La scuola di un paese per vecchi

La scuola di un paese per vecchi

Dopo tanto parlare e discutere di riordino della scuola fra addetti ai lavori, la presunta riforma è arrivata e le più nere previsioni si stanno avverando. La scuola effettivamente cambia, nel senso che peggiora e la precarietà, da condizione di molti docenti, diventa sentimento diffuso in tutti quelli che vi hanno a che fare. Insomma non si “riforma” un bel nulla, e sì che ce ne sarebbe davvero bisogno. Ci si limita a ridurre l’impegno dello Stato nella scuola, quella pubblica, ovvero si taglia il personale; non i peggiori, ma gli ultimi arrivati (secondo rigidi criteri burocratici), e si eliminano le risorse a disposizione delle scuole, non solo per l’innovazione ma anche per il semplice funzionamento.
La novità di questi giorni è che famiglie e studenti stanno realizzando che le spese della presunta riforma-Gelmini sono anche a loro carico, non solo del personale precario della scuola tanto inviso alla ministra. Perché per ridurre il numero dei docenti bisogna aumentare il numero degli studenti per classe, fino a non saper più dove metterli (la Legge ha ispirato la costruzione di aule per ospitare massimo 25 studenti). Mentre ridurre i bidelli significa avere scuole meno “aperte” e minori attività extra scolastiche, così come ridurre il personale tecnico significa meno attività pratiche e di laboratorio. E ridurre i fondi significa obbligare le scuole a chiedere maggiori contributi “volontari” alle famiglie. Così mentre in tutto il mondo si riflette su come personalizzare l’apprendimento scolastico per andare incontro a molteplicità e complessità che caratterizzano gli studenti e i processi educativi, da noi si aumenta vertiginosamente il numero degli studenti per classe, si allontanano i docenti più giovani e spesso più motivati dalle aule, si riducono le compresenze e gli insegnanti di “sostegno” e gli investimenti in tecnologie educative, e si sostituisce l’idea di apprendimento diffuso attraverso l’uso distribuito delle tecnologie in classe (dopo il docente-presentatore delle Lavagne Interattive Multimediali, forse l’insegnamento delegato al mezzo televisivo?).
Si tratta nel complesso di una ricetta stupidamente familista, sottrarre risorse collettive e rimandare al “ghé pensi mi” dei parenti per le risposte individuali. I bisogni degli alunni sono in realtà sempre più ampi e complessi e le famiglie, in assenza di un moderno sistema di welfare, assegnano alla scuola una funzione e una responsabilità impropria, diciamo “terapeutica”, chiedendo aiuto e supporto nella cura ed educazione dei figli, anche al di là delle questioni legate strettamente all’istruzione e alla formazione.
Tutto ciò è coerente con un’idea nostalgica e semplicistica di una scuola del passato (la retorica del maestro unico) che stride con la realtà quotidiana: classi con studenti di ogni parte del mondo, nativi “digitali” capaci di accedere ma non di selezionare e scegliere fra enormi quantità di informazioni, spesso affetti da disturbi di attenzione e apprendimento, sempre più difficili da motivare da parte di una scuola identica a se stessa da oltre 50 anni.
Da questo nasce il senso di disorientamento e precarietà che pervade il mondo della scuola, di fronte a risposte illogiche e paradossali alle domande della società.
Il ruolo dei partiti politici di opposizione è quello di rendere quest’operazione chiara a tutto l’elettorato, dato che buona parte di questo ha sostenuto e sostiene l’attuale maggioranza di governo. E sì che i figli a scuola ce li manderà anche chi ha votato Berlusconi…Come PD stiamo cercando di offrire agli insegnanti una sponda politica e parlamentare. Speriamo di riuscire a farlo compiutamente. Noi ce la stiamo mettendo tutta.
La cosa più grave è che dalle politiche scolastiche si capisce come l’attuale governo non abbia nessuna idea di futuro per questo Paese. Per questo non investe nella scuola, nella formazione e nella ricerca, fregandosene altamente dello smarrimento delle generazioni più giovani di fronte a un quadro di differenziali intergenerazionali, territoriali, socio-culturali che rendono l’Italia un paese “vecchio e per vecchi”.


* Foto Margaret Bourke-White. Classe di bambini rifugiati in una scuola provvisioria a Cinecittà, Roma 1944. Fonte Archivio Life.