di Guido Leoncini – Nel libro “Manifesto per la felicità”, recentemente pubblicato da Donzelli Editore, Stefano Bartolini ha considerato la scuola come una delle istituzioni più importanti per lo sviluppo della società.
La sua analisi si inserisce all’interno della più ampia tesi che il benessere dipenda in modo fondamentale dal capitale sociale ed in particolare dalla qualità delle relazioni tra le persone. Da ciò discende che la sostenibilità dello sviluppo debba essere valutata non solo in termini di sostenibilità ambientale, ma anche relazionale.
L’aspetto che mi interessa adesso sottolineare è l’impatto di tale teoria sulle possibilità di cambiamento della scuola. Prima di proporre una politica, infatti, è necessario avere una “visione” della scuola. Le idee proposte da Bartolini possono rappresentare un interessante contributo a tale visione.
Il fattore più importante che influenza la qualità delle nostre relazioni è la cultura ed i principali responsabili della diffusione dei valori in una società sono il sistema economico e le istituzioni formative: la scuola, la famiglia ed i mezzi di comunicazione di massa.
Scelte culturali e formative sbagliate generano per i bambini e per gli adolescenti problemi di adattamento all’età adulta. Vediamo perché.
L’uomo è, per sua natura, un essere sociale. L’uomo possiede la caratteristica fondamentale di essere “cooperativo”. Tale cooperazione è distintiva, rispetto alle altre specie, per l’importanza che i valori etici hanno nel sostenerla. Infatti, gran parte della cooperazione tra esseri umani non può essere spiegata da soli motivi razionali strumentali di vantaggio personale. Le diverse forme di cooperazione sono sostenute dalla capacità umana di provare empatia, generosità, onestà, lealtà, vergogna, senso di colpa, ecc. Sono, in definitiva, basate sui caratteri distintivi della natura umana.
Inoltre, gli esseri umani hanno due capacità molto spiccate rispetto agli altri animali: la capacità di adattamento individuale a un dato ambiente (incluso quello economico e sociale) e la capacità di cambiare l’ambiente adattandolo alle proprie esigenze. Questa seconda capacità è stata definita senso della possibilità e deriva dal fatto che il cervello umano ha la capacità di immaginare e, quindi, di progettare cambiamenti. Il senso della possibilità è alla base del nostro successo evolutivo, perché ci ha resi capaci di adattare l’ambiente alle nostre necessità. Ci ha reso possibile inventare tecnologie, istituzioni, regole, ambienti sociali e culture che hanno lo scopo di migliorare la nostra vita: questa è una delle nostre peculiarità biologiche fondamentali.
Le istituzioni formative principali, la famiglia e la scuola, privilegiano, però, troppo spesso, la capacità di adattamento individuale (altre istituzioni, come i media commerciali, si occupano invece prevalentemente di confinare il senso della possibilità nella sfera del possesso materiale dei beni di consumo).
Quando agisce con questa logica, la scuola promuove: l’immobilità, la segregazione fisica, la subordinazione ad un potere che esclude gli studenti dalle decisioni rilevanti che li riguardano, i rapporti eccessivamente competitivi. Ma così s’insegna un’amputazione della possibilità umana di coniugare la produzione con la piacevolezza, la partecipazione e la collaborazione.
Un tale tipo di formazione impone ai nostri giovani la rinuncia alla dotazione biologica più spiccata della nostra specie. Per questo è così difficile diventare adulti, per questo i rapporti sono così conflittuali.
Ecco, dunque, che vengono delineate alcune idee utili a definire una visione complessiva della scuola:
Non si dovrebbe porre un’eccessiva concentrazione sui “risultati scolastici” tradizionali, perché implica la distruzione di altre forme di conoscenza. L’attenzione prevalente su esami, interrogazioni e “verifiche” (tanto peggio se basati sull’aspetto mnemonico) distrugge alcuni elementi basilari nell’apprendimento: il pensiero originale e critico, la sperimentazione, l’innovazione. In definitiva distrugge il senso della possibilità. La fretta generata da programmi estensivi e scadenze pressanti ha un effetto simile, in termini di distruzione delle capacità di riflessione.
Dovremmo, invece, promuovere l’apprendimento creativo ed esso richiede una varietà di possibilità di esprimere le proprie capacità e la propria preparazione. Oltre all’intelligenza cognitiva, abbiamo una varietà di intelligenze che dobbiamo coltivare, quella relazionale, sociale, fisica, emozionale, musicale… E’ necessario, quindi, aumentare le opportunità per gli sport, l’arte, il gioco, la creatività e la relazionalità. Ad esempio, una diminuzione della competizione ed un aumento del lavoro e delle valutazioni di gruppo dovrebbero promuovere le relazioni di cooperazione.
L’apprendimento creativo richiede che anche l’insegnante sia creativo. L’attuale pesante regime di obiettivi e prescrizioni centralizzate tende a demotivare la curiosità e l’immaginazione degli insegnanti. Dobbiamo arrivare alla consapevolezza che chi si prende cura dei giovani svolge un ruolo sociale importante e delicato.
L’apprendimento funziona molto meglio quando è associato ad emozioni positive. E’ necessario costruire programmi che siano interessanti per gli studenti. Anche il contenuto tecnico ed utile per il mondo del lavoro può essere insegnato congiuntamente alla parte più “interessante” della materia (stessa logica dovrebbe essere usata per sviluppare lo studio delle lingue straniere, dell’informatica, ecc). Quando non si applica questo approccio, gli
studenti sono chiamati a studiare non perché sia interessante in sé, ma per motivazioni esclusivamente estrinseche.
Ma una tale formazione, basata su idee del secolo scorso, si rivela anacronistica e produce effetti negativi sia dal punto di vista umano che economico. Infatti, le economie avanzate sono ormai in una fase in cui le determinanti decisive saranno la creatività e le relazioni umane, piuttosto che la “disciplina” della forza lavoro. I Paesi che lo capiranno per primi e riorganizzeranno la scuola di conseguenza, avranno grandi vantaggi competitivi.
Dovrebbero essere introdotti insegnamenti specifici riguardanti la vita sociale: educazione civica, diritto pubblico, ecc.
Uno dei tratti più sorprendenti della cultura dominante contemporanea è che il sistema sociale viene percepito come ingovernabile. Eppure la nostra cultura è largamente figlia dell’idea di progresso. Il senso più profondo di tale idea è che sia possibile agire per migliorare le cose. Ormai invece larga parte delle persone è dominata dalla percezione di una deriva sociale ineluttabile, della quale nessuno è veramente disposto a dichiararsi responsabile. Larga parte della cultura occidentale è diventata depressa, sperimenta un senso d’impossibilità di indirizzare le cose verso un miglioramento. Eppure l’ambiente economico e sociale è un prodotto umano e come tale può essere orientato verso il benessere.
E’ la limitazione del senso della possibilità che produce questa mancata consapevolezza. E’ per questo che ci troviamo a vivere, ognuno da solo, l’ineluttabilità di cose che sentiamo più grandi di noi, ma che in realtà minacciano la qualità della nostra vita e il futuro dei nostri figli.
E’ in tale contesto che le relazioni dei giovani si deteriorano. Bullismo, ribellismo, vandalismo hanno un andamento epidemico che segnala un crescente disagio relazionale.
Per questo la scuola deve essere il motore del cambiamento. Devono essere ripensati i metodi di insegnamento, i programmi, la gestione dell’istituzione e l’organizzazione degli spazi.
La scuola possibile
C’è una lunga storia di esperimenti scolastici con una forte enfasi sul rispetto delle esigenze fisiche e temporali degli studenti, sul loro benessere, sulla loro partecipazione, sul rilassamento della gerarchia tra docenti e discenti, sulla promozione della cooperazione e della creatività, sull’associare il piacere all’apprendimento.
Questo tipo di esperienze si sono concentrate prevalentemente sui bambini, ma anche nella scuola per i giovani ci sono esperimenti innovativi e di successo. Essi dimostrano che è possibile conciliare lo star bene con l’essere produttivi. Prova ne è, ad esempio, il successo sul mercato del lavoro degli studenti dei Liberal Arts Colleges, l’istituzione che più assomiglia al progetto delineato nel libro di Bartolini. Si tratta di università private americane, che producono laureati di ottimo livello, la cui filosofia può essere riassunta dalla presentazione che il Knox College fa di se stesso sul sito web: “Knox ha un’inclinazione unica per l’auto espressione, lo scambio d’idee e la discussione tollerante. Gli studenti sono incoraggiati a intraprendere i loro personali progetti di ricerca, partecipare a programmi fuori dal campus, progettare le loro specializzazioni (…). Gli studenti partecipano attivamente alla gestione dell’università e i problemi sono apertamente discussi dentro e fuori le classi. Acquisterai la libertà di sviluppare il tuo piano di studi personale, modellato unicamente sui tuoi fini formativi e sulle tue aspirazioni nella vita (…). Questo ti darà la completa padronanza della tua formazione”.
La domanda se la nostra scuola trasmetta un messaggio simile è ovviamente solo retorica.





