesi di razionalizzazione, che a noi non fa paura e che vogliamo porti a migliorare (pensiamo al ruolo delle nuove tecnologie) non a perdere la scuola, deve fare i conti con lo scenario che vogliamo immaginare per il futuro.

Se noi vogliamo seguire scenari di ri-scolarizzazione dobbiamo puntare su altre politiche rispetto a quelle messe in campo dalla destra italiana. Un buon governo si rimbocca le maniche e si mette a lavorare per la scuola! Un buon governo sa anche trovare la strada per un giusto rapporto tra la scuola pubblica e quella paritaria, sa cosa vuol dire la scuola paritaria dell’infanzia e come essa contribuisce, in un intenso rapporto di collaborazione con il pubblico e con la condivisione degli obiettivi pedagogici, al diritto all’istruzione dei bambini. Un buon governo sa qual è l’interesse da tutelare, e cosa significa la scuola per tutti. Un buon governo non taglia borse di studio (solo in Toscana quest’anno mancheranno 3 milioni!) e lascia nell’incertezza enti locali e famiglie sui buoni libro.

Sciorinare numeri non è il mio forte, e ammetto che i numeri in mano ai politici rischiano sempre di essere manipolati.

Mi appoggio allora a quelli dell’IRPET del rapporto 2011 che ho già citato, e che raccontano di in gap tra Italia e Europa ancora lontano da essere colmato, con alti divari di scolarizzazione superiore (in Toscana andiamo un po’ meglio che in Italia, siamo al 77% dei ragazzi tra i 20 e i 24 anni) e di abbandono precoce della scuola. In Toscana, in tutti i cicli scolastici, aumentano le classi (+7,5% in dieci anni) ma molto meno degli iscritti (13%), eppure quell’aumento è dovuto alle sezioni di scuola dell’infanzia (+20% rispetto al +26% di iscritti), mentre il divario tra classi e iscritti è forte nella scuola primaria (+2,4% classi, +12,7% di iscritti).

L’IRPET ha misurato anche il rendimento scolastico, segnalando che il 94% dei diplomati nei licei prosegue gli studi, che si mantiene alto il numero dei diplomati tecnici che vanno all’università (56%), mentre il 68% dei diplomati ai professionali interrompe gli studi dopo il diploma. Il sistema economico toscano premia di più i diplomati tecnici e professionali, ma questi ultimi – a differenza dei primi – trovano lavoro in attività che richiedono semplicemente la scuola dell’obbligo.

L’istruzione tecnica in Toscana subisce negli ultimi anni minore attrazione dei giovani, e soprattutto nelle aree urbane industriali, dove invece prevalgono scelte in favore dei licei.

Di rilievo sono poi i dati sulla presenza dei ragazzi stranieri nelle scuole secondarie (sono il 7,8% del totale), presenza che però è inferiore a quel 10% che sono tutti i ragazzi stranieri rispetto ai coetanei toscani. Gli studenti stranieri preferiscono gli istituti professionali (qui sono il 15% del totale), mentre sono poco presenti nei licei. Le migliori chances di inserimento lavorativo sembrano essere nelle aree urbane distrettuali.

Nell’ultimo anno è cresciuta, complessivamente, la nostra popolazione scolastica, che arriva a 463.666 alunni, 790 in più nella scuola dell’infanzia, 873 in più nella primaria, 1.846 nella secondaria di primo grado, 2.112 in quella di secondo grado. 3.000 insegnanti sono stati tagliati in due anni e 700 lavoratori ATA. Più puntualmente, i dati della CGIL toscana rivelano che dall’anno scolastico 2009/2010 all’a.s. 2011/2012 sono stati tagliati 5942 posti, 3757 docenti e 2185 ATA. 69 sono le direzioni scolastiche destinate ad essere soppresse. I dirigenti scolastici non vengono rinominati. Sono cifre importanti, che ci fanno preoccupare di cose avverrà in quest’anno e nei prossimi della scuola toscana, di quella delle città e soprattutto di quella delle zone montane.

Il ministero dell’istruzione pubblicizza in questi giorni 66.300 stabilizzazioni. Però tutti sanno che sono numeri sulla carta e che il processo di stabilizzazione avviato con il governo Prodi (e che oggi sarebbe concluso con successo) è ormai fortemente compromesso dalle iniziative della Gelmini.

Si discuterà ancora per qualche giorno di questi ed altri dati, la battaglia dei numeri è sempre sulle pagine dei giornali. Poi verrà la realtà, la resa dei conti vera, le difficoltà di gestione, i problemi di organizzazione quotidiani. La crisi finanziaria può fare il resto, se al governo resta questa classe dirigente dei fatti propri. Ma infine la Gelmini se ne andrà, e se ne andrà Tremonti e il capo padrone. Toccherà ad una nuova classe dirigente, toccherà al centro sinistra rimettere insieme i cocci, ricominciare a governare.

Si batte per sopravvivere, la scuola pubblica italiana!

C’è in giro una specie di de-costituzionalizzazione della scuola, che dovrebbe essere garantita a tutti e così non è. Come non c’è più il tempo pieno, quello vero, quello con le 40 ore che rispondevano prima di tutto ad una coerenza formativa. Non quello della propaganda governativa. Si accorpano scampoli di ore a più insegnanti, si frammenta l’offerta formativa, il maestro unico è un fallimento. Se non c’era la Corte Costituzionale, gli insegnanti di sostegno potevano starci o no, decideva Tremonti. Un taglietto di 8 miliardi di euro dal 2008, con i finanziamenti sulla legge per l’autonomia che passano da 258 milioni del 2001 a 88 milioni del 2011. Fondo di funzionamento ordinario azzerato nel 2009, ricostituito nel 2010 solo dopo i ricorsi. Quasi completa soppressione delle scuole serali. Coperta corta per gli studenti, che in assenza di insegnanti vanno in soprannumero in altre classi. Difficile combattere la dispersione scolastica. Mancano le risorse per pagare le ore di recupero degli studenti con debiti formativi (da 200 milioni nel 2007 si passa a 27 milioni di quest’anno). Chi copre la necessità di istruzione sulla lingua inglese?

Ogni volta che faccio mente locale su queste cose mi chiedo in nome di cosa sono state pensate e realizzate. Non so voi, ma io ci vedo solo una pervicace volontà di farla finita, una volta e per tutte, con la scuola pubblica, con la scuola di tutti. Il fatto è che non hanno nemmeno uno straccio di idea sulla scuola dei pochi, su quella competitiva, su quella della futura classe dirigente. Non hanno uno straccio di nulla …

Io ho concluso la lettura dei miei appunti. Se in alcuni momenti vi ho dato l’impressione dello scoramento (perché, lo confesso, a volta ti prende, e soprattutto quando al mondo della scuola senti di aver dato qualcosa di te stessa, al pari di tanti insegnanti e operatori), allora devo dirvi che non è così, non deve essere così. La battaglia per la scuola è apertissima, e il nostro compito è di tenerla sempre aperta, nonostante le Gelmini e i Tremonti. Tenerla aperta e rafforzarla perché deve essere vinta. Per me, per noi, il futuro della scuola è parte integrante di una nuova politica, più mite, più onesta, più concreta.

Dopo questo incontro organizzeremo altri momenti di riflessione tematici, aperti al contributo di tutti i soggetti interessati, anche riproponendo su scala regionale gli argomenti su cui è impegnato il Forum del PD sull’istruzione.

Vi invito, perciò, a dire la vostra, ad arricchire questa consapevolezza, e a farlo con l’esperienza e la voglia di cambiare che ci appartiene e che non ci abbandonerà mai.

Siena democratica ed accogliente

Siena democratica ed accogliente

Il 15 e 16 Maggio prossimi si svolgeranno le elezioni amministrative a Siena.
Crediamo che Siena debba continuare ad essere una città democratica ed accogliente e per questo appoggiamo quei candidati caratterizzati da impegno verso il sociale, i diritti, la laicità.

Mi chiamo Manuel Menzocchi ho 36 anni e sono ricercatore a tempo determinato presso il Dipartimento di Fisiologia dell’Università di Siena.
Ho scelto di sostenere Franco Ceccuzzi e di candidarmi al consiglio comunale con il Partito Democratico per fare di Siena la città dei diritti.Votandomi darai sostegno ad un impegno politico ispirato dalla laicità. Essere laico per me significa leggere la realtà senza il fardello dell’ideologia, analizzare i fatti ed impegnarmi nel risolvere i problemi rispettando le esigenze e le identità altre e promuovendo la libertà di coscienza la possibilità di scegliere in base ai propri convincimenti morali.
Laicità è operarsi per costruire una società inclusiva e migliore. Insieme alle donne che chiedono dignità, servizi, lavoro ed il diritto ad una maternità consapevole. Insieme a tutte quelle persone che rivendicano la propria libertà sessuale ed affettiva e la possibilità di esercitarla senza timori di ritorsioni più o meno violente e più o meno istituzionali. Insieme a tutti coloro che difendono orgogliosamente la vita propria ed altrui affermando il diritto alla libertà di cura ed al testamento biologico. Insieme a quelle coppie che scelgono la convivenza e la vorrebbero veder riconosciuta, insieme ai docenti che rivendicano la libertà di insegnamento e la stabilizzazione delle loro condizioni. Insieme a tanti per un percorso di libertà e diritti che parta dalle istituzioni locali.
Sono Giuliana De Angelis ed in occasione delle elezioni amministrative del prossimo 15 maggio sono stata di nuovo candidata a consigliere comunale a sostegno di Franco Ceccuzzi che vorrei, per la nostra città, fosse eletto Sindaco. Negli anni, già altre volte, con spirito di servizio, ho messo a disposizione il mio nome a sostegno di una parte politica che ha a cuore il bene della città.Da tempo, nell’esercizio del volontariato mi sono dedicata all’accoglienza e al sostegno di ogni forma di disagio. Chi mi conosce sa quanto abbia a cuore la mia città e i bisogni dei cittadini in particolare degli anziani, categoria che ormai mi accoglie a pieno diritto.
Un impegno che ho svolto con la mia partecipazione nell’Auges, nell’Associazione “Donna Chiama Donna”, in “Federconsumatori”, ed nell’AUSER.
Un impegno che ho svolto anche nel mio territorio, sono iscritta al Circolo del PD di Sant’Andrea e vivo in questa parte della città dal 1963. Per venti anni la circoscrizione ha avuto tra i suoi compiti anche quello di tutelare gli interessi territoriali. Da oggi la circoscrizione non cʼè più per questo mi metto a disposizione per tutto quello che i cittadini vorranno sapere o chiedere al governo della città e se sarò eletta dedicherò un pomeriggio alla settimana per ricevere le istanze di tutti.

Per il sociale, per i diritti, per la laicità.

Per il sociale, per i diritti, per la laicità.

Siamo entrati nelle ultime due settimane di campagna elettorale per le elezioni amministrative del Comune di Siena. L’attività politica in questi mesi è stata intensa, talora difficile da seguire compiutamente. Il PD ha messo in campo una lista molto competitiva, in appoggio ad un candidato sindaco forte. Tutti noi siamo impegnati per l’affermazione del nostro partito, un partito plurale, in cui le differenze costituiscono una ricchezza.

Crediamo che Siena debba continuare ad essere una città democratica ed accogliente e per questo appoggiamo quei candidati caratterizzati da impegno verso il sociale, i diritti, la laicità.

In queste pagine trovi il filo logico che ha contraddistinto la nostra attività politica dal congresso fino ad oggi, quando le mozioni non hanno più ragione di esistere, ma le aree culturali sono senza dubbio utili ad arricchire il PD. Dall’appoggio alla candidatura di Franco Ceccuzzi, al nostro documento programmatico di supporto alla medesima, al modo di intendere la politica nel PD prima, durante e dopo una competizione elettorale. In questi mesi ci siamo impegnati perché nei Consigli Comunali di tutta la Provincia fossero approvate mozioni contro l’omofobia, a favore del testamento biologico (nel sito troverete quella recentemente approvata nel Comune di Montepulciano). Dentro al partito abbiamo promosso le iniziative contro la riforma Gelmini nella scuola, fatto incontrare e dialogare costruttivamente presunti “rottamatori” e presunti “conservatori”, verificando nei fatti come le etichette a volte siano del tutto sbagliate. Abbiamo strattonato il partito rispetto ai quesiti referendari, consapevoli che un partito plurale sa confrontarsi nel merito degli argomenti. Siamo consapevoli del fatto che le battaglie per la scuola pubblica, per i diritti civili, per l’ambiente e le risorse naturali, per uno sviluppo davvero sostenibile della nostra economia sono patrimonio diffuso nel PD e vanno al di là dei nostri numeri, delle nostre iniziative, della nostra area. Dunque ci auguriamo che anche altri candidati possano riconoscersi nei temi che abbiamo sopraelencato e vogliano impegnarsi nelle battaglie politiche che ci attendono e vogliano inviarci contributi tematici individuali.

Lavoriamo dunque per l’affermazione del Partito Democratico e per l’affermazione di una politica che faccia di Siena la città dei diritti, una città democratica ed accogliente.

Dare e Avere

Dare e Avere

di Luigi Dallai

Il ritornello dello scettico è lo stesso da anni: “Ti ammiro per l’impegno, ma non riuscirai a cambiare niente”. Dunque perché impegnarsi? Perché fare politica in un partito che in molti vorrebbero votare, in moltissimi sentono come il partito appropriato per rispondere alle sfide del presente, ma che sembra non riuscire a decollare? La risposta è semplice e sta esattamente nel credito ognuno dà all’attività politica. Se è ancora interessante dedicare tempo ed energie per cercare di cambiare le cose, ecco che lo si fa. Se al contrario si ritiene che le cose non siano modificabili e dunque non ci sia gusto a provarci, si fa altro. Mi domando quanti elettori del centrosinistra, in questi giorni a Milano, magari dopo anni di amarezza e disillusione, possano davvero essere tentati dal disimpegno. La sensazione è che siano pochi, e che davvero un uomo perbene come Pisapia, dopo aver ricreato armonia in un centrosinistra poco avvezzo alla discussioni politiche, possa smuovere il primo sassolino della valanga che travolgerà il berlusconismo. A Milano assistiamo alla lotta di Davide contro Golia, e con essa al confronto di due stili politici molto diversi. Sarebbe un bel segnale per l’Italia se vincessero la sobrietà e l’impegno al posto della ricchezza e delle promesse di appalti. Riporto dal sito di Giuliano Pisapia: “La cultura stimola la formazione di un pensiero critico autonomo nei cittadini, combatte l’assuefazione ai luoghi comuni, mette in movimento idee e pensieri.  Come l’ossigeno è indispensabile al cuore perché crea occasioni di felicità condivise, realizza un senso di appartenenza ad una comunità, indipendentemente da condizionamenti sociali o etnici, abitua al confronto e al dialogo”.

Noi che candidiamo Siena ad essere Capitale della Cultura del prossimo futuro dobbiamo assumere queste parole come impegno per il presente, perché le occasioni per una crescita economica della nostra città passano inevitabilmente dalla crescita sociale, e quindi culturale, dei singoli cittadini.

A Siena, nella civilissima Siena, anche se mascherato dall’attivismo pre-elettorale, permane un diffuso sentimento di distacco dalla partecipazione politica. Sembra incredibile che in una città dove l’associazionismo, le forme di aggregazione, la vicinanza cittadino-politica sono particolarmente pronunciate, il confronto politico rischi di essere poco percepito dalla maggioranza dei cittadini. Il PD ha cercato di mettere in campo i suoi uomini migliori. Franco Ceccuzzi è il candidato a Sindaco, e forse l’unico che poteva accettare una sfida così impegnativa. Non tanto per il valore degli avversari, purtroppo modesto nel progetto e nelle forme di aggregazione politica; quanto per le difficoltà che si troverà ad affrontare nella gestione del Comune una volta sperabilmente eletto. Dipenderà da lui il livello di progettualità che questa campagna elettorale saprà esprimere. La figura del nostro candidato sindaco ha sorpreso chi non lo conosceva, ed è cresciuta nel rapporto con i cittadini e con i bisogni della città. A suo sostegno le liste della coalizione, ma soprattutto la lista del PD, che davvero sembra competitiva. Dipenderà dal successo del PD la stabilità del Consiglio Comunale, e anche dal tasso di responsabilità che ogni candidato consigliere saprà esprimere nel corso della campagna elettorale, e anche dopo. E dunque dipenderà da ognuno di noi, che abbiamo deciso di impegnarci in questa difficile competizione. Poi, sarà compito del partito cittadino far sì che il gruppo consiliare traduca in atti amministrativi ciò che verrà elaborato e proposta a livello politico. Ovvero che il partito e il gruppo consiliare svolgano ruoli diversi ma complementari.

Il programma di Franco Ceccuzzi è quello di chi ha voluto calarsi nel ventre della città, di coglierne gli aspetti meno evidenti, che costituiscono l’anima di Siena: non solo gli argomenti da prima pagina, che pure ci sono e marcano una discontinuità con il recente passato, ma anche quella rete di attività sociali, culturali, economiche che si intrecciano ed il cui deteriorarsi ha contribuito alla mutazione di settori importanti della città, nel centro storico come nei quartieri esterni alle mura. Per dirla con una battuta, fare politica a livello amministrativo è più complesso che additare qualche comunità straniera come responsabile dell’impoverimento culturale e commerciale di Siena. I temi delle Amministrative si assomigliano in ogni città perché simili sono i problemi delle società moderne. Cambiano profondamente il livello da cui si parte per risolverli e la qualità degli amministratori. Pur con dei limiti oggettivi, negli anni passati a Siena è stato fatto molto per mantenere la città ad un alto grado di vivibilità. Adesso dobbiamo pensare alla Siena dei prossimi venti anni, e in primo luogo dobbiamo porci il problema di dove collocare la nostra città non solo in termini di bellezza e di vivibilità secondo i parametri del benessere e della qualità della vita definiti da altri. Dobbiamo infatti capire se i parametri che ci collocano ai vertici della vivibilità su scala nazionale tendano inevitabilmente a soddisfare  i bisogni presenti di fasce limitate (e privilegiate) della città. Dobbiamo cioè fare attenzione a non cadere in un ragionamento circolare secondo cui a Siena si deve produrre, culturalmente, socialmente, e dunque economicamente, soltanto quello che riusciamo ad immaginare per noi stessi. Il pericolo è quello di rimanere fiduciosi ed orgogliosi di ciò che siamo stati, ma inevitabilmente miopi di fronte ad un progresso che non riusciamo ad identificare nei suoi contorni. Nei prossimi decenni Siena sarà ciò che saremo capaci di pensare e di essere noi stessi in primo luogo. E dunque sarà quello che impareremo dalle risorse umane che riusciremo ad attrarre nel nostro territorio. Lo sforzo di Siena dovrà essere quello di una grande apertura culturale e tecnologica e al tempo stesso di una grande attenzione alla sua bellezza ed al suo ambiente. E per fare ciò è necessario rompere le rendite di posizione che favoriscono l’esatto opposto dei nostri bisogni: il consumo di territorio e l’omologazione culturale. Interroghiamoci su quale potrà essere il modello per i giovani senesi nei prossimi decenni, e a quali domande tale modello dovrà rispondere. Ognuno di noi avrà una propria risposta a questa domanda, ma ogni risposta dovrà tenere in considerazione la possibilità che i senesi possano giocare un ruolo in Italia e in Europa e non debbano rinchiudersi dentro una città che non hanno costruito loro. In definitiva, è solo un questione di valutare quanto ognuno di noi e di coloro che saremo chiamati a votare abbia dato e quanto preso da questa meravigliosa città.

*Foto Edgar Barany

La città dei democratici

La città dei democratici

Il percorso che il Partito Democratico della città ha scelto per individuare il proprio candidato a Sindaco, ha visto la convocazione dei 17 circoli della città per pronunciarsi sui nomi dei possibili candidati e per proporre idee per la città. Abbiamo elaborato un documento con le nostre proposte che abbiamo presentato in diversi circoli e i cui contenuti sono serviti da spunto per molti interventi.

Qui sotto trovate la versione che è stata presentata alla direzione comunale del PD e che è stata pubblicata nel Corriere di Siena di domenica 28 novembre.

Clicca qui per la versione più lunga che è stata sottoposta agli organismi dirigenti del PD e al candidato a sindaco

Nella primavera del 2011 i senesi eleggeranno un nuovo governo della città, in uno scenario caratterizzato da condizioni economiche e sociali ben diverse rispetto al passato. Il voto delle elezioni amministrative avverrà in un quadro politico nazionale confuso, dove il governo Berlusconi, incapace di affrontare i problemi del paese, avrà forse preso atto del proprio fallimento.
Sappiamo che esiste un elettorato progressista critico nei confronti del dibattito politico, propenso all’astensione oppure orientato verso un voto di protesta.

Noi crediamo che il Partito Democratico possa ancora essere il progetto che riporti gli italiani a credere nella politica come strumento per cambiare le cose e migliorare la vita delle persone. Noi pensiamo che forza di governo del centro sinistra che amministrerà la città, ed il paese, dipendano dalla forza e dal successo del Partito Democratico.

Queste sono alcune proposte discusse nelle assemblee di circolo di questi giorni e che vorremmo sottoporre all’attenzione dell’Assemblea Comunale del Partito Democratico

Un nuovo governo della città. Come affermato nel documento approvato dalla Direzione Comunale, il PD della città dovrà sottoporre “al giudizio elettorale della città una nuova classe dirigente che si misuri per la prima volta con il governo cittadino”. Chiediamo al candidato sindaco parità di genere nella composizione della giunta comunale, e che quest’ultima sia anagraficamente, socialmente e culturalmente eterogenea.

Il Partito Democratico ha un codice etico chiaro che garantisce i nostri elettori rispetto all’autonomia della politica dagli interessi privati e garantisce candidature limpide tramite un sistema di condizioni ostative. Nell’attuazione del codice etico chiediamo di seguire quella che è una prassi di molti paesi europei: domandare ai propri amministratori e rappresentanti di sottoscrivere all’atto della candidatura una dichiarazione sulla propria situazione lavorativa, patrimoniale e associativa.

Sapere e conoscenza, chiave del nostro sviluppo. I tagli alla cultura, alla scuola, all’Università, mostrano l’incapacità del governo nazionale di lavorare per il futuro del Paese. Le città italiane, e Siena in particolare, sono da sempre città dei saperi e delle conoscenze. La ripresa economica e la creazione di nuova occupazione non può che passare dall’investimento nella cultura, intesa nel suo significato plurale di conservazione, produzione e trasmissione. Questo comprende la valorizzazione dei beni artistici ed architettonici, la tutela del paesaggio, la difesa dei prodotti agroalimentari tradizionali ed ad indicazione geografica tipica. Cultura significa anche creazione di nuova conoscenza attraverso la ricerca, quindi rilanciando i settori più dinamici della nostra comunità a cominciare dai nostri due atenei, laboratorio del nostro futuro. Cultura che passa anche dal sostegno alla scuola pubblica, che il Comune, nel rispetto delle proprie prerogative, deve garantire nella forma di servizi a tariffe agevolate, e dove necessario, nell’attivazione di forme di supporto alle famiglie e ai  bambini in difficoltà. Cultura infine intesa come trasmissione della conoscenza e del sapere, quindi attraverso politiche capaci di promuovere le nostre eccellenze nel mondo.

Il lavoro, motore della crescita. Siena è destinata a dover affrontare una fase in cui sia i trasferimenti da parte dello stato sia le erogazioni della Fondazione MPS saranno inferiori a quanto ricevuto finora. Di fronte a risorse limitate Siena dovrà necessariamente mantenere i servizi essenziali senza deprimere l’economia.

La generosità dei senesi rispetto alle generazioni future  destinerà le erogazioni della Fondazione per investimenti produttivi piuttosto che per il bilancio corrente. Lo sforzo che la politica dovrà fare sarà dunque quello di sostenere le imprese che potranno garantire un’offerta lavorativa a figure altamente professionalizzate e specializzate. Pensiamo che Siena possa ospitare incubatori scientifici rivolti a discipline diverse, che attraggano dalla Toscana le competenze migliori.

I diritti della persona al centro della politica. Siena è una città democratica ed accogliente. In nessun caso potranno essere tollerate le politiche discriminatorie che troppo spesso ricorrono nel dibattito politico nazionale. Anche gli immigrati che scelgono di vivere nella nostra città devono sentirsi i genitori dei senesi di domani. A loro va garantita una piena integrazione. La società italiana sta mutando profondamente, e anche a Siena non deve mancare particolare attenzione ai diritti, uguali per tutti: senza discriminazioni di genere, di religione, orientamento sessuale, salute. Anche a Siena come in altri comuni della nostra provincia sia istituito un registro delle volontà di fine vita.

Il nostro territorio, la nostra ricchezza. Siena è cresciuta e continuerà a crescere nei prossimi anni. Tuttavia se è vero che una parte cospicua delle nuove costruzioni realizzate dovranno intervenire su un mercato insostenibile anche per le famiglie medie, dobbiamo rilevare che a fronte della presenza sul mercato di nuove strutture non si è rilevata una vera crescita dei residenti né determinando l’effetto calmieratore atteso.

In un momento in cui molti comuni hanno deciso di sviluppare piani senza consumo del territorio, Siena deve chiedersi se davvero una ulteriore e massiccia immissione sul mercato di nuove abitazioni nei prossimi anni come previsto dagli strumenti approvati o in corso di approvazione da parte del Consiglio comunale, sia necessaria, o se invece impoverirà il patrimonio paesaggistico che costituisce il componente fondamentale della nostra ricchezza.

La politica come servizio civico. Come ha affermato il presidente della regione Toscana Enrico Rossi, dobbiamo tornare a concepire la politica come “servizio civico”. Questo significherà sostituire le indennità con gettoni di presenza ma soprattutto ripensare i criteri di selezione per scegliere i componenti nominati dalla pubblica amministrazione, facendo prevalere il merito.

Noi sosteniamo l’attuale forma statutaria della Fondazione MPS e crediamo che spetti al Sindaco motivare le proprio scelte sulla composizione della deputazione e allo stesso temo crediamo chi è indicato per nomina pubblica debba rendere trasparenti i propri atti e sottoporli alla valutazione dei cittadini.

*Foto Edgar Barany

“Scuola” è la parola che disegna il futuro

“Scuola” è la parola che disegna il futuro

Risparmiare sulla semina? “Scuola” è la parola che disegna il futuro. Non è solo un capitolo del Bilancio dello Stato, ma il più  grande investimento sul capitale umano e sul futuro del nostro Paese.

Contrariamente alle impressioni la scuola è un argomento difficile di cui parlare poiché,

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I Norman d’Italia: laurea con lode e una vita offesa

I Norman d’Italia: laurea con lode e una vita offesa

I disperati salgono sui tetti, quelli che non hanno via di fuga e sono sotto ricatto si lanciano nel vuoto. Una generazione di precari per sempre, in bilico. Soprattutto se nasci al Sud – L’analisi

di Giuseppe Provenzano
I disperati salgono sui tetti, e prima o poi accade: uno si butta giù. Si buttano giù, i giovani italiani, al Sud più che altrove, quando arriva il giorno in cui si chiedono: a cosa è servito tanto studiare? Un giorno di settembre, se mancano tre mesi alla laurea, o al dottorato, e si chiedono che fare dopo.

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Cattedra Cercasi

Cattedra Cercasi

- Il racconto per immagini di Giorgio Alosio dell’assegnazione delle cattedre presso l’istituto Sarrocchi, Siena -

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La scuola di un paese per vecchi

La scuola di un paese per vecchi

Dopo tanto parlare e discutere di riordino della scuola fra addetti ai lavori, la presunta riforma è arrivata e le più nere previsioni si stanno avverando. La scuola effettivamente cambia, nel senso che peggiora e la precarietà, da condizione di molti docenti, diventa sentimento diffuso in tutti quelli che vi hanno a che fare. Insomma non si “riforma” un bel nulla, e sì che ce ne sarebbe davvero bisogno. Ci si limita a ridurre l’impegno dello Stato nella scuola, quella pubblica, ovvero si taglia il personale; non i peggiori, ma gli ultimi arrivati (secondo rigidi criteri burocratici), e si eliminano le risorse a disposizione delle scuole, non solo per l’innovazione ma anche per il semplice funzionamento.
La novità di questi giorni è che famiglie e studenti stanno realizzando che le spese della presunta riforma-Gelmini sono anche a loro carico, non solo del personale precario della scuola tanto inviso alla ministra. Perché per ridurre il numero dei docenti bisogna aumentare il numero degli studenti per classe, fino a non saper più dove metterli (la Legge ha ispirato la costruzione di aule per ospitare massimo 25 studenti). Mentre ridurre i bidelli significa avere scuole meno “aperte” e minori attività extra scolastiche, così come ridurre il personale tecnico significa meno attività pratiche e di laboratorio. E ridurre i fondi significa obbligare le scuole a chiedere maggiori contributi “volontari” alle famiglie. Così mentre in tutto il mondo si riflette su come personalizzare l’apprendimento scolastico per andare incontro a molteplicità e complessità che caratterizzano gli studenti e i processi educativi, da noi si aumenta vertiginosamente il numero degli studenti per classe, si allontanano i docenti più giovani e spesso più motivati dalle aule, si riducono le compresenze e gli insegnanti di “sostegno” e gli investimenti in tecnologie educative, e si sostituisce l’idea di apprendimento diffuso attraverso l’uso distribuito delle tecnologie in classe (dopo il docente-presentatore delle Lavagne Interattive Multimediali, forse l’insegnamento delegato al mezzo televisivo?).
Si tratta nel complesso di una ricetta stupidamente familista, sottrarre risorse collettive e rimandare al “ghé pensi mi” dei parenti per le risposte individuali. I bisogni degli alunni sono in realtà sempre più ampi e complessi e le famiglie, in assenza di un moderno sistema di welfare, assegnano alla scuola una funzione e una responsabilità impropria, diciamo “terapeutica”, chiedendo aiuto e supporto nella cura ed educazione dei figli, anche al di là delle questioni legate strettamente all’istruzione e alla formazione.
Tutto ciò è coerente con un’idea nostalgica e semplicistica di una scuola del passato (la retorica del maestro unico) che stride con la realtà quotidiana: classi con studenti di ogni parte del mondo, nativi “digitali” capaci di accedere ma non di selezionare e scegliere fra enormi quantità di informazioni, spesso affetti da disturbi di attenzione e apprendimento, sempre più difficili da motivare da parte di una scuola identica a se stessa da oltre 50 anni.
Da questo nasce il senso di disorientamento e precarietà che pervade il mondo della scuola, di fronte a risposte illogiche e paradossali alle domande della società.
Il ruolo dei partiti politici di opposizione è quello di rendere quest’operazione chiara a tutto l’elettorato, dato che buona parte di questo ha sostenuto e sostiene l’attuale maggioranza di governo. E sì che i figli a scuola ce li manderà anche chi ha votato Berlusconi…Come PD stiamo cercando di offrire agli insegnanti una sponda politica e parlamentare. Speriamo di riuscire a farlo compiutamente. Noi ce la stiamo mettendo tutta.
La cosa più grave è che dalle politiche scolastiche si capisce come l’attuale governo non abbia nessuna idea di futuro per questo Paese. Per questo non investe nella scuola, nella formazione e nella ricerca, fregandosene altamente dello smarrimento delle generazioni più giovani di fronte a un quadro di differenziali intergenerazionali, territoriali, socio-culturali che rendono l’Italia un paese “vecchio e per vecchi”.


* Foto Margaret Bourke-White. Classe di bambini rifugiati in una scuola provvisioria a Cinecittà, Roma 1944. Fonte Archivio Life.