A quali condizioni arriva l’investimento della Fiat? Forse è questa la domanda da cui partire per discutere del significato di una scelta come quella che ha portato all’accordo. La parte gestionale diventa un punto di partenza per considerazioni politiche sui modelli e le tendenze di sviluppo industriale del nostro paese, e forse non solo.
Nei giorni della trattativa tra sindacati da un lato (divisi secondo lo schema proposto dal governo) e Fiat dall’altro, il casual-dem Marchionne ha assunto atteggiamenti cinici e diversi dall’immagine che aveva voluto fin qui ritagliarsi. Qualcuno potrà confondere la sua richiesta di un referendum tra lavoratori come azione democratica e/o benintenzionata, ma con tutta probabilità sarà costretto a cambiare giudizio dagli avvenimenti che seguiranno e che in parte sono già avvenuti. Il referendum proposto è stato l’atto poco responsabile di un’azienda che per molto tempo ha surrogato il ruolo dello Stato in una regione dove è più semplice cadere nell’illegalità diffusa che lavorare legalmente. Nel referendum, chi ha potuto, ha espresso chiaramente un punto di vista che potrebbe suonare come: “vogliamo lavorare mantenendo una dignità”.
Dunque come fare passi in avanti? Ovvero, come agire politicamente per dare concretezza ad un programma (quello del PD!?) che ha messo al centro il lavoro e la dignità dei lavoratori?
Chiedere che questa nuova contrattazione non sia un modello e sia un atto unico e irripetibile è puerile se non ipocrita, perché è evidente a tutti, per chi non lo avesse capito dall’operazione dell’Alitalia in poi, che si aprirà un varco difficilmente contenibile nelle future regole della contrattazione. Altri potranno legittimamente pretendere ciò che oggi chiede a forza la Fiat. Si deve tornare dunque ad un incalzante confronto sociale in una fase dove inesorabilmente la concorrenza sui salari sposterà i propri confini sempre più ad Est? Per i prossimi dieci-quindici, forse venti anni, uno Stato vicino, depresso o meno sviluppato, dove investire in manodopera a basso costo sarà verosimilmente sempre disponibile. Lo sono adesso per noi la Serbia o la Polonia, lo sono il Nepal per l’India, la Cambogia per la Tailandia, e via così alla ricerca del più povero. La scelta è veramente fra lavoro a condizioni via via sempre peggiori, (in termini di ritmi, qualità della vita, servizi, reddito) e assenza di lavoro? Veramente il paese è destinato a scegliere fra una graduale regressione della qualità complessiva di vita frutto di estenuanti contrattazioni, ed una mancanza di lavoro? E’ necessario semplificare per arrivare al punto. E il punto è che rischiamo di rendere tremendamente attuale l’immagine del mitico Chaplin in Tempi Moderni: o l’alienazione o la fame. Forse questa è la proposta dell’industria Fiat, della Confindustria e del Governo per il sud meridione d’Italia nel 2010.
Dobbiamo registrare che la qualità totale, basata sulla partecipazione dei lavoratori e sulla loro crescita professionale era solo un’illusione in questo paese (forse non è un caso che i leader mondiali nel mercato dell’auto l’abbiano inventata). O forse questa sarà appannaggio solo dei lavoratori più qualificati, verosimilmente del nord d’Italia, immigrati esclusi, ovviamente.
Spariscono di un colpo, davanti alla cruda realtà, anni di ragionamenti sul futuro delle nuove tecnologie, sull’industria della cultura, sulla green economy, per non dire della conoscenza e della strategia di Lisbona.
Per la sinistra pensiamo sia questo il punto su cui ragionare: dobbiamo ritenere inevitabile uno sviluppo che faccia arretrare le possibilità di crescita personale dei lavoratori (dipendenti o autonomi che siano)?
E parallelamente, che tipo di crescita culturale e di futuro si prevede per una società dove il governo sta mortificando il mondo della scuola, che è il vero architrave da cui partire per i nostri ragionamenti?
Chi nei partiti di opposizione, e soprattutto in quelli progressisti, non comprende a quale punto sia arrivato l’attacco alla possibilità formativa del singolo in una società moderna, che poi è la possibilità di avere un via d’uscita alle situazioni di ricatto contrattuale che una Fiat, una Omsa o una Whirlpool, oggi, o magari un ente pubblico nel prossimo futuro potranno sempre esercitare, e si balocca con le alchimie politiche dentro il palazzo, con le riforme elettorali e con le chiacchiere sulle alleanze “strategiche”, davvero rende un cattivo servizio al nostro paese e al proprio elettorato.
Le forze politiche del nostro paese si sono ancora una volta rivelate inadeguate ad affrontare ad una sfida, quella lanciata con il piano industriale FIAT, che mette in discussione non solo gli accordi sindacali, ma l’utilizzo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro e la permanenza della azienda stessa all’interno della Confindustria. Le poche risposte date sono state ideologiche: pro o contro la FIOM, pro o contro Marchionne, mostrando di non aver compreso che non ci trovavamo più di fronte ad una industria “quasi – pubblica” che stava alzando il prezzo al governo, piuttosto la FIAT stava facendo quello che le multinazionali fanno da anni, contrattare localmente le propria presenza manifatturiera senza però rinunciare a rimanere competitiva. Insomma una normale politica aziendale solo che siamo in Italia, ebbene anche in Italia sarebbe l’ora di prendere il coraggio a piene mani e mettere in soffitta i vecchi arnesi della politica, anche nel PD.
*Foto: Alfred Eisenstaedt. Produzione della Fiat Topolino Torino, 1947. Fonte: Archivio Life






