Sognavamo questa roba. Ora ce la fanno costruire, mica male!

Idee ed innovazione in un ricordo di Steve Jobs

di Francesco Carnesecchi

Tutto il mondo in queste ore piange Steve Jobs, il “genio visionario e creativo” appena scomparso. La vita di tutti noi, anche di chi come il sottoscritto non ha mai avuto un prodotto Apple, è certamente stata cambiata dalle sue intuizioni.

Leggendo le tante ricostruzione della sua vita e della sua impresa c’è un dettaglio che colpisce profondamente. Nella complessità dell’economia e della comunicazione globale, Steve Jobs ha stranamente  dovuto “viaggiare poco” nelle propria vita. Nato a San Francisco, adottato da una famiglia di Mountain View,  ha fatto le scuole superiori a Cupertino, si è avvicinato alle prime esperienze con le tecnologie lavorando d’estate alla Hewlett-Packard di Palo Alto, ed è a Cupertino dove oggi si trovano i quartieri generali della Apple, tutto nel raggio di pochi chilometri.

Sarebbe stato possibile un Jobs nato e cresciuto altrove?

Probabilmente sì: decine di migliaia di talenti creativi sono stati attratti in questi ultimi trent’anni dalla California del Nord e dall’area intorno a Boston.

I temi dell’innovazione e della produzione della conoscenza sono intrinsecamente legati alla possibilità che un ambiente possa o meno favorire la trasformazione delle idee innovative in capitale intellettuale a beneficio della società. Realizzare le grandi idee senza un contesto, avere uno Steve Jobs senza California non è affatto una cosa semplice.

Anche nel dibattito pubblico presente nel nostro paese sulla economia della conoscenza (traduzione di knowledge based economy) ci si concentra troppo spesso sui sugli obiettivi e sulle risorse disponibili. Poca attenzione viene data invece il ruolo che la conoscenza gioca davvero nell’economia e allo studio dei contesti in cui questa agisce.

Diversi studiosi di scienze sociali negli anni più recenti hanno cominciato a sviluppare  ricerche che partivano proprio da una spiegazione adeguata del concetto di conoscenza per comprendere come questa interagisca con gli individui e con le società. Rooney e Schneider, coautori del Handbook On The Knowledge Economy hanno tentato una lettura socio-economica del termine spiegando come questo debba essere riferito sia ad un insieme di processi, mentali e sociali, sia agli artefatti prodotti dalla società. Sia un prodotto dunque, gli artefatti, sia un fattore produttivo, le relazioni, le idee e la creatività. Una definizione molto larga ma utile per cominciare a formulare delle politiche pubbliche in questo settore che abbiano migliori chance di successo.

Oggi una delle grandi questioni che gli amministratori e gli imprenditori si trovano di fronte è proprio il nesso tra politiche pubbliche e conoscenza e innovazione. Spesso questo rapporto viene affrontato limitandosi alla tecnologia e l’ingegneria senza però considerare tutte le altre aree della conoscenza non tecniche. È un errore, perché la conoscenza è nella cultura, nelle arti, nelle scienze sociali, nello spettacolo e in tutte le altre aree della vita quotidiana che tuttavia non vengono considerate come centrali delle politiche pubbliche legate all’innovazione.

Questo accade, perché esiste la presunzione che la conoscenza abbia solo valore strumentale e che quindi serva ai fini dello sviluppo industriale. Si tratta però di un approccio sbagliato perché le radici della conoscenza sono più profonde e si nutrono di cultura, del capitale sociale e della comunicazione. Tornando oltreoceano, nelle università della California così come a quelle Massachusetts  non si studia solo i computer science!

Per questo imprese e politiche di investimento nella ricerca e nell’innovazione sono destinate a fallire senza quell’ambiente culturale profondo e diffuso che funziona da incubatore per le idee davvero rivoluzionarie.

Ricordando a Steve Jobs, un recente articolo di Malcolm Gladwell sul The New Yorker, pubblicato anche sul numero 914 della rivista Internazionale, ci racconta proprio quale sia il valore dell’ambiente nello sviluppo delle idee e di singole persone. L’articolo comincia con un aneddoto, quasi leggendario, di un giovane di Steve Jobs che -  avrebbe permesso alla Xerox di comprare centomila azioni della sua azienda per un milione di dollari – all’attesissima quotazione in borsa mancava solo un anno – a patto che il Parc “gli aprisse un po’ le sue stanze segrete”-.

La storia prosegue raccontando l’incontro tra Jobs ed computer Xerox Alto, una delle costosissime meraviglie tecnologiche dell’epoca, come un’illuminazione che avrebbe spinto la Apple a cercare di produrre un elaboratore con le stesse caratteristiche ma capace di una diffusione finalmente ampia: il moderno personal computer. Un punto di svolta dunque nella storia tecnologia della fine del secolo scorso che avrebbe cambiato la vita di tutti i noi.

Ma è proprio dall’incontro tra importanti istituti di ricerca, imprese tradizionali, come la gigantesca dell’epoca la Xerox delle fotocopiatrici e della stampanti laser, ed imprese dinamiche come la Apple si sarebbero create le condizioni queste ed altre innovazioni.

Dunque cultura, ricerca avanzata, tessuto industriale ed idee innovative. Oltre agli investimenti e di programmi di sviluppo è necessaria un’infrastruttura umana, ed un ambiente di ricerca che spesso non è direttamente legate ad uno specifico settore ma che consenta alle idee davvero innovative di emergere e realizzarsi.

Concludendo l’omaggio al visionario Steve Jobs è importante ricordare quanto l’educazione, la cultura e la ricerca siano fondamentali per il benessere collettivo, quanto queste vadano promosse anche quando non sembrino essere immediatamente rilevanti e non necessariamente legate al sistema economico locale.

La lezione umana di Steve Jobs è che gli individui possono cambiare il mondo solo se troveranno le condizioni sociali ed il contesto per farlo. In Italia tutto questo sembra molto difficile.

*Traduzione del titolo da: We used to dream about this stuff. Now, we get to build it. It’s pretty neat.