di Francesco Carnesecchi
Le sconfitte di solito sono orfane, le vittorie invece hanno sempre molti padri. I risultati di lunedì hanno portato, per la prima volta dopo sedici anni, i referendum ad essere di nuovo uno strumento di democrazia diretta, dove i cittadini possono intervenire nelle scelte pubbliche. Il governo si è comprensibilmente affrettato a minimizzare i risultati, separando il significato contingente da quello politico più generale. Se nessuno allora ha perso, i padri di questa vittoria sono molti: le opposizioni in senso plurale, i comitati per l’acqua che hanno lavorato per costruire una rete nazionale su un bene comune e soprattutto i singoli cittadini che hanno scelto di tornare ad essere protagonisti.
A Siena i sì all’abolizione della norma sulla retribuzione del servizio idrico, per dire, sono stati 25.524. Confrontando questo con i risultati delle ultime amministrative emerge come oltre 7 mila elettori che alle ultime elezioni avevano sostenuto forze alternative al centrosinistra hanno scelto di votare sì al referendum.
Il dato è ancora più rilevante al livello nazionale. Sempre nel referendum sulla tariffa del servizio idrico, quello che ha avuto l’affluenza più alta, i sì sono stati 26.130.637. Oltre 26 milioni di italiani insomma hanno riconosciuto questo tema, e gli altri, come proprio del dibattito nazionale, hanno compreso la rilevanza dei quesiti e si sono espressi in maniera netta. Un maggioranza nuova e larghissima, basti pensare che la coalizione a sostegno di Berlusconi nel 2008 aveva ottenuto alla Camera17.064.506 voti, quella a sostegno di Romano Prodi nel 2006, sempre alla Camera ne aveva ottenuti 19.002.598.
Oggi, il primo sbaglio della politica sarebbe quello di considerare la consultazione di domenica e lunedì un referendum sul Governo, o meglio sul Presidente del Consiglio, una spiegazione semplicistica che nasce da una visione degli italiani incapaci di comprendere i quesiti referendari. C’è anche un segnale al Governo, ma non c’è solo questo, perché la vittoria referendaria non era una condizione necessaria per battere Berlusconi, ma soprattutto non è una condizione sufficiente a determinare una nuova alternativa di governo.
I referendum, e questi ultimi non sono stata un’eccezione, hanno una sia una portata limitata che una generale. Da una lato fanno sì che la “normativa di risulta” dopo l’abrogazione venga qualificata tra gli atti aventi forza di legge vincolando il Parlamento a non disciplinare in maniera identica la materia. Esiste poi una portata più generale e politica: consultare i cittadini su un determinato tema legato ma non necessariamente circoscritto al quesito dando un segnale sul sentimento del paese che le forze politiche non sempre sono in grado di cogliere.
Sull’acqua, l’energia, e la giustizia gli italiani si sono dunque espressi in maniera chiara. Se nel caso del nucleare, dopo i tristi fatti del Giappone, il risultato era abbastanza atteso non così nel caso dell’acqua. Eppure i referendum sull’acqua e sui servizi sono stati quelli che hanno avuto il quorum più alto e la percentuale di sì relativamente più alta. Si tratta di messaggi chiari, dopo anni in cui la gestione privata veniva presentata come l’unica strada possibile verso l’efficienza dei servizi pubblici ed il nucleare come il progresso, i cittadini hanno scelto diversamente.
Trasformare questa ritrovata maggioranza in una coalizione di governo non deve però tradursi in una discussione sulla geometria delle alleanze o sull’ingegneria istituzionale. Al contrario al centro sinistra tutto, ed al Partito Democratico in particolare, spetta il compito di farsi interprete di questi segnali e lavorare ad un nuovo progetto per il paese. Un progetto culturalmente alternativo al centrodestra, ma profondamente diverso delle risposte offerte dal centrosinistra negli ultimi quindici anni.
Il vero segnale da cogliere da questo referendum, allora, è che cambiare il paese è ancora possibile.





