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Il governo dell’Europa

Il governo dell’Europa

La settimana scorsa, con uno stile completamente nuovo Mario Monti ha inaugurato un stagione politica decisiva. Sarebbe sbagliato limitarci a classificare questa fase politica come un governo imposto dall’Europa, significherebbe considerare questa esperienza come una parentesi da chiudere al più presto, non diversamente da quanto sostiene Berlusconi. Le prospettive che si aprono oggi sono molteplici e riguardano sia il rapporto tra politica e cittadini sia il ruolo dell’Italia in Europa.

Nel suo discorso di insediamento Mario Monti non si è sottratto a questo compito.

Il primo aspetto del suo discorso che merita essere sottolineato è il tono ed il modo di porsi di fronte all’interlocutore, per discutere e affrontare i problemi del paese. Sono già arrivate le imitazioni di Crozza, mentre Giuliano Ferrara ormai rimasto insieme a Calderoli, Sallusti e Scilipoti a presidiare l’impero giapponese nelle isole del Pacifico ha descritto come monti “il preside del consiglio”.

Eppure la memoria corra ad un’altra stagione del nostro paese. Al confronto con presidenti del Consiglio come Amato, Ciampi e poi Prodi il modo di rapportarsi di Monti non appare eccezionale. Anzi forse la politica vera dovrebbe tornare ad essere quella narrata da questo educato ma severo professore e la stagione eccezionale è stata quella della politica piena di discorsi fumosi, ma vuota di concetti. L’Italia dovrebbe tornare a considerare normale il privilegiare la serietà e la competenza rispetto all’apparenza ed alla capacità oratoria.

Monti ha aperto il suo intervento al Senato con un  richiamo all’Europa, un richiamo forte, che si spiega in queste parole

“Non vediamo i vincoli europei come imposizioni. Anzitutto permettetemi di dire, e me lo sentirete affermare spesso, che non c’è un loro e un noi. L’Europa siamo noi.”

In questo passaggio del suo discorso si intravede l’amarezza di fronte all’atteggiamento della classe politica sull’Europa. La politica italiana troppo spesso ha considerato le elezioni europee come un riflesso del dibattito nazionale. Ha considerato le scelte condivise a Bruxelles come una scusa per portare avanti riforme impopolari. Ha trattato spesso il Parlamento europeo come parcheggio per politici scomodi, caduti in disgrazia o a fine carriera. Si è disinteressata delle scelte comuni salvo poi lamentarsene. L’Italia è uno dei sei paesi fondatori delle comunità europee eppure non se ne è mai sentito membro a tutti gli effetti condividendone vantaggi e responsabilità. Questa amarezza c’è tutta in questo richiamo. Monti invita a non trascurare l’Europa:

“Altrimenti ci ritroveremo soci di un progetto che non avremo contribuito ad elaborare, ideato da Paesi che, pur avendo a cuore il futuro dell’Europa, hanno a cuore anche i lori interessi nazionali.”

Dunque l’Europa è un progetto ancora da elaborare, ma che richiede coraggio, serietà e competenza. Non possiamo lamentarci della mancanza di politiche comuni sulle retribuzioni o sulla previdenza quando per volontà degli Stati i trattati escludono che queste politiche vegano affrontate a livello europeo. Il principio di sussidiarietà, come affermato dai trattati, autorizza un intervento della Comunità solo dove un obiettivo non può essere realizzato dai singoli Stati tramite misure a livello nazionale, non viceversa.

Questo è il nodo centrale del dibattito che sul nostro futuro. Non possiamo ad esempio lamentarci delle raccomandazioni della BCE e accusare di neoliberismo o di monetarismo questa istituzione, come è stato fatto da alcuni esponenti  del nostro partito. La Banca Centrale europea fa gli interessi dell’euro, ovvero difende una moneta dall’inflazione e della speculazione. Se noi vogliamo che vi sia un coordinamento sulle politiche fiscali ed una eventuale condivisione dei debiti sovrani la strada è quella convenzionale, non ce ne sono altre. Lasciamo le critiche sterili alla BCE e all’euro a Berlusconi e Bossi.

L’Europa di oggi, anche per rispondere alle accuse che dipingono le istituzioni sovrannazionali come in mano ai  banchieri è frutto di un accordo, un progetto aperto sviluppato nei trattati e nelle attività quotidiana delle istituzioni. Questo è l’articolo 3 comma 3 del Trattato dell’Unione Europea.

3. L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico.

All’ articolo 4 subito dopo:

4. L’Unione istituisce un’unione economica e monetaria la cui moneta è l’euro.

L’economia sociale di mercato è già parte della visione europea.

In conclusione un altro passaggio fondamentale del discorso di programma di governo al Senato è stato il momento in cui il presidente del Consiglio si presenta. Monti descrive la sua persona e quella della compagine governativa con un noi e si riferisce al Senato e ai senatori seduti di fronte a lui (forse dimenticando di essere da poco stato nominato senatore a vita) con un voi. Noi e voi, appunto. In questo passaggio storico per l’Italia non stiamo certamente vivendo la sospensione della democrazia, come dice un Berlusconi sempre più piccolo e nervoso. Però in quell’espressione

“vogliamo aiutare voi politici a ritrovare la strada per guidare il paese”

si ritrova l’ammissione dell’incapacità di una intera maggioranza parlamentare di governare questo paese e l’incapacità dell’opposizione di fare proposte politiche alternative. Se oggi a quasi vent’anni di distanza dalle monetine all’Hotel Raphael la politica di nuovo essere riconosciuta, come il motore del progresso del Paese significa che il lavoro da fare è tanto.

La sfida del governo Monti è tutta qui: da un lato ritrovare la fiducia dei cittadini rispetto alla possibilità della politica di migliorare la vita delle persone; dall’altro ritrovare la fiducia dell’Europa rispetto alla capacità dell’Italia di svegliarsi dal proprio torpore.

Francesco Carnesecchi

* Base dell’intervento in Direzione Provinciale PD – 18 novembre 2011.

Lettera agli elettori del Partito Democratico

Lettera agli elettori del Partito Democratico

di Stefano Boeri
Care amiche, cari amici che il 15 maggio avete votato Partito Democratico.

Che avete deciso, in 170.000, che fosse questo il modo migliore per sostenere la candidatura di Giuliano Pisapia a Sindaco.

Care amiche e cari amici che come me, come moltissimi milanesi, credono e hanno creduto nella potenza collettiva di un grande partito di cittadini preoccupati dell’utilità sociale del proprio lavoro, generosi nell’offrire il proprio tempo e attenti alla vita civica di Milano.
Che hanno spinto con il loro voto Giuliano Pisapia a guidare una svolta storica nella politica italiana e il PD a diventare la forza di maggioranza relativa in Consiglio Comunale, con quasi il 30% dei consensi e 20 consiglieri sui 29 eletti nella nuova maggioranza.

Care amiche, cari amici, c’è oggi – oggi come non mai – una distanza siderale tra il Partito Democratico che vogliamo, vorremmo, abbiamo voluto, e il Partito che esiste. Ma voglio essere chiaro: non mi riferisco ad un problema di persone, dirigenti, formule, criteri di relazione tra elettori e eletti; criteri peraltro inadatti e spesso anacronistici.

Mi riferisco soprattutto al fatto per chi come me nel 2007 è stato tra i fondatori del Partito Democratico, e per noi tutti che lo abbiamo seguito in questi anni, è difficile accettare che il PD non sia oggi a Milano, nella Milano governata da una Giunta nuova verso la quale si rivolgono le speranze di un intero Paese, una presenza vibrante, attenta e propulsiva di idee e relazioni.

E’ inaccettabile che le donne e gli uomini che stanno a Palazzo Marino non ricevano da un grande Partito innovatore e diffuso una costante spinta a riflettere sulle proprie scelte, a migliorarsi, a verificare in tempo reale gli effetti delle proprie azioni, a correggerle, a studiare e inventare nuove soluzioni per Milano.
Durante la lunga e bellissima campagna elettorale che ha preceduto il voto di maggio, il Partito Democratico con i suoi circoli, iscritti, elettori, è stato un fulcro e insieme un volano di idee.
Idee insieme radicali e riformiste. Idee capaci di tenere la testa alta e permettere una visione sul futuro e il grande territorio di Milano; ma allo stesso tempo idee capaci di tenere i piedi ben saldi per terra e non essere velleitarie ma misurate, verificate di continuo e rese più efficaci dal contatto con le comunità, i quartieri, la vita quotidiana di Milano e dei milanesi.

La grande idea di una scuola pubblica aperta a tutte le ore del giorno, per tutti i giorni dell’anno, per tutte le età. Il doppio sguardo di genere, necessario a portare nella politica la prospettiva dell’universo femminile e la sua intelligenza visionaria e di sistema. La sfida di una Città-Mondo abitata oggi da milanesi di 191 nazionalità che possa finalmente dispiegare la sua potenza economica e culturale. La campagna per valorizzare la potenza e la generosità diffusa della piccola e media impresa milanese; di quelle quasi 200 mila comunità di rischio e di destino che trainano e insieme reggono, con grande fatica e spesso solitudine, il percorso verso una Milano migliore. La proposta di un decentramento che non sia quello burocratico delle attuali Zone, ma fondato su principi di democrazia deliberativa. La scelta di una Milano dove i diritti dei deboli non siano “deboli diritti”, ma anzi la prospettiva giusta per migliorare la vita quotidiana, l’accessibilità ai servizi. Dove i giovani che vivono la realtà del precariato possano avere un futuro professionale e una casa dove andare a vivere. L’idea di una cultura diffusa nella città ed esplosiva nelle sue espressioni, che chi governa non pretenda di irrigimentare (non potendola più neppure finanziare) ma piuttosto sappia riconoscere, valorizzare e aiutare a diventare la vera fonte di offerta di quella moltitudine di eventi, spettacoli, incontri, esposizioni che rende così unica , unica al mondo, la nostra città. La grande sfida per una metropoli che riscopra la sua vocazione agricola, una ruralità che significa coltivazione e insieme cura del territorio e delle sue pratiche, oltre che scambio di beni con la città.

Queste sono solo alcune delle idee, delle parole nate nei pensieri e nei discorsi degli iscritti e degli elettori del Partito Democratico milanese. Idee e parole che hanno fatto vincere Giuliano Pisapia, hanno fatto eleggere un Consiglio con 29 rappresentanti del centro-sinistra e che oggi rappresentano le stelle polari della nuova Giunta.

E triste dircelo, ma nonostante questo successo, il Partito che esiste oggi a Milano sembra un piccolo mondo chiuso, parallelo e indifferente a quanto succede nel governo della città. Il partito che di fronte alle vicende giudiziarie di un suo dirigente si produce in un complicato riassetto della sua Segreteria invece che affrontare con coraggio un serio approfondimento politico sul rapporto tra interessi, governo locale e trasformazioni del territorio; il partito che oggi discute e si divide parlando di riorganizzazione per componenti, di nomine equilibrate sulle correnti, è lontano mille miglia dalla tensione propulsiva della nostra campagna elettorale. E lo è in un momento in cui, lo ripetiamo, avremmo bisogno come ossigeno di quella tensione ideale. Noi che stiamo a Palazzo Marino, voi che ci avete eletto – e tutta la città intera.

Care amiche e cari amici del PD; voi che guardate al PD con quel misto di titubanza, fiducia, perplessità e affetto che proviamo verso un simbolo, una comunità di cui riconosciamo l’immenso valore potenziale e i grandi limiti attuali.

Quello che voglio dirvi oggi è che voi siete, dovete essere, il PD.

Dovete tornare ad essere il PD che avremmo voluto in questi anni, che avete votato il 15 maggio e che vogliamo guidi il cambiamento radicale e riformista in Italia.

Dobbiamo, dovete riprendere tra le vostre mani quella forza collettiva che avete contribuito a sprigionare e che oggi non può appoggiarsi solo alla grande generosità dei 4000 iscritti al PD milanese o alla buona volontà e all’intelligenza di un gruppo ristretto di dirigenti e dei funzionari di Partito.

Vi propongo una mossa semplice e potente: iscrivetevi al PD nuovo, iscrivetevi per un nuovo PD che torni ad essere l’energia profonda che ha spinto il centro-sinistra a tornare a governare dopo 20 anni Milano.

Iscrivetevi a una comunità che ha bisogno come il pane delle vostre idee e che per questo deve rigenerarsi, uscire dalle logiche piccole e ottuse delle consorterie legate alle leadership nazionali o locali.

Iscrivetevi per rifondare una comunità di milanesi che sappia ripensare e rilanciare la propria identità di movimento collettivo di idee e progetti e – solo in conseguenza a questa identità rigenerata- sappia anche rimettere in discussione la propria formula organizzativa.

Iscrivetevi, iscriviamoci ad un Partito Democratico che rinasce e si rigenera grazie ad una intensa discussione collettiva aperta a tutta la città, che verifichi e rinnovi il gruppo dirigente dando spazio a chi viene dai circoli, dal lavoro sociale e dalle professioni. Grazie ad un congresso straordinario nel corso del quale Milano e la sua nuova Amministrazione, stimolata da un PD invaso dai suoi elettori, venga a sua volta invasa dalle nostre idee e dalle nostre visioni del futuro.

Siamo in molti a volere questa invasione rigenerante. Cominciamo, oggi, a farla diventare realtà.

Stefano Boeri
Milano, 14 ottobre 2011

Sognavamo questa roba. Ora ce la fanno costruire, mica male!

Sognavamo questa roba. Ora ce la fanno costruire, mica male!

Idee ed innovazione in un ricordo di Steve Jobs

di Francesco Carnesecchi

Tutto il mondo in queste ore piange Steve Jobs, il “genio visionario e creativo” appena scomparso. La vita di tutti noi, anche di chi come il sottoscritto non ha mai avuto un prodotto Apple, è certamente stata cambiata dalle sue intuizioni.

Leggendo le tante ricostruzione della sua vita e della sua impresa c’è un dettaglio che colpisce profondamente. Nella complessità dell’economia e della comunicazione globale, Steve Jobs ha stranamente  dovuto “viaggiare poco” nelle propria vita. Nato a San Francisco, adottato da una famiglia di Mountain View,  ha fatto le scuole superiori a Cupertino, si è avvicinato alle prime esperienze con le tecnologie lavorando d’estate alla Hewlett-Packard di Palo Alto, ed è a Cupertino dove oggi si trovano i quartieri generali della Apple, tutto nel raggio di pochi chilometri.

Sarebbe stato possibile un Jobs nato e cresciuto altrove?

Probabilmente sì: decine di migliaia di talenti creativi sono stati attratti in questi ultimi trent’anni dalla California del Nord e dall’area intorno a Boston.

I temi dell’innovazione e della produzione della conoscenza sono intrinsecamente legati alla possibilità che un ambiente possa o meno favorire la trasformazione delle idee innovative in capitale intellettuale a beneficio della società. Realizzare le grandi idee senza un contesto, avere uno Steve Jobs senza California non è affatto una cosa semplice.

Anche nel dibattito pubblico presente nel nostro paese sulla economia della conoscenza (traduzione di knowledge based economy) ci si concentra troppo spesso sui sugli obiettivi e sulle risorse disponibili. Poca attenzione viene data invece il ruolo che la conoscenza gioca davvero nell’economia e allo studio dei contesti in cui questa agisce.

Diversi studiosi di scienze sociali negli anni più recenti hanno cominciato a sviluppare  ricerche che partivano proprio da una spiegazione adeguata del concetto di conoscenza per comprendere come questa interagisca con gli individui e con le società. Rooney e Schneider, coautori del Handbook On The Knowledge Economy hanno tentato una lettura socio-economica del termine spiegando come questo debba essere riferito sia ad un insieme di processi, mentali e sociali, sia agli artefatti prodotti dalla società. Sia un prodotto dunque, gli artefatti, sia un fattore produttivo, le relazioni, le idee e la creatività. Una definizione molto larga ma utile per cominciare a formulare delle politiche pubbliche in questo settore che abbiano migliori chance di successo.

Oggi una delle grandi questioni che gli amministratori e gli imprenditori si trovano di fronte è proprio il nesso tra politiche pubbliche e conoscenza e innovazione. Spesso questo rapporto viene affrontato limitandosi alla tecnologia e l’ingegneria senza però considerare tutte le altre aree della conoscenza non tecniche. È un errore, perché la conoscenza è nella cultura, nelle arti, nelle scienze sociali, nello spettacolo e in tutte le altre aree della vita quotidiana che tuttavia non vengono considerate come centrali delle politiche pubbliche legate all’innovazione.

Questo accade, perché esiste la presunzione che la conoscenza abbia solo valore strumentale e che quindi serva ai fini dello sviluppo industriale. Si tratta però di un approccio sbagliato perché le radici della conoscenza sono più profonde e si nutrono di cultura, del capitale sociale e della comunicazione. Tornando oltreoceano, nelle università della California così come a quelle Massachusetts  non si studia solo i computer science!

Per questo imprese e politiche di investimento nella ricerca e nell’innovazione sono destinate a fallire senza quell’ambiente culturale profondo e diffuso che funziona da incubatore per le idee davvero rivoluzionarie.

Ricordando a Steve Jobs, un recente articolo di Malcolm Gladwell sul The New Yorker, pubblicato anche sul numero 914 della rivista Internazionale, ci racconta proprio quale sia il valore dell’ambiente nello sviluppo delle idee e di singole persone. L’articolo comincia con un aneddoto, quasi leggendario, di un giovane di Steve Jobs che -  avrebbe permesso alla Xerox di comprare centomila azioni della sua azienda per un milione di dollari – all’attesissima quotazione in borsa mancava solo un anno – a patto che il Parc “gli aprisse un po’ le sue stanze segrete”-.

La storia prosegue raccontando l’incontro tra Jobs ed computer Xerox Alto, una delle costosissime meraviglie tecnologiche dell’epoca, come un’illuminazione che avrebbe spinto la Apple a cercare di produrre un elaboratore con le stesse caratteristiche ma capace di una diffusione finalmente ampia: il moderno personal computer. Un punto di svolta dunque nella storia tecnologia della fine del secolo scorso che avrebbe cambiato la vita di tutti i noi.

Ma è proprio dall’incontro tra importanti istituti di ricerca, imprese tradizionali, come la gigantesca dell’epoca la Xerox delle fotocopiatrici e della stampanti laser, ed imprese dinamiche come la Apple si sarebbero create le condizioni queste ed altre innovazioni.

Dunque cultura, ricerca avanzata, tessuto industriale ed idee innovative. Oltre agli investimenti e di programmi di sviluppo è necessaria un’infrastruttura umana, ed un ambiente di ricerca che spesso non è direttamente legate ad uno specifico settore ma che consenta alle idee davvero innovative di emergere e realizzarsi.

Concludendo l’omaggio al visionario Steve Jobs è importante ricordare quanto l’educazione, la cultura e la ricerca siano fondamentali per il benessere collettivo, quanto queste vadano promosse anche quando non sembrino essere immediatamente rilevanti e non necessariamente legate al sistema economico locale.

La lezione umana di Steve Jobs è che gli individui possono cambiare il mondo solo se troveranno le condizioni sociali ed il contesto per farlo. In Italia tutto questo sembra molto difficile.

*Traduzione del titolo da: We used to dream about this stuff. Now, we get to build it. It’s pretty neat.

Il diritto di usare la Rete come fonte e luogo di conoscenza è e resta la nostra priorità.

Il diritto di usare la Rete come fonte e luogo di conoscenza è e resta la nostra priorità.

Il Disegno di legge – Norme in materia di intercettazioni telefoniche che prevede al comma 29 recita:
«Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.»

Questo dispositivo rischia di mettere a dura prova la libertà di espressione di molti blog come il nostro. La redazione dei Sottomarini Senesi pubblica il testo integrale Comunicato stampa del 4 ottobre 2011 di Wikipedia Italia
Cara lettrice, caro lettore,

in queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più continuare a fornire quel servizio che nel corso degli anni ti è stato utile e che adesso, come al solito, stavi cercando. La pagina che volevi leggere esiste ed è solo nascosta, ma c’è il rischio che fra poco si sia costretti a cancellarla davvero.

Negli ultimi 10 anni, Wikipedia è entrata a far parte delle abitudini di milioni di utenti della Rete in cerca di un sapere neutrale, gratuito e soprattutto libero. Una nuova e immensa enciclopedia multilingue e gratuita.

Oggi, purtroppo, i pilastri di questo progetto — neutralità, libertà e verificabilità dei suoi contenuti — rischiano di essere fortemente compromessi dal comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni.

Il Disegno di legge – Norme in materia di intercettazioni telefoniche etc., così modificato (vedi p. 24), alla lettera a) del comma 29 recita:

«Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.»

Tale proposta di riforma legislativa, che il Parlamento italiano sta discutendo in questi giorni, prevede, tra le altre cose, anche l’obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine.

Purtroppo, la valutazione della “lesività” di detti contenuti non viene rimessa a un Giudice terzo e imparziale, ma unicamente all’opinione del soggetto che si presume danneggiato.

Quindi, in base al comma 29, chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto — indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive — di chiedere l’introduzione di una “rettifica”, volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti.

In questi anni, gli utenti di Wikipedia (ricordiamo ancora una volta che Wikipedia non ha una redazione) sono sempre stati disponibili a discutere e nel caso a correggere, ove verificato in base a fonti terze, ogni contenuto ritenuto lesivo del buon nome di chicchessia; tutto ciò senza che venissero mai meno le prerogative di neutralità e indipendenza del Progetto. Nei rarissimi casi in cui non è stato possibile trovare una soluzione, l’intera pagina è stata rimossa.

Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
Articolo 27

«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.

Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.»

L’obbligo di pubblicare fra i nostri contenuti le smentite previste dal comma 29, senza poter addirittura entrare nel merito delle stesse e a prescindere da qualsiasi verifica, costituisce per Wikipedia una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza: tale limitazione snatura i principi alla base dell’Enciclopedia libera e ne paralizza la modalità orizzontale di accesso e contributo, ponendo di fatto fine alla sua esistenza come l’abbiamo conosciuta fino a oggi.

Sia ben chiaro: nessuno di noi vuole mettere in discussione le tutele poste a salvaguardia della reputazione, dell’onore e dell’immagine di ognuno. Si ricorda, tuttavia, che ogni cittadino italiano è già tutelato in tal senso dall’articolo 595 del codice penale, che punisce il reato di diffamazione.

Con questo comunicato, vogliamo mettere in guardia i lettori dai rischi che discendono dal lasciare all’arbitrio dei singoli la tutela della propria immagine e del proprio decoro invadendo la sfera di legittimi interessi altrui. In tali condizioni, gli utenti della Rete sarebbero indotti a smettere di occuparsi di determinati argomenti o personaggi, anche solo per “non avere problemi”.

Vogliamo poter continuare a mantenere un’enciclopedia libera e aperta a tutti. La nostra voce è anche la tua voce: Wikipedia è già neutrale, perché neutralizzarla?

Gli utenti di Wikipedia

Manifesto per un nuovo spirito pubblico

Manifesto per un nuovo spirito pubblico

Pubblichiamo il “Manifesto per un nuovo spirito pubblico” discusso Sabato 1 Ottobre  scorso a Firenze all’iniziativa “etica e politica”

1. Necessità

C’è bisogno in Italia di un nuovo spirito pubblico.

Se vogliamo affrontare con qualche possibilità di successo l’asprezza della crisi economica e finanziaria, se non vogliamo restare a guardare passivamente il progressivo degrado della vita civile, dobbiamo venir fuori al più presto dal caos in cui si trova il sistema democratico, e ricostruire l’autorevolezza delle istituzioni politiche.

Ci vorrà del tempo per fare i conti pienamente con i cambiamenti prodotti in questi anni, nei comportamenti pubblici e privati, dal populismo dilagante, dall’invasione dei conflitti d’interesse, dalla demagogia anti italiana, da un esercizio del potere troppe volte oscuro, insincero, volgare, e infine corrotto.

Ma non ci riusciremo se non cominciamo da ora a costruire un nuovo spirito pubblico. Che metta al centro anzitutto l’onestà, la sincerità, la trasparenza. Che restituisca senso, dignità e riconoscimento alla cura degli interessi generali, dei beni comuni, delle ragioni dello stare insieme.

Questo nuovo spirito pubblico si costruisce anzitutto con il linguaggio della solidarietà, dell’unità e del civismo. E con una pratica della politica sobria e responsabile. Si costruisce con il coraggio della critica ai comportamenti che in questi anni hanno relegato in un angolo il patrimonio di civiltà del nostro Paese, ridimensionato i diritti e dileggiato i doveri, messo in discussione i valori dell’equità e della giustizia sociale e il rispetto delle diversità. In una parola: i fondamenti dell’etica civile, laica, repubblicana scritti nella nostra Costituzione, dai quali, invece, occorre ripartire. E nei quali sono descritti i due termini essenziali dell’essere morale individuale e collettivo: l’aspirazione alla “vita buona” e i doveri che ne derivano.

Ciò che caratterizza un nuovo spirito pubblico non è l’assenza del conflitto politico, non è la scomparsa delle differenze. E’ invece l’idea laica che nello spazio politico nel quale ognuno porta le proprie idee, vanno rispettate le regole senza prevaricazioni e abusi di potere e vanno valorizzati i percorsi individuali, le aspirazioni alla vita buona che ognuno ha dentro di sé e consentono agli altri di perseguire le proprie. E’ l’idea che il potere deve incontrare un limite, che tutti sono soggetti alla legge comune, e che questa si esercita nel riconoscimento delle libertà fondamentali degli individui.

Soprattutto, un nuovo spirito pubblico parte dalla consapevolezza che possiamo farcela a costruire un’Italia diversa e che vale la pena di spendere ciascuno qualcosa di sé in questa impresa.

Tocca alla politica fare il primo passo, e dunque farsi attraversare da un moto di rigenerazione morale, di senso etico del dovere, di dedizione all’interesse pubblico.

L’indignazione non basta più. L’indignazione verso ciò che sentiamo come una prevaricazione insopportabile ci dà la carica per reagire, per prendere voce pubblica, per riconoscerci in un movimento collettivo. Poi bisogna agire, fare ciascuno la propria parte. Anche perché tutti abbiamo da farci perdonare qualcosa, fosse soltanto il non aver capito in tempo, l’aver lasciato che le cose corressero così, l’aver pensato di potercela cavare da soli, l’aver ceduto alle banalizzazioni del “sono tutti uguali, gli altri”. Prendiamo esempio dal movimento delle donne, dalla sua carica unitaria e innovativa, dalla sua capacità di saper guardare al futuro di tutti.

La politica deve dare ora il segnale di voler riconquistare pienamente una dimensione collettiva e razionale.

2. Onestà, sincerità, trasparenza

Si diceva dell’onestà, della sincerità e della trasparenza. Queste sono, tra tutte, le prime competenze che deve dimostrare di possedere chi fa politica. Quelle che non bastano, ma senza le quali tutte le altre non servono a niente.

L’onestà e la trasparenza devono essere garantite da leggi stringenti e da codici etici adottati e sanciti dalle regole interne dei partiti. Leggi che oggi non ci sono, perché si ammette che un condannato per gravi reati possa accedere anche alle cariche più elevate. Codici che oggi non ci sono, e che quando ci sono non vengono applicati con la dovuta fermezza. L’onestà non la puoi imporre, ma con le leggi la puoi controllare, devi combattere il suo contrario. La trasparenza invece la puoi imporre, con le leggi e con i codici etici.

La sincerità può essere garantita solo dal diritto di cronaca, dalla libera espressione del pensiero, dal controllo da parte di una pubblica opinione avvertita, informata, esigente. Nel tempo presente, invece, il diritto di cronaca e la libera espressione del pensiero sono continuamente sotto schiaffo, mentre si fa largo la pratica nefasta della macchina del fango, del killeraggio a colpi di dossier. La giustizia è debole nel garantire i diritti, ed è lenta a colpire la macchina del fango.

3. Coraggio e riforme

Se vogliamo che si affermi un nuovo spirito pubblico, dobbiamo perciò avere il coraggio dell’elogio della mitezza e l’orgoglio dell’esercizio misurato del potere.

Ma un nuovo spirito pubblico, perché si diffonda nel corpo sociale e sia misura e criterio di apprezzamento dell’agire di ciascuno di noi, non può affermarsi veramente se non si ritrova nelle grandi istituzioni politiche e sociali, se non vive in buone e corrette leggi elettorali e in istituzioni per composizione e funzione autorevoli e degne di questo nome, se non si riconosce nel modo in cui viene gestito il servizio pubblico radio televisivo, e se la scuola pubblica viene abbandonata a sé stessa o la giustizia non funziona. I sostenitori del nuovo spirito pubblico sanno che devono dare battaglia per queste riforme.

4. Personalizzazione, populismo

Quanto alla politica, c’è da riflettere su come stiamo vivendo il processo di personalizzazione, che ha il merito di dare spazio ai talenti e alle qualità e il difetto di perdonare tutto ai vincitori. Il nuovo spirito pubblico di cui c’è bisogno non può che esaltare talento e qualità, ma non può perdonare a nessuno il tradimento dei valori declamati, la violazione delle regole comuni, la cattiva gestione del potere, men che mai al vincitore.

La cattiva personalizzazione si fa forza del clientelismo e dell’uso arrogante del potere e si esalta nel populismo. La miscela è esplosiva: tutto si può e si deve perdonare al potente di turno, a lui non deve essere richiesta né onestà, né trasparenza, né sincerità, anzi è lui stesso che detta i canoni della vita buona e la sua morale privata diviene criterio per ridisegnare la morale pubblica. Il gioco populista trasforma lo Stato di diritto in Stato etico, l’etica dettata dal Capo. La Costituzione è solo un orpello, i diritti inalienabili dell’uomo una inutile declamazione, non c’è più etica civile, laica, repubblicana. Per questa strada si dà il via alle leggi inumane verso gli immigrati, si apre la strada a divieti imposti non dalle leggi ma determinati da poteri amministrativi, si dà spazio all’omofobia, si punisce chi ha convinzioni diverse dalla maggioranza, si relegano nell’irregolarità le coppie che aspirano ad avere un figlio con la procreazione assistita, si cancella il diritto delle persone a ricercare la propria umana dignità al momento della fine della propria vita. E se un giudice osa rimettere le cose a posto, ce n’è anche per lui.

Nei regimi democratici, tuttavia, il gioco populista trova sul campo molti fieri avversari, anche quando, come è avvenuto in Italia, il populismo ha fatto breccia in tante culture politiche. Non tutto può essere abbattuto in un sol colpo. La democrazia ha sempre una sua forza, una sua legittimità popolare; lo Stato di diritto risorge infine ad ogni angolo. Fin quando ci sono le istituzioni della democrazia la lotta è sempre aperta. È in questo importante e largo spazio democratico che deve emergere un nuovo spirito pubblico, ed è da qui che deve partire la riscossa dell’etica civile, laica, repubblicana.

5. Il minimo

Se dunque volessimo redigere un piccolo memorandum di principi e regole minime per intraprendere l’impegno per fondare un nuovo spirito pubblico, potremmo dire alcune cose tra tutte:

  1. Nessun potere sia incontrollato. Nessun potere sia concentrato in poche mani, e soprattutto nessun potere politico si sommi nelle mani di chi detiene posizioni dominanti, nell’economia o nella finanza o nell’informazione.
  2. Nessuno, che sia chiamato a ricoprire cariche pubbliche, sia assolto dai suoi conflitti d’interesse.
  3. Nessuno possa sottrarsi al principio di uguaglianza di tutti di fronte alla legge, in particolare per le violazioni della legge penale in cui incorra.
  4. La politica sia vissuta in partiti veri, democratici, pluralisti; i partiti ricevano il finanziamento pubblico solo se dimostrano di praticare il principio democratico e in misura corrispondente alla loro capacità di auto finanziamento. Ogni finanziamento privato, diretto o indiretto, della politica sia reso pubblico.
  5. Nessuno, che sia chiamato a ricoprire cariche pubbliche, possa sottrarsi ai doveri di trasparenza, di onestà, di sincerità. Si dia vita diffusamente alle anagrafi degli eletti.
  6. Tutti quelli che ricoprono cariche pubbliche siano tenuti ad esercitarle con onore e dignità; nessuno possa esercitare insieme due cariche pubbliche, tranne che l’una sia condizione dell’altra.
  7. Nessuno, che ricopre cariche pubbliche, abbia privilegi, ma solo le prerogative che ne garantiscono, in relazione alla funzione esercitata e all’impegno richiesto, lo svolgimento con dignità, autonomia e indipendenza. Nessuno, che non abbia i mezzi per svolgere una carica pubblica, sia nei fatti impedito a farlo per questa ragione.
  8. Nessuno, che ricopre cariche espressione del potere sovrano dei cittadini, e che riceva un giusto compenso per il suo servizio, possa continuare a svolgere, nel corso del suo mandato, anche attività private redditizie.
  9. Nessuno, che ricopre cariche pubbliche, abbia il potere di impedire l’esercizio di critica sul suo operato, né di limitare, con leggi ed atti di governo, le libertà individuali e l’esercizio dei diritti riconosciuti come inviolabili.
  10. Tutti quelli che ricoprono cariche pubbliche siano tenuti a dare conto dell’impegno profuso nell’assolvimento dei propri compiti.

6. Partiti

Queste semplici cose appaiono in gran parte scontate. Ma non è così. Un nuovo spirito pubblico non potrà affermarsi se i partiti più sensibili a questa necessità non trovano il modo di tradurla nei propri comportamenti pratici, indicando la strada per affrontare quella questione morale che, nel suo significato più ampio, riguarda tutta la società.

Contiamo, in questo, molto sui partiti che oggi in Italia sono all’opposizione, e in particolare sul Partito Democratico che ne è la parte principale ed essenziale, e a cui è affidato dai cittadini il compito di costruire una credibile alternativa.

I sottoscrittori di questo Manifesto sono in gran parte iscritte e iscritti al PD e contano sul successo del suo progetto. In quanto iscritte e iscritti, hanno molte occasioni per dire la loro. Se oggi scelgono di usare anche questo strumento è perché vogliono rappresentare, insieme ad altre persone, un punto di vista più deciso, alimentare una speranza comune di rinnovamento di tutto il centro sinistra, offrire a tutti e dunque anzitutto al PD spunti di riflessione. Parziali fin che si vuole, ma autentici.

Ci sono nella società italiana e nei partiti le energie e le volontà per affermare una diversità politica frutto di scelte concrete.

Ma bisogna fare in fretta. E bisogna fare bene.

Il linguaggio conta: non c’è nessun cambiamento, non c’è nessun discorso sul nuovo spirito pubblico se si usa l’invettiva. Se si assolve sé stessi puntando il dito sugli altri. Se si pratica il personalismo esasperato. L’invettiva, l’autoassoluzione e il personalismo esasperato sono infatti in perfetta continuità con lo spirito dei tempi che vogliamo superare. Essi nascondono, attraverso continue suggestioni e sviamenti, la sostanza della vecchia politica.

Nessuno può fare da sé. Chi pretende di fare da sé prepara riedizioni di populismo e tempi di passività per i destinatari del suo messaggio. Populismo e personalismo esasperato sono il contrario del nuovo spirito pubblico che vogliamo affermare.

In questo, c’è un tratto di vera novità nelle parole del segretario nazionale del PD, che ha escluso di inserire il suo nome nel simbolo del partito o della coalizione di centro sinistra che si prepara al confronto elettorale.

7. Rinnovamento

In realtà, ci sono molti modi per promuovere il rinnovamento dei partiti. Un modo che appare coerente con il nuovo spirito pubblico che vogliamo affermare è di rispettare il pluralismo interno e di comporre differenze e contrasti con metodo laico, di liberare l’accesso alle cariche pubbliche consentendo che ciascuno possa competere guadagnandosi sul campo la fiducia e la legittimazione, di trovare il giusto equilibrio tra aspirazioni personali e aspirazioni collettive, di assicurare la rappresentanza di genere a tutti i livelli. Sicuramente il rinnovamento si sostanzia anche di principi di rotazione nelle cariche, interne e pubbliche.

Il rinnovamento che consideriamo coerente con un nuovo spirito pubblico è fondato, poi, sulla qualità delle regole scritte nei codici etici e nello statuto, semplici, essenziali ed efficaci, sulla capacità degli organismi di garanzia di farle valere tempestivamente, e sul rispetto delle decisioni che vengono assunte. Ogni volta che emerge un problema giudiziario, è bene che il partito distingua il suo ruolo da quello delle persone, poiché nessuno deve sentirsi protetto dal partito se è in discussione la sua onorabilità. La politica responsabile ammette dunque una solitudine, che non è condanna ma distanza dai destini individuali. È il prezzo che tutte le persone che fanno politica devono mettere nel conto, come “rischio professionale” insito nella dignità del ruolo che ricoprono.

Il rinnovamento che consideriamo coerente con un nuovo spirito pubblico si basa sulla qualità del lavoro delle strutture di base e degli organismi rappresentativi e dirigenti del partito ad ogni livello, come luoghi veri nei quali si operano le scelte che devono essere assunte e si realizza una efficace partecipazione. Se questo c’è, anche i luoghi associativi di tendenza, espressione della incomprimibile libertà dei singoli, alimentano e rafforzano la partecipazione in vista delle decisioni democratiche collettive che negli organismi rappresentativi e dirigenti devono essere assunte. In un partito, prima di tutto, ci si rimbocca le maniche per un’idea, un progetto da realizzare con gli altri, una visione della partecipazione ugualitaria e ricca di voglia di cambiamento.

8. Primarie

Non c’è partito se queste cose non ci sono, tutte insieme. E qui si pone l’esigenza di rinnovare il sistema delle primarie, quelle di partito come quelle di coalizione. Un metodo da cui non si deve prescindere, che può portare – lo si riconosca con serenità – ad una buona personalizzazione come anche alla personalizzazione esasperata e, per questa strada, alla dissoluzione del partito. Le primarie, se diventano l’unica modalità democratica (se ad esse non si aggiungono altre modalità come i congressi tematici, i referendum, gli strumenti della moderna democrazia deliberativa) sono destinate a diventare il loro contrario, cioè lo strumento per negare il partito stesso. Primarie destrutturate, dove ciò che conta è vincere a tutti i costi, producono solo l’effetto di radicalizzare intorno ad una persona il confronto.

Anche per le primarie esiste dunque un problema di regole condivise, semplici ed efficaci. Non volte ad impedire (impedire l’accesso, ridurre il pluralismo, ecc.) ma volte ad allargare le possibilità di confronto politico per raggiungere una nuova unità. Per questo, il principio fondamentale delle primarie non può che essere, come avviene per l’elezione del segretario nazionale del PD, che vince chi ottiene il voto favorevole della maggioranza dei partecipanti.

Occorre, perciò, che le primarie siano ben regolate, e in modo tale che possano essere uno strumento con il quale si pratica un nuovo spirito pubblico. Il luogo collettivo, il partito o la coalizione, che le promuove non può sparire d’incanto, come sospeso in attesa che l’esito delle primarie ridefinisca lo spazio di un nuovo assoluto potere, per quanto legittimato dal voto. Ci sono molte cose che si possono stabilire, dal sistema di voto alle regole di comportamento, dalla trasparenza assoluta del finanziamento ottenuto e delle spese sostenute al ruolo del partito o della coalizione nell’organizzazione complessiva (sedi e strumenti messi a disposizione dei partecipanti, gestione della comunicazione con gli iscritti e gli elettori degli albi, ecc.). Ciò che è essenziale è il ritrovarsi, dopo il momento delle differenze, in luoghi riconosciuti e unitari. Se non avviene così, dall’esperienza delle primarie non esce un partito rinnovato ma un altro partito, informale e in grado di esercitare più potere di quello formale.

Non esiste dunque meccanica identità tra la fondazione di un nuovo spirito pubblico e la pratica delle primarie. Le primarie sono un metodo democratico, ma non il solo metodo democratico per la designazione dei candidati alle cariche istituzionali. Funzionano bene per le cariche monocratiche, molto meno per le altre, e possono rivelarsi un errore se fatte per comporre liste plurinominali. Perciò, il dibattito sulle primarie che si sta svolgendo oggi tra i partiti del centro sinistra e nello stesso PD è un dibattito pieno di forzature. L’esigenza preminente, invece, è quella di costruire al più presto una coalizione che sia in grado di dare un svolta al Paese, e la necessità politica – se non addirittura storica – è quella di presentare al più presto una alternativa credibile. Dunque, se devono essere fatte, si facciano per questo scopo, non per regolare i conti dentro la coalizione o per forzare le regole che il PD si è dato.

9. Istituzioni

Infine, e se ne tratta da ultimo perché è il problema più importante, per il PD e per il centro sinistra si pone l’esigenza imprescindibile di dare senso ad un nuovo spirito pubblico prospettando un programma efficace per contrastare la crisi economica e finanziaria e per riformare le istituzioni democratiche restituendo loro credibilità e autorevolezza.

Quest’ultimo punto (l’autorevolezza delle istituzioni democratiche) è oggi quasi disperso e annacquato, prevalendo invece il discorso sui costi della politica. Se si vuole avere cura per la democrazia, occorre restituirle efficacia e capacità di dare risposte ai bisogni sociali. E dunque in questo discorso c’è anche il problema dei costi. Che però non può essere affrontato seriamente “dimezzando” la democrazia ad ogni piè sospinto, ad ogni emergenza finanziaria. Lo slogan del dimezzare porterà solo ad avere da qui a poco istituzioni esse stesse dimezzate, e ridotte a luogo di rappresentanza di pochi (e personali) interessi.

Occorre un’altra scelta, di valore costituente.

Una scelta che ricostruisca, nel tempo presente, le istituzioni che servono alla democrazia locale, i comuni soprattutto, la qualità delle scelte che si fanno per i servizi ai cittadini, la gestione di beni comuni, la tutela del territorio. Bandiere sui municipi non servono se i comuni non sono istituzioni forti, e forti non possono essere se sono dispersi. Dunque, comuni forti, con organi di governo rappresentativi, veri e funzionanti, con uffici responsabilizzati e capaci di gestire servizi di qualità con una spesa sostenibile. Intorno al comune e ai comuni tra di loro aggregati si può riunificare una amministrazione pubblica oggi dispersa in mille organismi serventi, enti e società che non hanno più ragione di essere.

Il valore costituente delle scelte che sono di fronte imporrà una riconsiderazione del ruolo delle Regioni, che non possono che essere il soggetto che riorganizza il sistema istituzionale locale sul territorio. Ad esse sia affidato il compito di organizzare efficacemente le istituzioni che sostituiscono le province e perfino l’istituzione delle città metropolitane. Lo Stato non lo può fare, non ne ha più nemmeno la cultura, da quando, giustamente, si è avviato un importante processo di decentramento di funzioni e servizi verso le comunità locali. Le Regioni siano, perciò, uno dei pilastri del nuovo potere pubblico, e siano esse ad esprimere la Seconda Camera, al posto di un Senato che oggi è una replica della Camera dei deputati. La Camera delle Regioni, costruita sul modello tedesco, dunque eletta in secondo grado e con poteri non legislativi ma di negoziazione con lo Stato, di proposta e di controllo, può realizzare al meglio principi di essenzialità, di efficacia di autorevolezza delle istituzioni pubbliche.

Allo stesso modo, occorre dare nuovo valore alla prima Camera, la Camera dei deputati, unico corpo legislativo e politico, la cui composizione non può essere semplicemente dimezzata. La prima Camera non può che essere il primo luogo della rappresentanza, e dunque tale da consentire la presenza di vere minoranze. Non può che essere, in un sistema parlamentare, l’organo che elegge il governo. Meglio, molto meglio, se eletta con un sistema uninominale, come chiede il referendum elettorale e come ha da tempo proposto il PD. Ed è essenziale che in essa si esprimano al massimo livello i principi della democrazia paritaria tra i generi.

Il tempo che verrà è certo pieno di incognite, ma è anche l’occasione di una riscossa democratica e civile, che dia all’Italia la possibilità di rimettersi in piedi.

Promotori del Manifesto:
Giacomo Trallori
Andrea Abbassi
Giulio Caselli
Nicolina Cavallaro
Iacopo Ghelli
Valentina Giovannini
Luigi Izzi
Eleonora Kajiet
Daniela Lastri
Alessandro Lo Presti
Maria Grazia Pugliese
Anna Scattigno
Simone Siliani

Arrostire il Porcellum

Arrostire il Porcellum

Di Francesco Carnesecchi

La legge elettorale approvata alla fine del 2005 dal governo Berlusconi, ormai vicino al tracollo, aveva il solo scopo di evitare una sconfitta sicura, di assicurare l’instabilità del paese ed il pieno controllo sugli eletti attraverso il sistema di liste bloccate. Era l’ennesima legge ad personam, questa volta di tipo “elettorale”, tanto che è stato un esponente della maggioranza, Calderoli, a definirla “porcata”.

E’ stato aggredito il principio della rappresentanza: il rapporto tra eletti ed elettori si è stato tradito dalle liste chiuse e  senza possibilità di esprimere preferenze.

E’ peggiorata la  governabilità, come dimostrano le continue crisi dal 2006 ad oggi il sistema è stato incapace di produrre maggioranze stabili e durature. Con l’attuale sistema elettorale affinché la coalizione vincente abbia la stessa forza e la stessa rappresentanza in entrambe le camere  non solo deve conquistare la maggioranza relativa nel collegio nazionale, ma anche la maggioranza relativa in tutte le regioni, perché è al livello regionale che si determina l’attribuzione dei seggi al Senato.

In assenza di qualche tipo di revisione prima delle prossime consultazioni i cittadini italiani voteranno ancora una volta con il “Porcellum”.

Prima di affrontare la discussione su riforme istituzionali che prevedano la riduzione del numero dei parlamentari o la revisione dell’attribuzione dei poteri alle camere non bisogna mai prescindere dall’obiettivo di coniugare l’efficienza delle istituzioni, le legittime richieste di riforma da parte dei cittadini senza però ledere il principio della rappresentanza, chiave della legittimazione della politica e nesso tra cittadini e eletti.

La creazione di collegi di grandezza provinciale o sub – provinciale è la strada che consente una vicinanza concreta tra i rappresentanti in Parlamento ed il territorio, per questo crediamo che un ritorno al maggioritario attraverso referendum sia non solo uno strumento di pressione sul Parlamento a fare riforme ma anche un obiettivo legittimo di ritorno ad un sistema elettorale, che garantiva la rappresentanza molto meglio di quello attuale.

E’ molto condivisibile la scelta del Partito Democratico di presentare una propria proposta in Parlamento, tuttavia in assenza di un accordo tra le maggiori forze politiche di questo paese per una seria riforma del sistema elettorale e di quello istituzionale, la via referendaria è la strada più semplice per restituire ai cittadini la possibilità di scegliere i propri rappresentanti nel Parlamento.

Il Partito Democratico è anche figlio del sistema elettorale che negli anni ‘90 ha consentito la nascita dell’Ulivo e la costruzione del centro sinistra. Un sistema elettorale che soprattutto ha permesso il recupero del rapporto tra cittadini e classe politica, gravemente danneggiato negli anni di Tangentopoli.

Tornare indietro sarebbe allora tutt’altro che un ripiego.

Io il 6.9.2011 sciopererò, senza se e senza ma!

Io il 6.9.2011 sciopererò, senza se e senza ma!

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento di Bruno Melani che trovate anche sul sito del PD di Casole d’Elsa.

Voglio riprendere il titolo di un Post di Mario Batoni pubblicato due giorni fa sul sito del PD di Casole d’Elsa portando un contributo alla discussione sulle ragioni che hanno portato la CGIL a proclamare questa giornata di mobilitazione generale e perché non condivido le conclusioni del documento di Claudia Rumachella pubblicato sempre sullo stesso sito (www.pdcasoledelsa.net).

Premesso che Martedì prossimo scenderò in piazza per denunciare una manovra che non ha “padri”, una manovra che condanna il Paese alla recessione e alla disgregazione sociale” per difendere invece “le grandi ricchezze e gli interessi che rappresentano la base di consenso del Governo”. La manovra è “depressiva” e “socialmente iniqua”, perchè non viene destinata alcuna risorsa né alla crescita (la BCE ci richiama!), né all’occupazione, mentre i redditi e i consumi dei cittadini continuano a ridursi. Una manovra dove ad essere colpiti sono, ancora una volta, i soggetti sociali più deboli: lavoratori, pensionati, famiglie, mentre si continua ad evitare di intervenire sull’evasione fiscale(Tremonti oggi minaccia la galera per gli evasori) , sulle rendite finanziarie e sulle grandi ricchezze.

In Italia, abbiamo davanti un paese in pessime condizioni. Secondo la mappa delle denunce IRPEF, solo il 2% degli italiani dichiara più di 100.000 euro l’anno, mentre l’82% dichiara meno di 35.000 euro, ed il 12% meno di 10.000 euro. Anche tenendo conto dell’evasione fiscale, che fa tra l’altro ipotizzare che quel 2% di ricchi sia più ricco di quanto dichiara, lo scenario è quello di un paese governato dalla disuguaglianza sociale. Un quarto della popolazione tra i 25 ed i 54 anni non ha lavoro (il 25%, contro circa il 15% della media europea). Questo scenario di disuguaglianza si accentua con la constatazione delle politiche di tagli alla spesa pubblica, che hanno portato al calo sostanziale della qualità dei servizi nei settori cruciali della Sanità e dell’Istruzione, a chiaro svantaggio dei ceti poveri. L’ultima finanziaria non tocca in nessun modo i grandi patrimoni. Non è un reato essere ricchi. E’ un reato che un paese chieda ai poveri di diventare sempre più poveri per proteggere i privilegi dei benestanti.

Una manovra dove è prevista una norma con la quale si vorrebbe modificare la collocazione temporale di tre festività civili e laiche (fra l’altro, le uniche) per accorparla con la domenica. una norma che colpisce l’identità e la storia del nostro Paese, ne indebolisce la memoria e rappresenta un grave limite per il futuro. Per altro, mentre irrisorio è il beneficio economico che ne deriverebbe i costi civili sul versante della memoria e dell’identità sarebbero, se la norma venisse confermata, di gran lunga maggiori.

E’ di oggi la notizia che nella contro-della contro -della controriforma ci stanno infilando dentro la “ottimizzazione ” degli uffici giudiziari….. quindi la riforma di giustizia in finanziaria?

E’ di oggi la denuncia degli Amministratori Pubblici (Presidenti Regioni, Provincie, Sindaci) che insoddisfatti dell’incontro con il Governo denunciano che non ci saranno risorse per soddisfare i servizi ai cittadini, e li costringerà ad alzare le tariffe dei servizi essenziali.

Tutto quanto premesso mi porta a non concordare con Rumachella quando dice “…Il Pd non può e non vuole aderire con un suo documento ufficiale allo sciopero della Cgil…”

Credo che quello che manca ad una parte della classe politica del PD è la capacità di interpretare la spinta della società civilissima che si è manifestata in questi mesi. E anche, ed è la cosa più rilevante, la capacità di dare rappresentanza al conflitto che in queste settimane esplode, accompagnato da una profonda disgregazione sociale a cui il governo attualmente in carica contribuisce quotidianamente.

C’è chi giustifica questa incapacità con la ricerca costante di “mediazione” tra le varie anime che hanno dato vita al Pd ( Ds e la Margherita). Come possiamo accettare che Fioroni subito dopo che la Camusso ha proclamato lo sciopero generale abbia etichettato la CGIL come “Irresponsabili?”. Io credo, che “irresponsabili” oggi sono tutti coloro che hanno paura di essere “responsabili”, criticando la manovra, ma nei fatti sostenendo il Governo con la loro “responsabilità”. Il Pd deve trovare la forza di aggredire, rispolverando quell’antico concetto, sospeso per un ventennio, dell’uguaglianza.

Quello che chiedo al PD e in particolare al Segretario Bersani è avere la capacità e la forza di liberarsi da tatticismi e equilibrismi cominciando con coraggio e forza a intraprendere la vera strada verso un partito di popolo (sinistra).

Ecco perchè mi pare inutile oggi tergiversare, distinguere, puntualizzare.
Questa classe politica (Pdl e Lega) non ha nè saputo nè voluto amministrare l’Italia.
I cittadini devono riprendersi in mano il paese, con gli strumenti della democrazia.
Lo Sciopero è una delle grandi armi di massa democratiche.

Quello che accade, accade non tanto perché una minoranza vuole che accada, quanto piuttosto perché la gran parte dei cittadini ha rinunciato alle sue responsabilità e ha lasciato che le cose accadessero. [Antonio Gramsci]

Giovedì 1 Settembre 2011 Bruno Melani (Membro segreteria PD Casole d’Elsa)

Pensa a quanto amore possiamo esprimere tutti insieme

Pensa a quanto amore possiamo esprimere tutti insieme
Utøya
Se un uomo solo può esprimere così tanto odio, pensa a quanto amore possiamo esprimere tutti insieme.
Stine Renate Håheim
Ho scritto un post in norvegese per raccontare come ho vissuto quanto accaduto a Utøya. Credevo che questo blog non fosse attivo dimenticando completamente fosse collegato a Planet Debian. Non voglio che il traduttore di Google renda questo disastro peggio di quello che è stato – la traduzione di “proiettili” in “palle” suona particolarmente male – per cui considerando l’attenzione internazionale sollevata dal massacro, scrivo in inglese ciò che ho vissuto.
Mi sento in qualche modo obbligato a far conoscere alla gente cosa sia accaduto, ma non voglio andare oltre una descrizione lucida degli eventi e alcune brevi considerazioni. Ci sono molti dettagli che ho scelto di omettere. Altri hanno scritto la loro esperienza di quanto hanno vissuto a Utøya. Anch’io ho voluto buttare giù la mia e “uscirne fuori”. In parte, voglio scriverne perché non sono sicuro di ricordare in futuro tutti i dettagli, per quanto preferisca dimenticarli; in parte perché la gente me lo chiede ed è preferibile dare un link, piuttosto che ripetere e ripetere sempre lo stesso racconto.
Il nostro ex primo ministro e attuale semidio del movimento laburista Gro Harlem Brundtland aveva appena lasciato l’isola. L’avevo ripresa in un’intervista video su Utøya, ed ero nella stanza del gruppo che si occupava dei media per trasformare il video in un formato pubblicabile su YouTube, quando qualcuno in preda allo spavento diceva che Twitter era pieno di messaggi su una forte esplosione avvenuta ad Oslo. Mentre i giornali fornivano informazioni sull’entità dei danni, tutti ricordavano che era in programma un incontro informativo. Appena la discussione è terminata, ci siamo riuniti nella sala principale. L’incontro si è svolto regolarmente e quando è stato detto che una diretta TV sarebbe stata resa disponibile, mi sono assunto la responsabilità di rendere concreta questa possibilità. Com’è immaginabile, la conseguenza è stata che sia la connessione wireless che quella GPRS fossero completamente inutilizzabili. Mentre aspettavo la configurazione di una password, ho colto l’opportunità di poter affrontare le conseguenze dovute a due bocconi di una di quelle portate da fondo a microonde e sono andato in bagno.
Mentre ero lì, ho prima sentito delle grida agitate, poi delle urla, poi spari provenienti dall’esterno dei bagni. Più che altro, sembravano provocati da una pistola giocattolo. Credevo che qualcuno stesse facendo uno scherzo incredibilmente di cattivo gusto, così avevo deciso di intervenire uscendo dal bagno per fermare l’autore. Quando ho spalancato la porta, ho visto due miei compagni nascosti in un angolo. L’espressione del viso non lasciava dubbi: non si trattava di un giocattolo. Mi hanno fatto segno di tornare in bagno. Ho chiuso la porta, ho avuto una reazione mentale a scoppio ritardato in preda a totale, completa confusione, e ho riaperto la porta. I miei compagni stavano ancora facendo segni. Se non fossero stati lì, sarei andato a finire dritto verso il killer; mi hanno salvato la vita.
Ho guardato fuori l’entrata, e ho incrociato lo sguardo di un giovane ragazzo steso in una pozza di sangue. Mi faceva cenno di aiutarlo. Ho sentito altri spari all’interno dell’edificio e sono tornato in bagno. Mentre pensavo a cosa fare, ho capito che la porta di legno del bagno sicuramente non avrebbe resistito ad alcun tipo di proiettile. Così sono uscito per scappare fuori. In quel momento, non ero consapevole vi fosse intenzione di uccidere più gente possibile, così ho pensato che gli spazi aperti all’esterno sarebbero stati dei posti relativamente sicuri. Il pensiero era certamente sbagliato – e probabilmente la mia vita è stata salvata una seconda volta da uno dei volontari del servizio caffè che mi ha portato in un bagno del personale non facilmente individuabile. Siamo rimasti seduti per un’ora e mezza. Sempre pronti a scappare, pronti per qualsiasi cosa. Si è formato uno strano gruppo dinamico con queste due persone con le quali avevo scambiato qualche parola precedentemente.
Dividevamo uno strano senso di destino comune e umorismo macabro. Uno di loro aveva visto il killer e ci ha descritto l’uniforme da poliziotto. Credevo fossimo gli unici a sapere del ragazzo ferito fuori il bagno. Ho cercato di contattare i servizi d’emergenza, ma tutte le linee erano occupate, l’attacco terroristico ad Oslo le aveva probabilmente intasate. Alla fine sono riuscito a parlare con i vigili del fuoco che mi hanno informato che la polizia era a conoscenza di quello che stava accadendo e che stava arrivando. Sarebbero trascorsi 90 minuti prima della nostra evacuazione – e nel frattempo il giovane ragazzo steso fuori la porta era morto.
La disperazione che ho visto nei suoi occhi quando l’ho guardato, è volata da una stanza all’altra – e lo sguardo fisso vuoto e inespressivo quando siamo andati via, brucia dentro di me. Sono immagini che non dimenticherò per tutta la vita. Finalmente, è arrivata la polizia, quella vera.
Siamo usciti fuori. Sono andato verso la sala delle conferenze più piccola – una scelta della quale oggi mi pento. Quello che ho visto va semplicemente oltre la mia capacità di descriverlo, è così terrificante che lo ricordo appena – sento solo il terrore dentro di me.
C’erano alcune persone ammassate in un angolo, un mucchio di corpi grande e amorfo. Alcuni erano coscienti e mi urlavano di non fare niente che avrebbe potuto spaventare la polizia, altri erano stesi. I loro corpi erano tutti coperti di sangue, e una densa pozza di sangue si stendeva intorno a loro in tutte le direzioni per almeno mezzo metro. Un poliziotto che era nella sala mi urlava ordini, ma il suo tono era così alto che all’inizio non sono riuscito a capire cosa dicesse. Siamo stati trasferiti prima negli uffici del giornale del campo.
Eravamo in otto, oltre ad una ragazza stesa, ferita, che alternava momenti di coscienza a momenti d’incoscienza. Per riscaldarla l’abbiamo coperta con i maglioni e uno di noi ha cercato di contenere la fuoriuscita di sangue. Il proiettile non le aveva centrato il cuore, ma non l’aveva mancato di molto. Non so chi fosse quella ragazza, né so come stia adesso. Ero seduto dietro di lei e non ho mai visto il suo viso. I feriti sono stati evacuati per primi. Non ricordo quanto tempo siamo rimasti lì dentro: ho perso il senso del tempo.
Nonostante le proteste di un gruppo che lo conosceva, un ragazzo fu ammanettato. In quel momento non avevo capito perché, e un poliziotto sembrava dire qualcosa come se effettivamente non vi fosse motivo per farlo. Non ho visto quando gli hanno tolto le manette, ma credo che quel trattamento sia stata una esperienza terribile, pessima per lui. Ho fatto del mio meglio per consolarlo ma sapevo che il mio sarebbe stato solo un piccolo aiuto. Più tardi, quando le cose si sono un po’ ristabilite, ci hanno raccontato che era stato ammanettato perché l’avevano visto arrivare da una zona non controllata.
La polizia è stata estremamente brava e attenta a spiegarci cosa fosse accaduto e perché: ci è stata di grande aiuto e ne sono molto grato. Infine siamo stati trasferiti nel corridoio principale dell’edificio, dove ci siamo uniti ad un gruppo di cinquanta persone. Solo quando ho visto le due persone che mi hanno salvato la vita ho provato emozione oltre a una leggera confusione.
Sono crollato tremando in lacrime tra le braccia di uno di loro. Dopo qualche secondo, mi sono ripreso e ho capito che quello non era il momento opportuno. Mi sono ripreso, ho tenuto il tremolio sotto controllo e mi sono seduto. Ci hanno offerto cioccolata e Coca Cola del chiosco. Ricordo di aver detto spontaneamente che l’incapacità di provare gioia per aver avuto una caramella gratis era un segnale certo di star vivendo una brutta situazione. Hanno tutti riso. L’umorismo macabro è un meccanismo che al momento si sopporta, ma ripensandoci ci si sente colpevoli.
Siamo stati accompagnati fuori in un’unica fila con le mani appoggiate sulla testa. Ricordo la preoccupazione profonda che qualcuno scivolasse lungo il pendio ripido e fangoso, provocando per errore una reazione nella polizia. Fuori, c’erano altri corpi. Alcuni sotto coperte improvvisate – un telone dello stand dei waffle, il castello sgonfio di plastica usato per giocare saltando – alcuni a vista.
Tutti quelli che ho incontrato hanno dimostrato coraggio, disciplina mentale e unità di propositi ben oltre ciò che si possa aspettare da persone così giovani. Tutti hanno assunto un atteggiamento che “non ha fatto una piega”. Una volta in salvo, attraversato il fiordo, ci hanno dato delle coperte. Mi hanno chiesto se fossi ferito e mi hanno fatto sollevare la maglietta per mostrare gli addominali. Ci hanno fatto entrare nell’autobus che ci aveva condotto all’hotel. Non posso rendere a parole il sollievo che ho provato quando ho potuto abbracciare i miei compagni. Non è paragonabile a nulla che abbia già provato nella vita. Il sentimento di euforia era attutito soltanto dalla consapevolezza che non avrei potuto rivedere ma più gli altri compagni, che con grande orgoglio avevo ritenuto amici, che avevano un futuro di grandi prospettive, futuro per il quale avevo provato grande gioia soltanto pensandolo e immaginandolo.
L’emozione che mi sconvolge di più è quella che mi prende quando penso alle famiglie e agli amici che tanti miei compagni hanno lasciato. Strappati via in modo assurdo. Non so quanto potrei dire di più su quanto accaduto. Mi piacerebbe, comunque, offrire alcune riflessioni. Innanzi tutto, dal più profondo del cuore, voglio ringraziare la polizia che ha salvato la vita di molte persone sull’isola, i villeggianti che hanno raccolto con le loro barche chi si era gettato in mare e i servizi di soccorso formati inizialmente da volontari che non hanno risparmiato sforzi nel cercare di attutire il colpo come potevano. L’opportunità di trascorrere del tempo con compagni che hanno vissuto la mia stessa esperienza è stata di un aiuto incommensurabile. Mi sono sentito sollevato per aver ritrovato i miei più cari amici tra i sopravvissuti, ed anche questo mi ha aiutato tantissimo.
Volendo cercare un aspetto positivo in questa tragedia penso che se fosse giunto con la sua arma quindici o venti minuti prima, sarebbe arrivato durante la riunione informativa, in un momento in cui la sala principale era gremita e il numero delle vittime sarebbe stato notevolmente superiore. Sono angosciosamente consapevole dello scarso sollievo che questa considerazione porta a chi è stato privato dei propri cari, ma devo trovarci conforto.
Non possiamo nasconderci – senza alcun dubbio! – che si è trattato di un attacco politico al movimento laburista. Ma fortunatamente è stato vissuto da tutti come un attacco alla società norvegese e ad un simbolo dell’ampio reclutamento nella democrazia partecipativa che risiede nella nostra anima nazionale. Non potrò mai ringraziare abbastanza il popolo norvegese – così come la gente degli altri stati che ha espresso le proprie condoglianze – per tutte le manifestazioni di sostegno e di condivisione del dolore. E’ stato di incredibile aiuto per me sapere che tante persone ci siano state vicine.
Voglio anche ringraziare dal profondo del cuore la fermezza incrollabile di tutti sia a livello nazionale che a livello locale del partito laburista e dei giovani laburisti nel sostenerci, e l’ambiente politico in generale per la risoluta lealtà che mi preserva dal perdere ciò che più amo:la nostra libertà nella democrazia partecipativa. Il nostro partito ha perso molti giovani fra i più brillanti.
Personalmente provo un senso arrabbiato di ripicca, un bisogno profondo e irrequieto di fare in modo che le ruote della società girino ancora. Voglio mostrare che non saremo sconfitti. Siamo più forti. Non rimarrò impaurito nel silenzio e nella passività. Voglio ricordare i morti e onorarli portando avanti il nostro impegno comune.
Voglio terminare con una richiesta rivolta a chiunque legga ciò che ho scritto, citando una frase di uno dei miei migliori amici e compagni:
“Per favore, non farmi leggere messaggi pieni di rancore, di sostegno alla pena di morte, o qualcosa di simile. Se qualcuno crede che qualcosa migliorerà uccidendo questa piccola persona triste, ha profondamente torto. Tutta l’attenzione dovrà essere concentrata nel prendersi cura delle vittime e delle loro famiglie che non condividono la mia fortuna, evitando di offrire una platea ad un colpevole che la richiede”.
Tore Sinding Bekkedal
Traduzione di Roberta Aiello
@valigia blu – riproduzione consigliata

Questa è la testimonianza di un ragazzo sopravvissuto alla strage di Utøya (grazie a Giuseppe Civati per averla segnalata ieri sul suo BLOG).QUIl’originale.


Genova 10 anni dopo. Che resta di quei giorni

Genova 10 anni dopo. Che resta di quei giorni

Di Francesco Carnesecchi

Oggi, a 10 anni dai fatti di Genova molti di noi ricordano ancora la paura, lo sconforto, la rabbia di quei giorni confusi. Allora studiavo in Germania, a Bonn, ed i miei impegni personali sommati alla situazione oggettiva dei trasporti rendevano lo spostamento a Genova impossibile.

Restai a Bonn dove in quei giorni si stava svolgendo il vertice Onu sul clima. Presi parte ad una manifestazione che era originariamente pensata come strumento di pressione sugli Stati nazionali per fare di più per l’ambiente cercando un accordo più stringente sulla riduzione delle emissioni. La manifestazione, contemporanea a quelle di Genova, divenne invece un momento di dolore collettivo per l’aggressione della polizia italiana su un movimento mondiale e pacifico di cui, anche noi in Germania, ritenevamo di far parte.

La cosa che più mi colpì fu la possibilità che in poche ore dai fatti di Piazza Alimonda, a migliaia di kilometri di distanza, sulla Münsterplatz di Bonn, piazza principale di una città universitaria tedesca, i ragazzi posassero fiori e accendessero candele per ricordare Carlo Giuliani.

Questo episodio serve a spiegare come il nuovo mondo che apparve all’inizio del millennio non era quello che faceva ripiombare l’Italia ad una tensione che avevamo lasciato negli anni ’70 e portava nel mondo la minaccia del terrorismo globale. Quello del 2001 era un mondo dove non esistevano più i confini nazionali, non solo per i flussi di capitali e la merci, ma anche per le persone e le idee. Qualcuno lo aveva già compreso dopo il crollo del socialismo nell’Europa dell’est: di lì a pochi anni sarebbe nata una cittadinanza globale, capace di portare avanti le proprie istanze, organizzandosi in maniera completamente diversa rispetto ai grandi fenomeni di massa del novecento, sfruttando le nuove possibilità date dall’evoluzione dei mezzi di comunicazione.

Dunque ripensando a Genova oggi dovremmo cercare, per quanto sia difficile di separare le vicende giudiziarie legate alla gestione dell’ordine pubblico, su cui hanno una gravissima e responsabilità il Governo Berlusconi di allora, dalla politica. L’eredità di quei giorni dolorosi è invece il ruolo che questo grande movimento ha avuto nel mondo a partire dagli anni 90 nell’elaborazione di politiche nuove globali e nazionali. Dire “un altro mondo è possibile” sembrava allora un’affermazione estremista e radicale. Oggi potremmo dire che “un altro mondo è necessario” e troveremo d’accordo sia la sinistra riformista che una parte della destra liberale sulla necessità di ripensare il rapporto tra stato e mercato, la regolazione finanziaria ed infine il paradigma della crescita.

Alcune idee, certamente frammentate e sfumate su uno spettro di posizioni molto ampio, sembravano essere periferiche ed isolate. Oggi possiamo dire invece che queste idee sono divenute parte del discorso pubblico e in qualche caso dominanti, ovvero accettate e condivise dai cittadini come dalla élite politiche. E’ il caso ad esempio dei beni comuni e del recente risultato dei referendum abrogativi che hanno ricevuto un risultato impensabile 10 anni fa.

Capire e farsi capire

Capire e farsi capire

Ormai tre anni fa partecipai con un po’ di amici a quella fantastica avventura che è stata il primo circolo on line del PD “Barack Obama”. Il circolo si articolava in un forum ed un Blog di cui sono stato responsabile fino alla sua chiusura. Nonostante il blog non venga aggiornato da diversi mesi continuiamo a ricevere messaggi da cittadini distratti, che ci considerano un canale diretto con il PD cui porre critiche, questioni, suggerimenti.

Ieri puntualmente dopo l’astensione alla Camera sull’abolizione delle provincie una lettrice, Federica ci ha scritto:

“perchè vi siete astenuti sull’abolizione delle provincie??? non capisco! o, purtroppo capisco, ma non mi va”.

Più che far capire agli italiani la bontà delle nostre proposte, forse dovevamo interpretare questo momento politico. Capire il nostro elettorato piuttosto che farci capire, che non significa farsi guidare dal populismo oppure vivere di tattica parlamentare, quanto invece dare un segnale chiaro ai cittadini della nostra volontà di intervenire sui costi della politica, anche quando la questione proposta non coincide con la nostra. La proposta del PD è sicuramente migliore dell’abolizione netta, ma richiede responsabilità di governo per attuarla. Questa volta l’occasione era invece di convergere con il resto dell’opposizione su una proposta non nostra occasione che doveva essere colta.

Infine Sito nazionale trovate il progetto di Legge costituzionale presentato dal Pd alla Camera, ed i relativi commenti da capire appunto.

Francesco Carnesecchi