La settimana scorsa, con uno stile completamente nuovo Mario Monti ha inaugurato un stagione politica decisiva. Sarebbe sbagliato limitarci a classificare questa fase politica come un governo imposto dall’Europa, significherebbe considerare questa esperienza come una parentesi da chiudere al più presto, non diversamente da quanto sostiene Berlusconi. Le prospettive che si aprono oggi sono molteplici e riguardano sia il rapporto tra politica e cittadini sia il ruolo dell’Italia in Europa.
Nel suo discorso di insediamento Mario Monti non si è sottratto a questo compito.
Il primo aspetto del suo discorso che merita essere sottolineato è il tono ed il modo di porsi di fronte all’interlocutore, per discutere e affrontare i problemi del paese. Sono già arrivate le imitazioni di Crozza, mentre Giuliano Ferrara ormai rimasto insieme a Calderoli, Sallusti e Scilipoti a presidiare l’impero giapponese nelle isole del Pacifico ha descritto come monti “il preside del consiglio”.
Eppure la memoria corra ad un’altra stagione del nostro paese. Al confronto con presidenti del Consiglio come Amato, Ciampi e poi Prodi il modo di rapportarsi di Monti non appare eccezionale. Anzi forse la politica vera dovrebbe tornare ad essere quella narrata da questo educato ma severo professore e la stagione eccezionale è stata quella della politica piena di discorsi fumosi, ma vuota di concetti. L’Italia dovrebbe tornare a considerare normale il privilegiare la serietà e la competenza rispetto all’apparenza ed alla capacità oratoria.
Monti ha aperto il suo intervento al Senato con un richiamo all’Europa, un richiamo forte, che si spiega in queste parole
“Non vediamo i vincoli europei come imposizioni. Anzitutto permettetemi di dire, e me lo sentirete affermare spesso, che non c’è un loro e un noi. L’Europa siamo noi.”
In questo passaggio del suo discorso si intravede l’amarezza di fronte all’atteggiamento della classe politica sull’Europa. La politica italiana troppo spesso ha considerato le elezioni europee come un riflesso del dibattito nazionale. Ha considerato le scelte condivise a Bruxelles come una scusa per portare avanti riforme impopolari. Ha trattato spesso il Parlamento europeo come parcheggio per politici scomodi, caduti in disgrazia o a fine carriera. Si è disinteressata delle scelte comuni salvo poi lamentarsene. L’Italia è uno dei sei paesi fondatori delle comunità europee eppure non se ne è mai sentito membro a tutti gli effetti condividendone vantaggi e responsabilità. Questa amarezza c’è tutta in questo richiamo. Monti invita a non trascurare l’Europa:
“Altrimenti ci ritroveremo soci di un progetto che non avremo contribuito ad elaborare, ideato da Paesi che, pur avendo a cuore il futuro dell’Europa, hanno a cuore anche i lori interessi nazionali.”
Dunque l’Europa è un progetto ancora da elaborare, ma che richiede coraggio, serietà e competenza. Non possiamo lamentarci della mancanza di politiche comuni sulle retribuzioni o sulla previdenza quando per volontà degli Stati i trattati escludono che queste politiche vegano affrontate a livello europeo. Il principio di sussidiarietà, come affermato dai trattati, autorizza un intervento della Comunità solo dove un obiettivo non può essere realizzato dai singoli Stati tramite misure a livello nazionale, non viceversa.
Questo è il nodo centrale del dibattito che sul nostro futuro. Non possiamo ad esempio lamentarci delle raccomandazioni della BCE e accusare di neoliberismo o di monetarismo questa istituzione, come è stato fatto da alcuni esponenti del nostro partito. La Banca Centrale europea fa gli interessi dell’euro, ovvero difende una moneta dall’inflazione e della speculazione. Se noi vogliamo che vi sia un coordinamento sulle politiche fiscali ed una eventuale condivisione dei debiti sovrani la strada è quella convenzionale, non ce ne sono altre. Lasciamo le critiche sterili alla BCE e all’euro a Berlusconi e Bossi.
L’Europa di oggi, anche per rispondere alle accuse che dipingono le istituzioni sovrannazionali come in mano ai banchieri è frutto di un accordo, un progetto aperto sviluppato nei trattati e nelle attività quotidiana delle istituzioni. Questo è l’articolo 3 comma 3 del Trattato dell’Unione Europea.
3. L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico.
All’ articolo 4 subito dopo:
4. L’Unione istituisce un’unione economica e monetaria la cui moneta è l’euro.
L’economia sociale di mercato è già parte della visione europea.
In conclusione un altro passaggio fondamentale del discorso di programma di governo al Senato è stato il momento in cui il presidente del Consiglio si presenta. Monti descrive la sua persona e quella della compagine governativa con un noi e si riferisce al Senato e ai senatori seduti di fronte a lui (forse dimenticando di essere da poco stato nominato senatore a vita) con un voi. Noi e voi, appunto. In questo passaggio storico per l’Italia non stiamo certamente vivendo la sospensione della democrazia, come dice un Berlusconi sempre più piccolo e nervoso. Però in quell’espressione
“vogliamo aiutare voi politici a ritrovare la strada per guidare il paese”
si ritrova l’ammissione dell’incapacità di una intera maggioranza parlamentare di governare questo paese e l’incapacità dell’opposizione di fare proposte politiche alternative. Se oggi a quasi vent’anni di distanza dalle monetine all’Hotel Raphael la politica di nuovo essere riconosciuta, come il motore del progresso del Paese significa che il lavoro da fare è tanto.
La sfida del governo Monti è tutta qui: da un lato ritrovare la fiducia dei cittadini rispetto alla possibilità della politica di migliorare la vita delle persone; dall’altro ritrovare la fiducia dell’Europa rispetto alla capacità dell’Italia di svegliarsi dal proprio torpore.
Francesco Carnesecchi
* Base dell’intervento in Direzione Provinciale PD – 18 novembre 2011.






